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Interviste

Intervista a Giulia Maniglio, voce di Alice Synthesis Thirty e Toru Hagakure

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Abbiamo intervistato Giulia Maniglio, voce italiana di Toru Hagakure in My Hero Academia The Movie: Two Heroes, Lylia in Pokémon Sole e Luna, Alice Synthesis Thirty in Sword Art Online e tanti altri personaggi.

Ciao Giulia, innanzitutto volevo ringraziarti per averci concesso questa intervista e volevo complimentarmi per il tuo lavoro da doppiatrice. La prima domanda è un po’ di rito. Come e quando è nata la passione per il doppiaggio? E come hai iniziato?

Fin da piccola ho sempre amato recitare e cantare ma ero molto timida. Non riuscivo a esibirmi davanti a nessuno, nemmeno ai miei familiari. Questa timidezza ha fatto sì che iniziassi a chiudermi nella mia cameretta con un paio di cuffie, recitando a memoria i miei film o cartoni preferiti mentre li guardavo. All’epoca non sapevo cosa fosse il doppiaggio, avrò avuto una decina di anni. Sapevo solo che in quei momenti ero felice e potevo essere chi volevo. Non c’erano limiti alla fantasia. Poi questo passatempo è diventato una passione, un sogno per il futuro… sogno che fortunatamente si è avverato!

Sei stata la doppiatrice di uno dei film netflix più visti, Tutte le volte che ho scritto Ti amo, come descriveresti questa esperienza?

Doppiare Lara Jean è stata un’esperienza fantastica. Ricordo che il primo turno ero agitatissima, perché avevo paura di non essere all’altezza, ma ho avuto la fortuna di avere un bravo direttore che mi incoraggiò, rendendo ogni momento un’occasione per migliorarmi come artista. In più il film ha avuto un grande successo, tanto che spesso ricevo messaggi dai fan che vogliono che li saluti con la voce di Lara Jean. Credo sia una cosa bellissima, la conferma di aver fatto un buon lavoro. È una grande soddisfazione!

Sei anche la voce ufficiale di Lylia in Pokémon Sole e Luna, che impatto ha avuto su di te questo personaggio

Credo di aver adorato Lylia fin da subito. Mi sono ritrovata un po’ nella sua storia: lei non riesce a toccare i Pokémon ma cerca in tutti i modi di superare questa paura, per poter diventare una grande allenatrice; un po’ come io ho dovuto vincere – lo ammetto, non ce l’ho ancora fatta del tutto – la timidezza al leggio per poter fare la doppiatrice. Inoltre la serie di Pokémon Sole e Luna conta molti episodi perciò ho prestato la voce a Lylia per quasi tre anni, un periodo di tempo non indifferente che mi ha fatto affezionare ancora di più al personaggio.

In generale, i tuoi personaggi forgiano la persona che sei al di fuori dello studio?

Sicuramente tra un personaggio e il suo doppiatore si crea una sorta di legame. Seguiamo un copione e il lavoro svolto nella versione originale, ma usiamo le nostre emozioni che hanno anche origine da esperienze passate. Se per esempio devo doppiare un personaggio che ha subito una perdita, mi viene subito in mente quando ho perso mio nonno, al quale ero molto legata, e mentre doppio do al personaggio non solo la mia voce, ma anche i miei sentimenti.

Certo non nego che a volte rimango un po’ spiazzata nel corso della mia giornata: potrei doppiare una dolce bambina la mattina e alla sera, invece, una psicopatica. Ma è uno degli aspetti divertenti di questo lavoro.

Su Instagram hai scritto che l’anime Pokémon ti ha accompagnata durante tutta l’infanzia, come hai reagito quando ti è stato detto che avresti lavorato a Pokémon XY e Pokémon Sole e Luna?

È vero, amavo i Pokémon, soprattutto i videogiochi. Ricordo che quando feci il provino per la serie animata di Sole e Luna, avevo da poco ordinato la versione per Nintendo! Avevo visto i personaggi su un leak e pensai che sarebbe stato bello avere un ruolo in una serie tanto storica e che seguivo da bambina. Quando mi dissero che avevo ottenuto il ruolo quasi non ci credevo, fui davvero felice.

