Connect with us
dark-recensione-terza-stagione dark-recensione-terza-stagione

Film e Serie TV

Dark: la recensione della terza stagione

Published

on

I finali di stagione di Dark sono sempre stati piuttosto peculiari. Sia la fine della prima che della seconda stagione della mastodontica serie tedesca avevano fatto presagire degli sviluppi peggiorativi per la complessiva qualità narrativa dell’opera, alludendo a complicazioni fuori scala in rapporto a quanto spiegato e mostrato nel corpo principale della rispettiva stagione.

Nel caso della conclusione della prima stagione, l’introduzione della timeline futura all’interno dell’ultima scena prima dei titoli di coda era al tempo risultata un po’ troppo improvvisa, un po’ troppo mirata allo “shock value”, un cliffhanger che si curava più di generare hype nello spettatore che non nel rispettare il sopraffino ritmo tenuto fino a quel momento nella rivelazione di segreti e dei retroscena dei folli eventi di Winden.



Il peso di un cliffhanger

Al tempo l’effettiva qualità dimostrata dalla seconda stagione e la fluidità con la quale la linea temporale del futuro si era incastrata nel sempre più contorto puzzle della trama di Dark avevano tuttavia costretto il grosso degli scettici del sopranominato finale – il sottoscritto compreso – a riconsiderare le proprie opinioni. Fintanto che la qualità non si trovasse a risentire di un cliffhanger un po’ raffazzonato, in fondo, si può perdonare una scelta discutibile.

Inutile dire che la stessa scelta sia stata poi ripetuta. Al termine della seconda stagione la sensazione che le implicazioni di quell’ulteriore cliffhanger potessero rivelarsi dannose per la qualità narrativa della storia nella sua interezza era stata ancora più forte; ancora più subdola. Se l’introduzione di una timeline futura – per quanto in grado di cambiare pesantemente le carte in tavola – era tutto sommato facilmente contestualizzabile. L’esistenza di un mondo parallelo pareva di gran lunga più campata per aria, più aliena a quanto spiegato e costruito fino ad ora. Specialmente se si considera che un elemento così potente, così pregno di implicite domande e dovute spiegazioni veniva introdotto a una sola stagione dalla conclusione della storia tutta.



Un nuovo mondo

L’impresa della terza stagione di Dark risulta quindi ancora più titanica di quella affrontata dalla seconda: non si tratta più di dover introdurre una manciata di nuovi personaggi e di spiegare quali eventi abbiano determinato un futuro apocalittico, ma di introdurre “da capo” un intero nuovo mondo.

Certo, si tratta sempre di Winden. Certo, la maggior parte dei personaggi ha lo stesso nome e lo stesso volto. Tuttavia, anche le apparentemente sottili differenze nelle storie di ogni singolo cittadino (o la mancanza stessa di un personaggio in particolare) generano un effetto farfalla: professioni, abitudini, legami e alcuni aspetti caratteriali si differenziano al punto da creare una sorta di nuovo cast di personaggi, la cui rete di rapporti interpersonali va distinta (e analizzata per le sue differenze) da quella dell’altro mondo.

Lungi da me criticare gli sviluppi di una scelta narrativa unicamente in funzione della sua “difficoltà” (sebbene certo una sensazione di spaesamento sia quantomeno giustificabile). È però bene notare come un simile approccio richieda davvero molto allo spettatore, sia in termini di volontà d’immersione che di sforzi empatici nei confronti di coloro che molti potrebbero vedere come vere e proprie “nuove” persone.



Alti e bassi

Al netto di alcuni dubbi e incertezze, comunque, non si può certo dire che questa stagione abbia confermato i timori sorti in occasione di quel secondo, ancor più raffazzonato cliffhanger. L’esistenza di un mondo parallelo è gestita con cura, e la serie si prende il suo tempo per gettare la dovuta luce sulle più evidenti e importanti differenze. Ciò non significa, tuttavia, che il processo si mantenga coinvolgente per tutta la durata della stagione.

Il continuo salto di mondo in mondo varia immensamente in interesse per l’osservatore: non tutte le variazioni storico-caratteriali osservabili nei personaggi già conosciuti aggiungono qualcosa al racconto, e non tutti gli elementi narrativi di collegamento tra i due mondi risultano “utili” o interessanti. Spesso e volentieri, ci si imbatte in sequenze di scene che alternano rivelazioni geniali (in grado di far luce in maniera inaspettata su alcuni interrogativi sorti anche nelle stagioni precedenti) a interazioni e relazioni che, data la stessa natura finale di questa stagione, resteranno prive di un opportuno sviluppo e falliscono – come tali – nel catturare l’interesse dello spettatore.



