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Recensioni

She-Ra e le Principesse Guerriere: la recensione (spoiler) della 5° stagione

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La stagione finale di She-ra e le principesse guerriere è forse tra i più illustri testimoni di quanto potente possa rivelarsi un lieto fine meritato; di come una corretta costruzione di quest’ultimo, operata sulle fondamenta del rispetto dei personaggi, permetta di ricontestualizzare un’esperienza narrativa dai già comprovati meriti in qualcosa di pienamente memorabile e genuinamente toccante.

Per quanto poco professionale suoni da scrivere e da leggere, questa quinta stagione di She-ra scalda il cuore. Nel risolvere organicamente e credibilmente conflitti dipanatisi su più stagioni, nel compiere le giuste scelte sulle spesso accidentate strade degli archi di redenzione, la serie ci concede di accantonare cinismo e incredulità, e di farci prendere per mano su un sentiero fatto di ottimismo, amicizia e amore. Lo fa con cautela, con rispetto e con un grado di maturità di cui, a dispetto della qualità delle stagioni precedenti, non credevo la serie fosse capace.



La redenzione è permessa, certo, ma non indiscriminatamente, non da un minuto all’altro e, soprattutto, non senza le dovute eccezioni. Il perdono nei confronti dell’atto sconsiderato e insensibile di un amico è concesso ma non prima che la propria (in questo caso più che legittima) rabbia nei suoi confronti abbia fatto, a seguito delle dovute scuse dell’altro, il suo naturale corso. Per quanto per sua stessa natura (di serie animata per ragazzi, s’intende) She-ra non possa certo permettersi approcci chissà quanto ambivalenti e sfaccettati ad aspetti enormemente complessi dei rapporti interpersonali, ciò che è stato mostrato in questa quinta stagione denota, da parte dai creatori, una fiducia e un rispetto non indifferenti nei confronti del loro pubblico più giovane, la cui stessa giovinezza viene troppo spesso usata come scusa per messaggi e insegnamenti di scialba o, talvolta, semplicemente pessima qualità.



Se non fosse ancora abbastanza chiaro, non è questo il caso di She-ra. Le “morali” che quest’ultima stagione, forte anche del build-up delle precedenti, è riuscita a trasmettere, sono messaggi semplici ma estremamente preziosi. Messaggi come Il tuo passato non è una sentenza: si può porre rimedio a tutto e scrivere la propria strada, se si è disposti a lavorare su se stessi, che nel caso del personaggio forse più approfondito della serie, Catra, ha implicazioni non soltanto sulle sue scelte passate, ma anche sulla costante ombra gettata dal tossico rapporto con la sua unica figura genitoriale.

Ma la soddisfazione e la completezza trasmesse da questo finale non scaturiscono solo dal lato tematico. Anche al di fuori del rapporto tra i personaggi, sono la trama stessa e il ritmo con cui questa viene condotta a determinare buona parte della godibilità di questa conclusione. Noelle Stevenson e il resto del team dietro She-ra ci presenta delle vicende che, fin dalla prima puntata, appaiono come parte di un grande, coeso, ben strutturato climax – un po’ come se quest’intera quinta stagione andasse a comporre una produzione univoca, quasi filmica nella consequenzialità delle vicende narrate.



Non c’è spazio per filler e storie di contorno prive di profitto narrativo: tutto è finalizzato all’obiettivo finale, mai perso di vista né dai creatori, né tanto meno dai personaggi. Merito in buona parte di quanto questo obiettivo – la sconfitta di Horde Prime – sia stato efficacemente presentato come un’impresa ai limiti dell’impossibile. Horde Prime è il conquistatore dell’universo, “l’imperatore galattico” di starwarsiana memoria, una figura che ha sconfitto chiunque gli si sia mai parato di fronte, compresi i “First Ones” tanto chiacchierati e mistificati dalle precedenti stagioni. Se a un curriculum del genere si aggiunge una personalità affabulatrice, sibillina, di un carisma inquietante e di una convinzione ferrea nella bontà delle sue terribili azioni si ottiene un cattivo facile da temere e da odiare, ma che al tempo stesso schiva i tropi più consunti associati al suo ruolo narrativo. Un cattivo talmente pericoloso, dalla visione talmente distopica e autoreferenziale da giustificare appieno l’unione delle forze non solo di vecchi amici, ma anche di vecchi nemici.