Sei la voce ufficiale di Toru Hagakure nel film di My Hero Academia, conoscevi l’anime anche prima? Ti è piaciuto il tuo personaggio

Sì, conoscevo già My Hero Academia, ma come manga prima che anime. Doppiare Toru è stato davvero divertente: lei è invisibile, quindi a volte in sala mi capitava di dire “Toru? Ma dove sei?” perché non riuscivo ad identificarla sullo schermo. Spero davvero che questo personaggio continui ad esserci nella serie e che si sviluppi di più, sono certa che ha ancora molto da offrire.

Nell’anime sword art online doppi il personaggio di Alice Synthesis Thirty. Parlaci un po’ di lei.

È buffo perché, a differenza di altri anime che mi è capitato di doppiare, ho sempre seguito Sword Art Online: guardavo l’anime e avevo letto le light novel, inoltre Alice era il mio personaggio preferito! Quindi quando mi chiamarono per il turno fu una vera sorpresa, non me lo aspettavo proprio. Ricordo che feci il primo episodio con le mani tremanti e, appena annunciarono la pausa caffè, mi chiusi in bagno e iniziai a saltellare dalla gioia con le lacrime agli occhi!

Adoro Alice per via della sua storia e del suo carattere, doppiarla è sempre un piacere… e poi ha un drago!

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere la strada del doppiaggio?

Consiglio di avere molta pazienza e tenacia. In questo settore si è costantemente messi alla prova: si continua a sostenere provini per quasi tutta la carriera. Ci sono dei dei “sì” e ci sono dei “no”.
Per questo, soprattutto agli inizi, non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle porte chiuse.

Certo non è facile ma, come disse Walt Disney, se puoi sognarlo, puoi farlo!

Grazie mille per l’intervista e la disponibilità. Non vediamo l’ora di sentire nuovamente la tua voce nei nostri anime e film preferiti.

Appassionata di Animal Crossing e The Sims, si avvicina al mondo nerd all'età di 4 anni grazie ai fratelli maggiori. Trascorre l'infanzia tra serie tv e pomeriggi incollata alla PlayStation Uno. Scoprirà poi anche la passione per i libri.

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Interviste

Intervista a Samuele Sciacca, alfiere italiano dei meme-games

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Qualcuno di voi ricorderà sicuramente Al Bano vs. Dinos, divertentissimo videogioco dedicato alle dichiarazioni del cantante di Cellino sulla possibilità di sconfiggere il covid-19 data la nostra esperienza nell’abbattere i dinosauri. Altri ancora ricorderanno, invece, il videogame The Boys, dedicato alla omonima serie trasmessa su Amazon Prime Video. Entrambi hanno in comune la figura di Samuele Sciacca, developer nostrano.

Samuele Sciacca Al Bano vs. Dinos

Bene, in collaborazione con il canale partner Four To Play abbiamo intervistato Samuele Sciacca, promotore di quello che è praticamente n nuovo genere: il meme-game. In fondo all’articolo troverete la versione video completa dell’intervista.

Ciao Samuele, cosa fai nella vita?

Mi dedico allo sviluppo di un tipo particolare di videogiochi: gli adver-game e, inoltre, ho un canale YouTube tramite il quale tento di insegnare lo sviluppo di videogame agli altri.

Noi ti abbiamo conosciuto durante i mesi del lockdown con Al Bano vs. Dinos, come è venuta l’idea?

L’idea è stata a dire il vero di Manolo Saviantoni, in arte The Oluk che collabora con me in qualità di pixel artist. Un giorno mi ha proposto di realizzare questo ‘meme-game’. Inizialmente non volevo farlo perché ero strapieno di lavoro, poi però ho cambiato idea ed è successo quello che è succcesso.

Con il successo sei diventato praticamente un meta-meme.

Sì, beh c’è una cosa che non abbiamo ancora reso pubblica ma ne approfitto per annunciarla in esclusiva qui. Abbiamo comprato il dominio memegames.it sul quale portare da ora in avanti tutti i videogiochi che faremo basandoci sui meme. Dopo Al Bano Vs. Dinos vi ricorderete sicuramente di Capramento, il titolo dedicato a Sgarbi e alla strana sua uscita dal Parlamento italiano.

Dato che non lavori da solo forse è il caso di ricordare anche gli altri membri del team.

Sì, non ho un team fisso vero e proprio ma ci sono dei collaboratori coi quali lavoro più spesso. Uno lo abbiamo già citato ed è The Oluk che si occupa della pixel-art. Le musiche, invece, sono affidate a Jeff Sisti. Con loro ho realizzato i meme-games di cui abbiamo parlato. Certo, molto si basa anche sulle richieste che mi vengono commissionate. Se ad esempio mi viene richiesto uno stile grafico diverso dalla pixel-art bisogna adattarsi.