Il fascino dell’ignoto

Una componente fondamentale del fascino della prima stagione di Dark (e in misura leggermente minore della seconda) era senza dubbio l’alone di mistero che circondava la sua trama, i suoi personaggi e le sue “regole”. Quella stessa magia, quella stessa atmosfera di oppressione e di angoscia non scompare certo del tutto in questa terza stagione, tuttavia ne esce, effettivamente, appena mutilata.

Le figure di Eva e dei tre misteriosi assassini (la cui identità taceremo per chi non abbia ancora visto la serie), pur portando un certo peso e un innegabile bagaglio di interrogativi non riescono, a mio avviso, a generare lo stesso disagio, la stessa inquietudine, la stessa morbosa necessità di risposte che avevano al tempo generato le figure di Noah e di Adam. Più che come un’ipotetica mancanza, tuttavia, ritengo che il fatto vada valutato in quanto scelta.

Ora che buona parte delle carte sono scoperte, il mistero si sposta maggiormente sul fenomeno della distorsione spazio-temporale in sé e per sé e sugli ultimi, effettivamente affascinanti segreti del suo funzionamento. È uno spostamento nel focus, un leggero sottrarre alla componente più umana e viscerale in favore di quella più “alta” e astratta dei fenomeni temporali – i cui ultimi e più criptici segreti non sono in ultima battuta noti neanche ai giocatori più esperti.



Tra astrazione e umanità

La scelta sopra accennata fa sentire le sue eco anche nella scrittura dei personaggi. Di pari passo all’adeguamento del racconto a toni più alti – in un certo senso più drammatici – indotti dalla materia trattata, è possibile osservare una leggera de-umanizzazione nei comportamenti e nella forma stessa delle battute, quasi a favore di un approccio teatrale e filosofico. Sebbene anche in questo caso sia più corretto parlare di scelta (tra l’altro ben contestualizzata) che di mancanza, è innegabile come gli amanti della naturalezza nei dialoghi, nelle interazioni e nelle reazioni possano rimanere spiazzati dalla sempre più preponderante presenza di drammatici silenzi, solenni e prolungati scambi di espressioni ed estemporanee uscite da trattato.

Dove l’umanità tuttavia rimane forte e radicata, forse ancora più che nelle precedenti stagioni è nella sfera psicologica, nei ragionamenti non esplicitati e nelle decisioni dei personaggi. Un’umanità spesso fatta di difetti e di brutture, di vizi e di peccati, che ha modo di ribadirsi e autoalimentarsi nel passaggio continuo alla realtà alternativa, specchio in grado di farci esaminare determinati aspetti (come l’ossessione di Hannah nei confronti di Ulrich) sotto una diversa e complementare angolatura.



L’occhio vuole la sua parte

Nulla da recriminare per quanto attiene alla componente visiva. Fotografia, regia e generale messa in scena sono forse ancora più rifiniti, ancora più impressionanti rispetto ai già altissimi standard definiti dalle due precedenti stagioni. Dark approfondisce e perpetua il solco che si era scavata come serie dall’identità atmosferica e visiva fortemente contrapposta alla “tipica” serie Netflix, grazie a immagini pensate, calibrate e di magnifico impatto, che non hanno nulla da invidiare a buona parte delle produzioni cinematografiche della migliore tradizione europea.

Una parziale novità di questa stagione, un ricorso leggermente più forte e frequente agli effetti speciali, viene gestita con tatto e sapienza, creando scene di una bellezza disarmante senza tradire il tono generalmente realista.



In conclusione

Arrivati a questo punto non rimane che l’annosa questione: la terza stagione di Dark è una degna conclusione per la serie? Difficile affermare il contrario. Sebbene la recensione abbia indugiato su scelte non universalmente condivisibili e alcune incertezze minori, quest’ultima stagione rimane una produzione dalla qualità elevata ed innegabile.