E nonostante ciò, nonostante la terribile grandezza di questa personalità tirannica, il vero apice di queste fasi finali è una battaglia, non è uno scontro testa a testa con Horde e le sue legioni di cloni, ma il coronamento degli archi narrativi di Catra ed Adora: la confessione e il successivo bacio tra le due, che ricontestualizza e valorizza ogni loro interazione, ogni loro miglioramento personale nel percorso che le ha portate fino a quel momento e a quel gesto.



Il potere dell’amore e/o dell’amicizia che sconfiggono il cattivo e salvano il mondo può spesso risultare un tropo forzato e abusato. Ma alla luce del tono della storia, della delicatezza con cui è stato covato il rapporto tra le due coprotagoniste (che Catra non fosse destinata a rimanere un’antagonista fino alla fine era ormai piuttosto palese) e del messaggio che la serie ha sempre voluto trasmettere, non ho vergogna né esitazione nell’affermare che She-ra si sia meritata questo finale. Un finale potente, importante, che riempie di fiducia e positività.

Che scalda il cuore.

Letterato e giornalista di formazione, scansafatiche poliedrico di professione. Il mio super potere è la capacità di interessarmi di pressoché qualsiasi cosa e dedicargli un’attenzione media di 7,8 secondi. Con le dovute eccezioni. Quando non perdo tempo, lavoro. Quando non lavoro, scrivo. Quando non scrivo, consumo media o gioco di ruolo. Quando non consumo media e non gioco di ruolo, perdo tempo. Il cerchio della vita.

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Fumetti e Cartoni

Recensione Vincent e Van Gogh: l’artista mai raccontato

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Un Van Gogh come non è stato mai raccontato, e sicuramente ben diverso dal Van Gogh che viene studiato sui banchi di scuola. Questo è Vincent e Van Gogh, magistralmente disegnato e narrato da Gradimir Smudja, e portato in Italia, assieme a molti altri, piccoli capolavori di narrativa a fumetti, dalla casa editrice Kleiner Flug.

Tutti, chi più, chi meno, siamo a conoscenza della figura storica e artistica di Vincent Van Gogh, delle sue opere d’arte, della sua vita che definire particolare suonerebbe estremamente approssimativo, e del suo orecchio tagliato, conservato in un bicchiere. Ma forse non tutti sono a conoscenza del suo lato umano e sofferente, del suo estro artistico e dirompente, del ruolo fondamentale del fratello Theo nella sua vita, della struggente realtà di un animo mite che sente il bisogno di creare, di realizzare e di essere all’altezza del panorama artistico in cui vive. Soprattutto, quasi nessuno sa, o si ricorda, dell’esistenza del suo gatto, Vincent.

Perché sì, Van Gogh aveva un gatto. Di nome Vincent.

Vincent

Vincent è un giovane gatto di strada, maltrattato dai suoi pari, accolto in casa da un Van Gogh impegnato a fare i conti con l’incapacità di realizzare opere artistiche di quest’etichetta. Vincent è anche un artista, un gatto pittore, così come molti altri esponenti della sua famiglia prima di lui, che hanno accompagnato le carriere di molti pittori famosi – Rembrant e Delacroix, tanto per nominare due sconosciuti – verso il successo.

Vincent è un genio, e sa di esserlo; ama l’arte, le belle donne, le belle gatte, le feste e il denaro, la fama e la ricchezza. Vincent è un artista sregolato e la sua coscienza sembra avere una voce, impersonata dal povero, disperato Van Gogh, solo al culmine della disperazione; ma d’altronde è un gatto, come lo si può biasimare?

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Van Gogh

Van Gogh è un artista esordiente, che non è mai soddisfatto del suo operato, mai apprezzato dagli amici e dagli artisti di cui si circonda, come Gauguin e Lautrec, che vedono nei suoi lavori tele orribili e disegni degni di un amputato di braccio. Van Gogh è solo, triste e monco di ispirazione artistica, malgrado la frizzante Parigi che fa da sfondo all’inizio della sua avventura come pittore. Solo dopo essersi trasferito ad Arles, nella sua casa gialla e con il suo letto giallo, alla ricerca di un’illuminazione, di aria fresca e di nuove idee, avrà modo di dare una svolta alla sua carriera, incontrando il giovane Vincent.