Samuele Sciacca Capramento

Torniamo alle origini. Come è iniziato tutto?

Ho iniziato a circa 10 anni col mio primo computer. Un Toshiba regalatomi da mio padre, quasi 700 euro di portatile. Nonostante fosse davvero un buon laptop ero costretto a formattarlo quasi ogni mese perchè non facevo altro che installare programmi nuovi ogni mese, RPG Maker, FPS Creator… Intorno ai 15 anni ho scoperto il framework Face RGS e, con quello, in una mattina che ero a casa da scuola, realizzai il mio primo videogioco vero e proprio.

Da lì nasce una storia interessante: qualche settimana prima per puro caso avevo scoperto il servizio Game Mix ma, quando sono andato a cercarlo su twitter, ho digitato per sbaglio Game Pix. Li contatto, convinto di essermi rivolto alle persone che cercavo inizialmente e scopro di stare parlando con dei publisher italiani a cui il mio progetto piace, e parecchio anche. Da lì ho scoperto che con i videogiochi si può anche guadagnare e allora ho iniziato a realizzarne parecchi.

Il lavoro ha ingranato fin da subito?

A dire il vero no. Ho continuato a provarci fino ai 20. In quel periodo stavo trascorrendo il classico anno a Londra dove sono finito a fare il lavapiatti. Fino a quando non vengo contattato dalla catena Mondo Convenienza che mi commissiona ben 7 adver-game. Solo dopo quell’esperienza ha iniziato a diventare un lavoro più serio. Torno a Messina, la mia città d’origine, per aprire la partita IVA e subito dopo mi trasferisco a Milano.

Quanti videogiochi hai già realizzato, più o meno?

Fino ad ora, di quelli pubblicati, sono 30 o forse più ma dovrei contarli, non sono sicuro.

Poco fa hai detto di avere realizzato il primo in una mattina a casa da scuola. Quanto ci hai messo?

Appena 4 ore. Il videogame si chiamava Blop, c’è anche un video dedicato sul mio canale. Si trattava ovviamente di qualcosa di veramente basilare. Però da lì ho capito che si può realizzare un business dai videogiochi. Credo di essere stato il primo della mia cerchia a intuire la possibilità di sviluppare browser-game in HTML-5 mentre tutti gli altri mi consigliavano dei più ‘comuni’ mobile-games per iOS o Android.

Se potessi scegliere di lavorare per una Major, quale sceglieresti?

A dire il vero non è il mio sogno. Mi piace già molto quello che faccio e vorrei continuare a farlo e rimanere indipendente. Ma, se proprio dovessi scegliere, direi che per i videogiochi su console sceglierei Rockstar Games e per mobile SuperCell, ma non so quanto sarebbero interessati a quello che faccio.

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Come ti vedi da qui a 5 anni? Cosa pensi di realizzare?

Spero di riuscire a realizzare il mio piccolo sogno. Ovvero riuscire ad avere la mia azienda indipendente ed affermarmi come leader nella realizzazione di questo tipi di contenuti B2B. Ma mi piacerebbe anche insegnare, tantissimo. Insomma, se potessi vorrei aprire una vera e propria accademia dove tutti possano imparare a creare videogiochi e farne un lavoro. A tal proposito sto già cercando di capire come fare.

Ma come ti differenzieresti da altre realtà già esistenti sul territorio italiano?

Vorrei che la mia fosse davvero una accademia accessibile a tutti senza sostenere costi eccessivamente elevati. Provenendo da una determinata realtà capisco che non sia possibile per tutti sostenere una retta annuale da 8000 euro e oltre, magari in una città dispendiosa come Milano. Quindi sto valutando diverse soluzioni, compresa magari una piattaforma web.

Quanto influisce adesso quello che hai giocato in passato?

Posso dire parecchio, ma non perché io abbia avuto il cosiddetto occhio critico. Io non sono quel tipo di videogiocatore che passa molto tempo nella storia. Punto più al lato marketing della faccenda e questo, credo, mi ha permesso di realizzare videogiochi che sono effettivamente interessanti per i miei clienti o comunque ‘vendibili’. Ma una cosa di cui mi dispiaccio è che non riesco a giocare molto se non ogni tanto a Fall Guys.

Che messaggio vorresti lanciare a chi vuole intraprendere la tua strada?