Narrativamente parlando, la conclusione in quanto finale è coraggiosa e impattante, ed è probabile che il suo apprezzamento agli occhi del pubblico dipenderà in gran parte da come il singolo decida di approcciare la rivelazione conclusiva sulla natura dei due mondi. Gran parte della qualità, tuttavia, si cela nel viaggio: nel modo in cui la serie, di puntata in puntata, induca lo spettatore a riflettere su questioni esistenzialiste sfaccettate, inestricabilmente legate alla dualità (e successiva trialità – se mi è concesso il neologismo) con i quali i personaggi stessi sono costretti a confrontarsi.

 

E voi? Avete già visto la terza stagione di Dark? Cosa ne pensate?

Letterato e giornalista di formazione, scansafatiche poliedrico di professione. Il mio super potere è la capacità di interessarmi di pressoché qualsiasi cosa e dedicargli un’attenzione media di 7,8 secondi. Con le dovute eccezioni. Quando non perdo tempo, lavoro. Quando non lavoro, scrivo. Quando non scrivo, consumo media o gioco di ruolo. Quando non consumo media e non gioco di ruolo, perdo tempo. Il cerchio della vita.

Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Film e Serie TV

Su Apple TV+ arriva “Drops of God”, la dramedy ispirata al manga di Tadashi Agi e Shu Okimoto

Published

on

drops of god

Apple TV+ ha annunciato l’acquisizione di “Drops of God”, la nuova dramedy multilingue franco-giapponese di Legendary Entertainment, adattata dall’omonima serie manga bestseller del New York Times, creata e scritta dal pluripremiato Tadashi Agi, con artwork di Shu Okimoto e pubblicata da Kodansha.

Composta da otto episodi, “Drops of God” è interpretata da Fleur Geffrier (“Das Boot”, “Elle”) nei panni di Camille Léger e Tomohisa Yamashita (“The Head”, “Tokyo Vice”, “Alice in Borderland”) nei panni di Issei Tomine ed è prodotta da Les Productions Dynamic in associazione con 22H22 e Adline Entertainment. 

Trama

La serie si apre con il mondo della gastronomia e dei vini pregiati in lutto perché Alexandre Léger, creatore della famosa Léger Wine Guide e figura emblematica dell’enologia, è appena morto nella sua casa di Tokyo all’età di 60 anni.

Il compianto Alexandre lascia una figlia, Camille (Fleur Geffrier), che vive a Parigi e non vede il padre dalla separazione dei suoi genitori, avvenuta quando lei aveva nove anni. Camille vola a Tokyo per assistere alla lettura del testamento di Léger e scopre che suo padre le ha lasciato una straordinaria collezione di vini, la più grande al mondo secondo gli esperti. 

Ma, per rivendicare l’eredità, Camille deve competere con un giovane e brillante enologo, Issei Tomine (Tomohisa Yamashita), che suo padre ha preso sotto la sua ala protettrice e che nel testamento di Léger viene indicato come il suo “figlio spirituale”. Ma la sua connessione con Issei è realmente solo spirituale?

Produzione

Scritto e ideato da Quoc Dang Tran (“Marianne”, “Parallel”), prodotto da Klaus Zimmermann (“Borgia”, “Trapped”) e diretto da Oded Ruskin (“No Man’s Land”, “Absentia”), “Drops of God” uscirà nel 2023 su Apple TV+, Giappone escluso. La serie è presentata in collaborazione con France Télévisions e Hulu Japan.

Kodansha, una delle più grandi case editrici giapponesi, è stata fondata nel 1909 e a oggi vanta una vasta gamma di attività editoriali. Da sempre impegnata nella promozione della lettura, offre numerosi premi letterari, come il Premio Noma e il Premio Yoshikawa, che riconoscono agli autori di maggior talento i contributi per il miglioramento della cultura editoriale.

Continue Reading

Film e Serie TV

Alice in Borderland, ne vale la pena? Decisamente sì

Published

on

Alice in Borderland main cast

Alice in Borderland è serie originale Netflix giapponese basata sull’omonimo manga di Haru Aso. Dopo il successo della prima uscita, la seconda stagione è arrivata su Netflix nel dicembre 2022, per catapultare nuovamente gli spettatori tra i giochi mortali del Borderland, insieme ad Arisu e agli altri protagonisti della serie.