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Vincent diventa il suo biglietto per il riconoscimento e la fama che tanto anela e si sostituisce, senza troppe cerimonie, a lui come pittore. Lo stesso Van Gogh vede nelle opere di Vincent ciò che nei suoi disegni e nei suoi dipinti manca: verve, ispirazione, sentimento, arte, magia. Vincent resta, in cambio di vitto e alloggio, e prova e riprova, a modo suo, a trasmettere a Van Gogh, se non insegnamenti, un pizzico del suo talento. Eppure non c’è verso. Eppure Vincent è l’artista, mentre Van Gogh resta il suo fanalino di coda, una semplice garanzia di una vita comoda per un ex gatto di strada.

L’opera

Vincent e Van Gogh, visti separatamente, come gatto e uomo, sono un duo artistico che funziona ma non decolla, troppo diversi l’uno dall’altro, agli estremi di uno spettro animale e umano che difficilmente riuscirebbero a trovare un punto di incontro, se non per comune convenienza.

Vincent e Van Gogh, visti assieme, in un’unica, portentosa figura riconoscibile sotto il nome di Vincent Van Gogh rappresentano in ogni suo aspetto l’artista che tutti noi abbiamo studiato.

Questo è, dunque, il duo vincente: ciò che a prima vista appare come un surreale incontro tra un gatto e un uomo che ironicamente condividono lo stesso nome, non è altro che un’analisi estremamente approfondita della vita di un pittore affetto da disturbi mentali, tra cui schizofrenia e disturbo bipolare, e piagato dai vizi. Più che disturbato, tuttavia, Vincent Van Gogh è tormentato, e il suo tormento è reso palese nelle due voci dissonanti di Vincent-gatto e Van-Gogh-uomo.

Vincent rappresenta la potenza creativa, l’estro nelle sue svariate sfumature: è caotico, disturbato, sregolato, smodato, eccessivo, alle volte aggressivo, violento; tutto ciò che crea è magico e porta con sé una carica emotiva senza pari.

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Van Gogh è la parte terrena, umana, fragile e umile di un uomo, prima che artista, incompreso e disprezzato, che scende a patti con la creatività e che, pur di averne un assaggio, ne tollera sregolatezza ed eccessi.

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Nell’incontrarsi, creano la figura strampalata, a tratti mitica, di Vincent Van Gogh. Nell’essere caotico, Vincent porta con sé quell’aura di malattia e disturbo mentale; nella sua pacatezza, è Van Gogh che impersona l’umanità, la ragione e la parte più o meno stabile di Vincent Van Gogh.

È Vincent, a tagliare l’orecchio a Van Gogh. È Van Gogh, che permetterà a Vincent di sopravvivere, offrendogli l’illusione di una vita stabile.

Sceneggiatura

Vincent e Van Gogh è stato scritto con la chiara idea di voler accompagnare il lettore, una tavola alla volta, un dettaglio alla volta, nella vita sregolata di Vincent Van Gogh. Un narratore evanescente traccia il contesto dell’opera, mentre Vincent, Van Gogh e tutti gli altri personaggi raccontano con l’espressività delle loro interazioni l’intera vicenda.

Nulla viene a mancare, nella scrittura di Vincent e Van Gogh: ciò che non viene detto, viene lasciato intuire; ciò che sembra campato in aria, ha, invece, perfettamente senso. Perché Van Gogh non abbia un nome vero fino ad una buona metà della narrazione, per esempio, viene egregiamente reso palese in una sequenza di tavole tanto potente quanto unica. Il lettore si trova costretto a perdonare e, anzi, ad elogiare la scelta dello scrittore, che fa del tanto celebre “show don’t tell” un’arma vera e propria. Dunque Van Gogh non è solo la parte umana di Vincent Van Gogh, ma è anche il supporto, e l’appiglio certo di Vincent Van Gogh stesso, ossia suo fratello Théo. Morto Vincent, infatti, Van Gogh troverà posto al suo fianco sei mesi più tardi, esattamente come Théo ha trovato posto al fianco del fratello sei mesi dopo la sua dipartita, distrutto dai sensi di colpa e dal dispiacere.