Provateci. Non perdetevi d’animo e non ascoltate chi cerca di scoraggiarvi. Sono difficoltà che ho affrontato anche io ma vi assicuro che è possibile. Se potete provate a fare esperienza anche all’estero per aprirvi la mente. Credeteci. Credete tanto in voi stessi.


Sono tantissime altre le domande che abbiamo rivolto a Samuele Sciacca su di lui, la sua storia e come è nata la sua passione per i meme-games. All’interno del video troverete tutte le domande non trattate nell’articolo e come si evolveranno i suoi progetti futuri. Se volete scoprire tutte le novità che verranno da lui e dal suo team vi rimandiamo al suo sito ufficiale e al suo canale YouTube.

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Fumetti e Cartoni

Intervista a Tito Faraci: scrittore e sceneggiatore di Topolino e Diabolik

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Invitati al Giffoni Film Festival, abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Tito Faraci, pietra miliare della sceneggiatura italiana. Faraci era presente al festival per presentare, durante una Masterclass, la graphic novel Un Sogno Chiamato Giffoni, realizzata in collaborazione con Wallie.

Ciao Tito, partiamo subito dalla collaborazione con Wallie, come vi siete incontrati e com’è stata?

Ciao Matteo. Be’ le collaborazioni in generale sono imprevedibili, vorrei raccontarti un aneddoto di quand’ero ragazzo.

Lavoravo per topolino e scrissi una storia che si intitolava La lunga notte del commissario Manetta senza sapere chi me l’avrebbe disegnata. All’epoca non esistevano mail e facevo un altro lavoro. Il disegnatore, che poi scoprii essere Giorgio Cavazzano, chiamò per farsi mettere in contatto con me perché mi voleva parlare della storia. Appena lo sentii pensai subito che avevo sbagliato qualcosa ed invece lui mi fece i complimenti, era rimasto colpito in senso positivo dalla mia sceneggiatura. Mi disse che per lui era un momento difficile, un periodo in cui era particolarmente demotivato e la mia storia l’aveva aiutato, gli aveva dato una spinta per proseguire meglio di prima.

Ecco, non me lo sarei immaginato eppure poi abbiamo continuato a lavorare insieme per altre storie. Io avevo l’età che adesso ha Wallie e, a distanza di molti anni, ho capito quello che Giorgio mi diceva: trovare nei giovani la voglia di fare. Avevo quest’occasione e sarebbe stato facile per me scegliere un disegnatore già rodato eppure ho voluto affidarmi ad un disegnatore che non aveva mai lavorato con uno sceneggiatore – perché Wallie ha pubblicato sempre libri come autore unico.

Per questo progetto mi ero riproposto due cose: la prima che non volevo scrivere un libro puramente celebrativo, la seconda è che volevo un disegnatore non scontato, e sono riuscito in entrambi gli intenti.

Come le è venuta l’idea di creare il personaggio di Edo in Un Sogno Chiamato Giffoni?

In realtà ho fatto una chiacchierata col direttore del festival, Claudio Gubitosi, e mi aveva raccontato di quand’era ragazzo: questa cosa di inseguire un sogno ma anche di come li odiasse, di come preferisse l’idea di provare a realizzare qualcosa anche quand’è difficile, e questo non lo considera un sogno perché è un qualcosa di realizzabile.

Ho cercato di raccontare la tenacia in maniera ironica e metterla nel personaggio. L’idea è partita soltanto da questo, da questa chiacchierata.

Poi abbiamo provato con Wallie a fare queste specie di strisce orizzontali che danno una lettura, quindi, verticale; e non solo anche i balloon disordinati fra loro che costringono il lettore a seguire il giro delle pipette, per suggerire la confusione delle voci in un set. Quindi c’è stato un vero studio per dare col fumetto un’idea di cinema senza imitarlo, Ironizzandolo.

Sinceramente trovo molto acuta l’idea delle vignette in widescreen che ricordano la camera o lo schermo. Parlando di ispirazione, passiamo a Spigole, il tuo nuovo libro. Quanto è difficile avere sempre nuove idee senza mai esaurirsi?

Molte volte è proprio dura inventarsi ogni giorno nuove cose, però alla fine mi pagano per fare qualcosa che pagherei per fare. Non esiste il lavoro facile e forse non sarebbe nemmeno giusto se esistesse. A me serve il mio carburante e poi avere la libertà di non scrivere sempre lo stesso personaggio ma di spaziare il più possibile.