Tra nuovi game e momenti di introspezione

Per fare un veloce recap, Alice in Borderland segue la storia di un gruppo di ragazzi che si sono ritrovati catapultati in una versione distopica di Tokio, dove l’unico modo per sopravvivere è partecipare a giochi mortali la cui difficoltà è determinata da carte da gioco. Con la prima stagione i protagonisti erano riusciti a superare il gioco del 10 di cuori, che aveva creato qualche problema nell’oasi felice che i giocatori erano riusciti a ritagliarsi. È accaduto di tutto, c’erano katane, sparatorie, flashback, momenti di riflessione profondi, e Chishiya che si è improvvisato 5 minutes craft per dare fuoco a Niragi (Dori Sakurada). 

Un finale che sicuramente lasciava ben sperare per questa seconda stagione, dove i protagonisti Ryōhei Arisu (Kento Yamazaki), Yuzuha Usagi (Tao Tsuchiya), Hikari Kuina (Aya Asahina) e Shuntarō Chishiya (Nijirō Murakami, per cui tantissimi fan sono diventati accaniti simp) devono superare i game delle figure, rimasti fino a quel momento avvolti dal mistero. La ripartenza non dà tregua ai personaggi, che dopo un breve momento di sollievo si trovano all’improvviso nel game del Re di Picche, dove il Re armato fino ai denti gioca al tiro al bersaglio con loro.

Alice in Borderland main cast della serie originale Netflix 2020-2022

La seconda stagione punta, oltre che a esplorare nuovi game, ad approfondire ulteriormente i protagonisti, separandoli e dislocandoli in giro per Tokio, ognuno con uno scopo preciso in mente. Chi vuole trovare un senso, chi vuole scoprire cosa si cela dietro questi game, chi ancora piano piano sta cedendo e pensa che non sarebbe così male smettere di combattere e rimanere per sempre nel Borderland. Non c’è mai la reale preoccupazione che uno dei protagonisti venga trapassato da un laser, ma ugualmente lo spettatore può rimanere investito dalle situazioni in cui ognuno di loro si ritrova, domandandosi se sarebbe mai possibile sopravvivere a qualcosa di simile – la risposta è che forse noi saremmo morti nei primi minuti del game di Picche, perché non abbiamo la plot armor.

Modi diversi per arrivare alla stessa morale

All’interno della serie, Arisu, Usagi, Kuina e Chishiya sono sicuramente i personaggi più interessanti e quelli che vengono approfonditi di più. Arisu è il protagonista indiscusso dell’anime: partito come disoccupato senza prospettive, nel Borderland si ritrova spesso a essere il leader che trascina, motiva tutti a sopravvivere e trovare un senso nei giochi, dando speranza.

È lui Alice, deve trovare lui la soluzione finale per far uscire tutti dal Borderland e in questa seconda stagione diventa molto più consapevole del suo ruolo. Il suo legame con Usagi è la spinta definitiva che lo porta a perseguire questo obiettivo, anche se i dubbi sono dietro l’angolo. Dubbi che nutre anche Usagi stessa, che invece rappresenta il Coniglio Bianco, un po’ per il nome (Usagi significa letteralmente “coniglio”), ma soprattutto per il fatto che soprattutto in questa seconda stagione Arisu deve continuamente “inseguirla”, perdendola e ritrovandola nel Borderland, cercando di buttare giù il muro che Usagi si è costruita intorno.

Usagi durante il gioco della Regina di Picche

Ad accompagnarli ci sono altri personaggi più o meno ricorrenti, alcuni dei quali si pensava fossero morti ma che scoprono all’ultimo di essere anche loro nel cast principale e quindi devono finire i giochi. Tirando le somme comunque, ogni personaggio risulta funzionale a un aspetto diverso della trama e del percorso di Arisu. Alcuni ci riescono in modo più incisivo, altri meno, ma arriva il momento in cui ognuno riesce ad avere un momento di gloria.

La serie ci presenta personaggi che pur incarnando archetipi riescono a risultare complessi e umani, con motivazioni e desideri comprensibili, anche se talvolta discutibili. La seconda stagione ne esplora l’evoluzione psicologica, mostrando come la pressione del gioco possa cambiare una persona e come queste esperienze possano influire sulle loro relazioni con gli altri.

Ogni personaggio diventa portatore di un determinato modo di pensare e reagire alle difficoltà che incontra nel Borderland. Kuina ad esempio, che per l’estetica un po’ ricorda il Brucaliffo, dopo essere scesa a patti col suo passato nella prima stagione, ora riflette sulla necessità di avere con sé compagni di viaggio fidati piuttosto che continuare da sola. Come lei, anche Chishiya intraprende un percorso isolato dal resto del gruppo, sfruttando la sua intelligenza per sopravvivere a game di Cuori e Denari. Nonostante lo scarso minutaggio, il personaggio di Chishiya è tra quelli che per i fan “buca lo schermo“.