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Ma Vincent e Van Gogh non si ferma qui: si potrebbe pensare ad un fumetto triste e sofferto, pesante da leggere e difficile da digerire. Al contrario, questo piccolo capolavoro è divertente, ironico e irriverente. Gioca con l’arte e con i suoi esponenti, gioca con figure realmente esistite al di fuori del pittore e delle sue immediate vicinanze, come ad esempio Marilyn Monroe, Vincenzo Valentino e Alfred Hitchcock, risultando piacevole da leggere e curioso da sfogliare.

Anche dopo la morte dell’artista, la vita delle opere di Vincent Van Gogh continua, nella metaforica rinascita del dinamico duo che esce dalla tomba cent’anni più tardi, per vedere le proprie opere finalmente esposte in un museo e ammirate da visitatori e curiosi; nonché copiate.

È stato pensato per essere un fumetto da rileggere: se una prima lettura lascia qualche nozione e un piacevole senso di soddisfazione, una seconda porta a scavare a fondo tra le tavole e tra le righe per scovare dettagli nascosti, rimasti, per forza di cose, inapprezzati al primo incontro. Una terza lettura, addirittura, garantisce completezza, comprensione e pieno appagamento dato dalla chiusura coerente, avvincente e viva dell’intera opera.

I disegni

Se la storia, fin qui, vi è parsa particolare e degna di essere vissuta, aspettate di imbattervi nei disegni. Lo stile dell’intero fumetto è, per così dire, vangoghiano: i colori, il tratto e la filigrana sono un chiaro e ben riuscito omaggio a Van Gogh e al suo genio. Non una sbavatura, non un’imperfezione. Non vi verrà dato modo di distrarvi dallo stile di Van Gogh nemmeno per un istante. Se per qualche disgrazia, qualcuno di voi si fosse dimenticato dell’aspetto, la dignità e la bellezza di un Van Gogh, dopo questa lettura non avrete più scuse e l’arte di Van Gogh sarà per sempre marchiata a fuoco nella vostra mente.

Un secondo plauso va agli inserti meravigliosi e i riferimenti alle opere non solo di Vincent Van Gogh ma di molti altri artisti: Monet, nascosto tra le sue ninfee, Gauguin e la sua Tahiti, Delacroix e la sua Libertà che guida il popolo, e così via. L’intero fumetto, in termini di inquadrature e di prospettive ragionate, è una “caccia all’opera” divertente ed educativa, come lo stesso Vincent, che si ritrova a mangiare “patate, ancora patate, sempre patate”.

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Conclusione

In chiusura, non resta che esprimere a chiare lettere il sincero consiglio di questa lettura. È un fumetto difficile da dimenticare, un lavoro ambizioso incredibilmente riuscito. La sola idea di trasformare e raccontare in fumetti un percorso di vita sempre in salita, travagliato e sofferto, tinto nei colori e nello stile di un artista di fama internazionale, vale l’esperienza. Se a questo si aggiungono un’ottima scrittura, un disegno eccelso e un Vincent felino, la lettura diviene d’obbligo. In fondo, chi mai si sarebbe aspettato che fosse un gatto, a dipingere per Van Gogh? O un pappagallo, a fare lo stesso per Gauguin?

 

Vi è piaciuta questa recensione? Vi consigliamo anche Salomè e Giovanni dalle Bande Nere, editi Kleiner Flug.

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Fumetti e Cartoni

Recensione Salomè: un candore pericoloso

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La storia di Salomè è forse una delle più conosciute della Bibbia, resa ancora più celebre dall’opera teatrale di Oscar Wilde, scritta nel 1891 e che per anni ha creato scandalo con le sue rappresentazioni. Grazie a Emilia Cinzia Perri e Silvia Vanni Salomè prende nuovamente vita più di cent’anni dopo, nell’albo edito Kleiner Flug. L’opera fa parte della collana Teatro fra le Nuvole e ha l’obiettivo di dare nuova linfa a opere teatrali tramite un nuovo medium: il fumetto.

Ed è così che ci ritroviamo in una Giudea fredda e meccanica, ben lontana dall’immaginario che nel corso dei secoli ci siamo immaginati.

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La Trama

La storia non si discosta dall’originale, seguendone le battute e i ritmi. Proprio come nell’opera teatrale i vari personaggi ci vengono introdotti pian piano, con scorci leggeri quanto incisivi. Vediamo per prima la bella e triste Salomè, seguita dal Tetrarca Erode Antipa e dalla moglie Erodiade, durante una festa nel loro palazzo. 