Come mai spigole?

Il nome mi divertiva e poi c’è un fatto: a Milano tutti le chiamano erroneamente branzino e quindi trovavo divertente il fatto che lui invece volesse vendere spigole. Il protagonista, in carenza di idee, si convince che tutto il mondo là fuori non pensa ed è una cosa terribile, una spocchia imperdonabile: pensare che solo chi è creativo possa pensare mentre gli altri no. Infatti il mio protagonista avrà la giusta punizione.

Il suo romanzo lo vedrei quasi come un incitamento ai “creativi” a non mollare mai.

Sì, a capire che quella fatica è una fatica come molte altre che si trovano in qualsiasi lavoro. Da una parte non valorizzare troppo il proprio lavoro e anche apprezzare però la fortuna che si ha avuto per poterlo fare.

Durante la presentazione ha parlato della quarantena, come ha influito per quello che concerne il suo carburante? E a livello creativo, pensa che abbia influenzato le sue produzioni?

Qualunque tipo di storia io scriva, che sia fantascienza o western, che sembrano esistere in universi lontanissimi dal nostro, ho bisogno di un carburante che è camminare per strada, conoscere persone. Chi mi conosce lo sa, sono molto socievole – mi verrebbe quasi da dire un tipo da bar!

Mi piace frequentare gli amici, allargare la mia cerchia di conoscenze. Penso che quando scrivi una storia lontana, quello che percepisci per strada, quello che senti dalle persone: il raccontare le loro storie, le loro tragedie di vita, i loro problemi economici, relazionali; ecco tutto questo costituisce un enorme risorsa di carburante in cui tu puoi mettere anche un attacco di alieni. Perché sono situazioni reali che vivi. Penso che ogni autore dovrebbe farsi un giro per strada e conoscere quanto costa un chilo di pane o un biglietto della metropolitana. Durante la quarantena ho sentito che piano piano si esauriva questo carburante, tanto che piano piano sentivo difficoltà nell’ispirazione. Per fortuna adesso, come tutti, si ritorna a camminare per strada a risentire i vari contatti.

L’importante sono quindi i drammi reali, le storie di tutti i giorni, che poi possono essere messe anche in un contesto lontano o assurdo, perché i personaggi alla fine sono persone.

Sì, diciamo i personaggi risultano più coerenti delle persone, tuttavia dentro di loro albergano dei contenuti che sono veri, che vengono dall’osservazione delle persone.

Una cosa che mi ha aiutato molto, anche nel mondo Disney, è stata proprio rendere veri anche i topi ed i paperi, perché ci mettevo dentro le storie delle persone che conoscevo. In fondo con Topolino e Gambadilegno ho sempre cercato di raccontare l’impossibilità di essere amici ma allo stesso tempo anche di essere nemici.

Mi ha colpito questa cosa che lei dice del mondo Disney. Leggendolo fin da piccolo molte cose me le ha spiegate Topolino, anche temi pesanti. Per esempio da grandicello mi ricorderò sempre di una storia che parlava della morte, in cui Topolino e Pippo viaggiano nel tempo…

Certo ce l’ho presente, quella di Zemelo. Me la ricordo bene perché, nessuno lo sa, ma ho fatto io da editor.

Era l’epoca in cui facevo da editor esterno e tutor per i nuovi autori. Quella storia mi è stata portata e ho fatto di tutto per farla passare. È stata ripubblicata anche in varie occasioni, in molti Paesi del mondo; è una storia che parla di una cosa proibita come la morte ma era affrontata con un enorme delicatezza, e ne sono molto fiero. C’è anche un po’ il mio zampino, ma ho fatto di tutto per difenderla.

C’è una storia di Topolino che le è rimasta nel cuore?

Forse una che si intitola Dalla parte sbagliata in cui affronta in maniera viscerale il rapporto fra Gambadilegno e Topolino.

Per rimanere in tema disneiano, in un’altra intervista ha parlato della famiglia Topolinia e della famiglia Paperopoli. Vorrei approfondire un po’ l’argomento.

È una visione un po’ estremizzata però, secondo me, corretta. Il mondo dei paperi è un mondo dominato dai rapporti familiari sostanzialmente, salvo eccezioni, e quindi c’è l’obbligo di frequentarsi. In realtà è come se Paperino non avesse amici. Se facessi una storia di Paperino che va a trovare fuori città un vecchio amico, la redazione direbbe: Ma che strano!. Se invece iniziassi una storia con Topolino che va a trovare un vecchio amico la redazione non direbbe nulla, tutto normale.