Sguardo enigmatico e un po’ strafottente, arrogante e calcolatore (seppur edulcorato rispetto al manga), Chishiya è anche tendenzialmente annoiato e privo di spinte per dare un senso alla propria vita. Mentre Arisu all’interno del Borderline trova una ragione per continuare, Chishiya va ancora con l’auto-pilota, affronta i game ma non riesce a trovare una motivazione profonda. Rispetto alla prima stagione, da Stregatto che osserva la situazione dall’alto, lontano da tutti, in attesa di godersi il chaos che scaturisce da ogni gioco, poco a poco anche Chishiya rimane sempre più investito da Arisu. E alla fine diventa lui stesso protagonista di uno dei momenti più interessanti della stagione, dove comprende finalmente quel senso che gli sfuggiva e intravede la speranza di cui Arisu aveva sempre parlato sin dall’inizio.

Alice in Borderland: i protagonisti Chishiya in primo piano, Arisu e Kuina sullo sfondo

Alice in Borderland: una sorta di Squid Game giapponese?

Qualcuno se l’è chiesto e la risposta a questa domanda molto probabilmente è: no. Per quanto entrambe le serie ruotino attorno a un gruppo di persone che, volenti o nolenti, si trovano costretti a partecipare a sfide mortali per sopravvivere, le due opere presentano importanti differenze che riflettono poi anche le culture da cui derivano. 

Squid Game ha un’estetica, personaggi e tematiche molto diverse da Alice in Borderland, riprende temi sociali legati all’economia coreana che sono molto cari alle serie tv di questa nazione, e l’approfondimento dei personaggi viene affrontato in maniera diversa. Alice in Borderland è giapponese dall’inizio alla fine: si respira proprio l’atmosfera da anime (solo, in live action), cosa che non rende la serie meno seria e attuale, dal momento che offre anche più momenti di riflessione e introspezione dei personaggi rispetto a Squid Game. 

Le due serie sono apprezzabili per ragioni diverse e sicuramente la popolarità di serie tv con tematiche distopiche e sociali ha aiutato entrambe a raggiungere la loro attuale popolarità nel pubblico di Netflix.

Alice in Borderland, Arisu e Usagi durante un game

Alice in Borderland, la pecca è il finale lento

Anche questa seconda stagione gli autori hanno esplorato ogni tipologia di game (cuori, fiori, picche e denari) e lo hanno fatto rendendo ogni sfida unica e creativa, senza dimenticare la morale di fondo. Insomma, Alice in Borderland non si è fatta mancare di nuovo nulla: giochi ingegnosi, personaggi con incredibili plot armor, momenti romantici, epifanie e un tizio nudo. Un insieme di elementi che in realtà permette alla serie di passare da momenti assurdi e divertenti (per lo spettatore, per i personaggi che stanno per morire meno) a situazioni in cui ognuno si ferma per riflettere a fondo su ciò che rende davvero una vita degna di essere vissuta. Il tutto senza che le scene vengano tagliate con l’accetta, rendendo la visione fluida e mantenendo lo spettatore immerso nel Borderland. 

Il difetto della seconda stagione non sono atmosfera o tematiche in sé, ma la velocità con cui viene affrontato il tutto. Se nella prima parte di Alice in Borderland tutto si sviluppa con un ritmo un po’ più incalzante, questa seconda stagione fa il contrario: parte con mitra spianato e tensione, per rallentare inesorabilmente sul finale. Il che può avere senso, dal momento che la storia volge poco a poco al suo termine, eppure non funziona del tutto. Negli ultimi episodi i momenti di introspezione e le scene di circostanza per dare una pausa tra i game vengono dilatati a volte in modo eccessivo. Arrivati sul finale sembra esserci un climax, ma viene tranciato da dialoghi che anziché mantenere il ritmo lo rallentano ulteriormente, facendo quasi arrancare uno dei game più importanti della serie. 