Poi l’incontro che cambia tutto: Salomè esce e sotto lo sguardo ambiguo della luna pretende di incontrare il profeta Iokanaan. Un incontro fatale per tutti, Salomè in primis, che non appena lo vede ne rimane totalmente affascinata, al contrario del profeta che si rifiuta persino di guardarla. Ed è così che il corpo di Iokanaan si trasforma in vuoto simulacro per il desiderio e il disprezzo di Salomè, che prima brama contatto con quella pelle bianca come la neve più pura, con quei capelli neri come l’ombra in estate, ma ne è poi ripugnata a causa del rifiuto ricevuto. La sua ossessione si concentra sulle labbra del profeta, rosse come un bocciolo di rosa o come il sangue appena spillato, che continuano a sfuggire al suo desiderio.

Proprio questa brama la spinge ad accontentare il patrigno e ballare per lui, in cambio però di un dono nefasto: la testa del profeta. Il resto della storia è risaputo e la tragedia non tarda a colpire Salomè. 

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I Disegni

A colpire di quest’opera sono i disegni, dalle linee nette e pulite, in cui le curve predominano nel foglio. I colori freddi del paesaggio meccanico, che fanno da sfondo a ogni scena, permettono a Salomè e al profeta di risaltare, sottolineando il loro ruolo nella narrazione. Le linee sinuose e dolci ci accompagnano fino alla fine, anche nei momenti più tragici come il finale, dove il sottile velo del vestito di Salomè si incontra con il sangue del capo delle guardie, una luna che si macchia di rosso come profetizzato da Iokanaan. 

Il bianco e il rosso rimangono in perenne contrasto, a marcare la purezza apparente di Salomè che porta solamente alla morte. Un richiamo ripreso anche dalla stessa copertina, dove troviamo una rosa meccanica bianca da cui sgorga un rivolo di sangue scarlatto.

La Salomè rappresentata in questo fumetto, pallida e sinuosa, non ha nulla da invidiare alla sua controparte in carne e ossa. I suoi vestiti, i tratti gentili ma definiti, non possono che far tornare alla mente la storica musa dell’opera: Sarah Bernhardt, amica di Wilde che però si rifiutò di portare in scena l’opera a seguito dello scandalo che travolse lo scrittore (condannato ai lavori forzati per le sue relazioni omosessuali).

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Conclusioni

Il fumetto di Perri e Vanni è un ottimo modo per avvicinarsi a quella che è un’opera immortale, un’introduzione alternativa a uno degli autori teatrali più importanti dell’800. La nuova ambientazione, moderna e dalle influenze steampunk, unita al testo classico, permette di apprezzare appieno l’opera senza però sentirla come lontana o troppo aulica, come spesso accade nelle reinterpretazioni di grandi opere che altro non sono che una trasposizione senza alcuna innovazione. Siamo di fronte a una rivisitazione di tutto rispetto, che riesce a continuare una tradizione millenaria senza risultare ripetitiva o banale.

Attraverso un medium moderno come il fumetto la storia di Salomè riprende così vita, acquistando nuova linfa e attrattiva. 

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Fumetti e Cartoni

Recensione: Giovanni dalle Bande Nere – storia, umanità e famiglia

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Giovanni dalle Bande Nere, edito Kleiner Flug, incarna un esempio lampante di quanto la storia rinascimentale italiana abbia da offrire al mondo dell’intrattenimento. Di quanto i decenni a cavallo tra ‘400 e ‘500, dominati da nomi del calibro di Sforza, Medici e Borgia abbiano tanto da mostrare non solo nei già più che appurati ambiti dell’interesse storico (sia nazionale che internazionale), quanto anche nei più raramente esplorati ambiti dell’interesse umano e personale. Per quanto di approfondimenti accademici sui più blasonati nomi di quest’epoca non si abbia certo penuria, il mondo dell’intrattenimento italiano è raramente riuscito a sfruttare a dovere l’enorme potenziale narrativo insito nelle personalità stesse di quei giganti storici, spesso lasciando che a mettere le mani nella ricca pasta rinascimentale fossero creativi di altri paesi – con a dir poco alterne fortune.



Storia, umanità e famiglia

Giovanni dalle Bande Nere, della collana Prodigi fra le nuvole della casa editrice Kleiner Flug è un gradito esponente di un approccio nostrano  ad una materia nostrana. Un albo biografico a fumetti intenso e pregno, che punta a esplorare e valorizzare una figura storica importante, ma forse non così largamente conosciuta: quella di Ludovico di Giovanni de’ Medici – conosciuto dai più come Giovanni delle Bande Nere. Condottiero, capitano di ventura, esponente del ramo “cadetto” della famiglia toscana più famosa della storia, Giovanni è anche figlio e padre, rispettivamente, di Caterina Sforza e Cosimo I de’ Medici. Figure queste ultime altrettanto – se non forse maggiormente – famose, la cui importanza viene opportunamente sottolineata nel fumetto.

La Famiglia, del resto, è una delle colonne tematiche portanti dell’albo. Una famiglia degna di rispetto, di essere difesa, per la quale “bisogna essere pronti a lottare e, se necessario, ad uccidere”. Un concetto espresso da Giovanni stesso nel corso delle vicende narrate, una delle componenti più forti del ritratto steso dal duo formato da Marco Rastrelli (testi) e Lorenzo Nuti (disegni). Famiglia come identità, come punto di riferimento, come bandiera; ma anche, nel caso di Giovanni, come dualità. Una dualità che si incarna nei nomi di famiglia dei suoi genitori – Sforza e Medici –, nomi che recano appresso ben diverse eredità, ben diverse implicazioni e aspettative.

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Per quanto non sia affatto disdegnata un’esplorazione degli atti di Giovanni come condottiero e capitano di ventura, il focus principale dell’opera rimane primariamente quello intimista, di esplorazione del personaggio e delle relazioni che legano quest’ultimo ad altre figure rinascimentali di spicco. Oltre alla già citata titanica Caterina Sforza, grande rilevanza viene riservata alla figura di Leone X, il papa Medici la cui stessa morte è legata al soprannome col quale Giovanni è passato alla storia. Di nuovo ritorna battente il tema della famiglia, un tema col quale la vita di Giovanni è inesorabilmente intricata. 

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I disegni

Giovanni dalle Bande Nere si distingue anche dal punto di vista artistico. Forse anche in riferimento al soprannome del suo protagonista, il fumetto mette in gioco un sapiente uso del nero. Un nero atmosferico, a tratti opprimente, che riesce a comunicare in maniera eccelsa il peso emotivo di determinate scene – sia statiche che dinamiche. Nel caso di queste ultime, Lorenzo Nuti traccia linee cinematiche spesse e d’impatto, che contribuiscono a rendere ancora pregne e significative le scene che mettono in mostra guerre, assedi e duelli, contornati tra l’altro da rappresentazioni architettoniche evocative e magistralmente realizzate.

Particolarmente degno di nota anche il contributo del nero all’espressività dei volti, di Giovanni in primis, che nei suoi momenti più sanguinari indossa maschere ai limiti del demoniaco.

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La sceneggiatura

Una nota di plauso va anche alla sceneggiatura, forte di un approccio al dialogo in grado di tenersi in equilibrio tra prospettiva storico/geografica e accessibilità comunicativa. L’importanza di battute chiare anche nel contesto della fedeltà (o se non altro verosimiglianza) storica è tutt’altro che da sottovalutare, poiché in un racconto così serrato, che mira a esplorare in un albo relativamente breve numerosi eventi della vita di un personaggio, ogni nuvoletta di dialogo va fatta contare. Per i meno avvezzi alla materia e al contesto storico, è probabile che l’elevata quantità di nomi e riferimenti ad eventi possa lasciare, sulle prime, leggermente spiazzati (anche in funzione, a ben vedere, delle già accennate scelte di ritmo). Nulla, comunque, che un’eventuale rilettura, forte della visione d’insieme sulle vicende fornite dalla prima esperienza, non possa istantaneamente sistemare.



In conclusione

Tirando le somme, Giovanni dalle Bande Nere si presenta come un prodotto piacevole, espressivo e profondo, in grado di far leva sugli elementi più coinvolgenti della narrazione storica. Nel suo sapiente alternare narrazione di eventi ad esplorazioni tematico caratteriali, il fumetto di Marco Rastrelli e Lorenzo Nuti dipinge il ritratto di un personaggio sfaccettato e interessante, “ponte” tra Medici e Sforza, contestualizzandone il notevole impatto su uno dei periodi più complessi e affascinanti della storia italiana.

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