Alice in Borderland poster con Usagi e Arisu sopra la carta del 7 di cuori

Gli ultimi momenti nel Borderland non sono intrisi di adrenalina, ma di grandi riflessioni sull’amicizia e su ciò che davvero ci porta ad andare avanti ogni giorno. Pensieri e dialoghi che portano con sé una morale coerente con la storia e i suoi personaggi, ripercorrendo ciò che è accaduto dall’inizio e dando una chiusa alle sfide affrontate sino a quell’istante. Chi non è però amante delle lunghe conversazioni sul senso della vita, però, è avvisato, perché come detto il ritmo cala vertiginosamente e gli appassionati dell’azione pura potrebbero non esserne felici. Viene da chiedersi se c’era un modo per bilanciare meglio lo “spiegone” finale e la tensione che prima di allora era stata centrale per la serie. 

Tirando le somme comunque, Alice in Borderland rimane un’ottimo originale Netflix, che è riuscito a vedere la luce in fondo al tunnel delle serie cancellate senza ragione e ha trovato la sua conclusione, andando in pari con il manga. Consigliatissima è la visione in lingua originale con i sottotitoli (così potete simpare meglio per Chishiya) e Reddit aperto sul cellulare, perché tanti stanno ancora speculando su cosa dovrebbe rappresentare il Joker. Idee?

Continue Reading

Film e Serie TV

Romantic Comedy Natalizia: 6 consigli per scriverne una

Published

on

Ashley Greene in Christmas on My Way romcom

Una Romantic Comedy Natalizia (o romcom natalizia) è un po’ il Michael Bublé del cinema: appena inizia la stagione, state certi che ve ne comparirà una su ogni canale in cui finirete facendo zapping. Perché se Michael Bublé riesce a prendere il controllo delle radio, una Romantic Comedy Natalizia ha la capacità di insinuarsi ovunque, anche sulle piattaforme di streaming. Non fa prigionieri tra piste di pattinaggio, recite natalizie e biscotti di pan di zenzero.

E puoi star certo che avranno tutte la stessa trama. Uguale identica, tanto che potresti persino scrivere tu una romantic comedy natalizia e presentarla a Netflix per il prossimo anno.

Step 1: l* protagonista perfett*

Il personaggio principale di una romantic comedy natalizia è, solitamente, una donna, ma per il bene della gender equality può essere anche un uomo. 

Qualsiasi sia il sesso, o l’orientamento sessuale, poco importa: ciò che conta è che sia una persona con un lavoro di successo nella Grande Città e una vita sentimentale disastrosa a inizio film. 

Quest’ultima caratteristica è fondamentale, perché lo scopo di vita di ogni single a Natale in una romcom è di trovare l’anima gemella prima dei titoli di coda. Per poter fare questo, il nostro Protagonista dovrà affrontare sfighe incredibili e figure da cioccolataio senza tregua perché si sa, se arrivi single a Natale sei anche un po’ sfigato.

Ashley Greene in Christmas on My Way romcom
Ashley Greene in Christmas on My Way, perché anche i vampiri festeggiano il Natale

Step 2: il ritorno alle origini nel paesino sperduto

Qui abbiamo addirittura due opzioni per sviluppare i dilemmi personali del nostro Protagonista.

Opzione 1 – una vita di rimpianti
Il nostro Protagonista pensava di aver trovato il lavoro dei suoi sogni, ma ora lo stress, la solitudine e perché no, magari anche il capo stronzo stanno mettendo alla prova le sue scelte di vita.

Opzione 2 – vicissitudini della vita
Il lavoro va alla grande. Il nostro Protagonista è un wedding planner, scrittore, grafico, cuoco di successo e per una serie di vicissitudini si trova (costretto) a dover tornare nel suo paese natale per un evento di qualche tipo. 

Quale che sia l’opzione, il risultato non cambia. Il nostro Protagonista è bloccato per l’intera durata delle vacanze natalizie nel paese natale (ah-ah), insieme ad amici d’infanzia e parenti invadenti. Evviva.

Emilia Clarke e Henry Golding in Last Christmas romantic comedy natalizia
Emilia Clarke in Last Christmas con un vestito assolutamente in palette, va’ che armocromia

Step 3: una Romantic Comedy Natalizia in palette

Ovviamente, nevica. Ovviamente, il paese d’origine del nostro Protagonista è la versione a grandezza naturale di Chinonsò, dove tutti attendono trepidanti l’arrivo dell’evento natalizio dell’anno avvolti dalla neve. Qui ci si può davvero sbizzarrire: caccia al tesoro natalizia, contest della miglior torta natalizia, recita di Natale, scambio dei regali con il Babbo Natale segreto e così via.

Ah, non scordiamoci poi che tutto deve abbracciare l’estetica natalizia, dagli addobbi cittadini, all’arredamento delle case, fino ai completi coordinati. Tutto il palette insomma. E nevica, l’abbiamo già detto che nevica?

Insomma, scegliete tra quella serie di cose che porterebbero il Grinch a dare fuoco all’albero di Natale e avete fatto.

Cameron Diaz e Jude Law in The Holiday romcom natale
Jude Law ci svela che il vero segreto di Silente era aver recitato in The Holiday

Step 4: il love interest

È bello, popolare, fa un lavoro che lo tiene solitamente a contatto con la natura o con le persone del paese. Ma è anche introverso, burbero, chiuso al punto da rasentare la maleducazione o comunque del tutto disinteressato rispetto al nostro Protagonista. 

In una Romantic Comedy Natalizia è molto più probabile che sia odio-a-prima-vista e non amore. Soprattutto, uno dei due deve odiare il Natale o almeno mal sopportarlo per qualche ragione struggente che si scopre solo verso la fine.

Se solo il miracolo del Natale potesse far vedere loro quanto sono perfetti come coppia, eh?

Rose McIver e Ben Lamb in A Christmas Prince
A Christmas Prince è una Romantic Comedy Natalizia con un vero principe, che vuoi di più?

Step 5: l’incomprensione, il vero cuore di una Romantic Comedy Natalizia

Noi sappiamo che loro sono fatti l’uno per l’altra (o in generale, l’un* per l’altr*), ma loro proprio non ne vogliono sapere. Almeno, non all’inizio, perché per una serie di situazioni assolutamente non forzate per ragioni di trama, poco a poco i due Protagonisti inizieranno a provare del tenero. Proprio qui è preferibile inserire un momento sulla pista di pattinaggio – e se il nostro Protagonista non sa pattinare è meglio.

Non può andare tutto liscio però, perché ricordiamoci, sono pur sempre single a Natale. Ci deve essere quindi un equivoco improvviso che li allontanerà prima del punto di svolta.

Anche qui abbiamo l’imbarazzo della scelta: uno dei due crede che l’altro sia ancora innamorato del vecchio partner, o che stia lasciando il paese. Oppure ancora un ex geloso fa delle insinuazioni, uno dei due ascolta uno stralcio di una conversazione fuori contesto e tanto altro.

John Cusack e Kate Beckinsale in Serendipity romantic comedy natalizia
John Cusack fa jackpot in Serendipity, un film cui (spoiler) si baciano sulla pista di pattinaggio E nevica

Step 6: la soluzione, il lieto fine e la neve (di nuovo)

Niente da temere, però, rimane pur sempre una Romantic Comedy Natalizia e i titoli di coda sono vicini. I due Protagonisti si riuniscono sul finale, quando incredibilmente si accorgeranno che forse (forse) comunicare è meglio che presumere il peggio di qualcuno o qualcosa e tenersi tutto dentro.

Incredibile, davvero.

E così tutto è risolto. I Protagonisti si baciano sotto il vischio o sotto la neve, in lontananza ci sono campane di qualche tipo che suonano e perché no, magari c’è anche gente che guarda (forse i parenti impiccioni). A questo punto, il Natale è salvo e tutti possono festeggiare in un’atmosfera calda, famigliare e ricca – davvero, avete mai visto famiglie povere in una Romantic Comedy Natalizia? Hanno tutti la villa.

E poi certo che nevica, che domande.

Michael Urie e Philemon Chambers in Sigle all the Way Single per Sempre film romcom natale netflix
Netflix sperimenta fuori dalle regole dei romcom classici con Sigle All The Way, dove la coppia principale è LBGT+

Romantic Comedy Natalizia, vista una viste tutte

Con questo bagaglio, anzi, con questa slitta di conoscenze ora puoi andare a scrivere la sceneggiatura perfetta per una perfetta Romantic Comedy Natalizia che andrà in onda su un canale tv sconosciuto all’umanità o su Netflix. 

Comunque vada, le persone continueranno a preferire Love Actually, ma almeno ti sarai divertito a racchiudere tutti gli stereotipi possibili di un romcom in un solo film. Che dire, che lo spirito del Natale sia con te.

Continue Reading
Advertisement

Trending