Invece il mondo di Topolino è dominato soprattutto dai rapporti di amicizia e di amore. Topolino è amico di Pippo, di Basettoni, di Orazio; Orazio è innamorato di Clarabella, Topolino ama Minnie, Gambadilegno ama Trudy, Topolino e Gambadilegno hanno un rapporto di amicizia negata. La parentela è lo scegliersi. Quindi nessun rapporto del mondo di topolino è obbligatorio. Questo mi ha sempre fatto interessare, almeno fino ad oggi, di più il mondo dei topi: perché il fatto che tutti si scelgano, non siano obbligati e che ogni rapporto che sia di amicizia, amore o rivalità può finire da un momento all’altro.

Però ultimamente la difficoltà fra parenti di trovare un’intesa ed anche il peso della responsabilità della famiglia, forse perché sono cresciuto negli anni e ho avuto dei figli, mi hanno fatto trovare interesse per il mondo dei paperi.

Penso che paradossalmente dipenda dalla propria esperienza di vita e dalle fasi che uno attraversa.
Parlando di differenze nel corso degli anni: suo figlio so che le ha fatto scoprire Sio, com’è stato?

Quando mio figlio aveva sedici anni, mi ha fatto vedere che mi aveva nominato in qualche intervista. Poi ho visto che mi seguiva su Twitter così l’ho seguito anch’io e gli ho scritto ringraziandolo per la stima nei miei confronti. Poi io cercavo qualcuno per Topolino e quindi gli ho fatto provare a scrivere delle storie perché ho capito quanto lo amava. Siamo diventati amici ed è nata un’ottima collaborazione che spero continuerà.

Dopo tutta una vita passata scrivere e sceneggiare si potrebbe definire arrivato o c’è ancora qualcosa che cerca?

Non mi sento arrivato. Questa forse è una virtù o una maledizione, non lo so. C’è ancora ambizione di fare qualcosa di nuovo, di provare una nuova sfida anche a costo di perderla, questa non mi è mai passata! Dal punto di vista personale, penso, non si possa dire: Ah va bene così per ancora un po’!. Penso che dal punto di vista creativo sia una benedizione non sentirsi mai arrivato.

Come molte persone creative quando riceviamo una critica positiva seguono attimi di felicità, mentre ad ogni critica negativa seguono ore o giornate di tormento. Abbiamo in tanti la sindrome dell’impostore, per cui pensiamo di essere stati messi a fare qualcosa senza alcun merito e abbiamo paura di essere smascherati come truffatori. Io non riesco a godermi le critiche positive e non riesco a passare sopra a quelle negative.

La sua passione per la scrittura com’è nata?

È nata dalla passione per la lettura e per le storie in generale dai fumetti ai libri, piuttosto che ai film sia in televisione che al cinema. In ogni scrittore c’è un lettore.

E si ricorda qual è stato il primo libro o fumetto che ha letto?

Non ce la faccio. Ne ho letti tantissimi che non saprei. Per quanto riguarda i fumetti potrei ipotizzare un Topolino o un Asterix. Per quanto riguarda la narrativa ho veramente problemi a ricordare.

Parlando di storie mi viene in mente l’aneddoto che hai raccontato: “se avessimo 4 dita invece che 5?”, in cui bisognava cambiare il nostro sistema decimale. Ecco quanto pensa che la fantasia sita nelle storie possa in qualche modo influenzare la scienza?

Penso non siano territori così lontani. La capacità di astrazione, di spingersi verso l’ignoto in territori ancora non esplorati appartiene alla creatività. Nell’esplorazione del pensiero confluiscono la scienza e la creatività. Il pensiero creativo è stato alla base dell’umanesimo, per esempio. Spingere il proprio cervello ad analizzare ipotesi che fino a quel momento sembravano insensate.

Una domanda un po’ più personale: quanto costa in termini emotivi scrivere?

Un tempo pensavo che fosse particolarmente influente nella mia vita. Diciamo che qualsiasi lavoro uno faccia influisce nella vita privata di una persona, quando torni a casa te ne porti un po’. Il fatto che il mio lavoro possa essere svolto ovunque, il fatto che anche adesso potrei tornare in albergo e mettermi a scrivere, il fatto che ti segua ovunque e che la notte ti possa svegliare, ecco queste cose sono pratiche e a livello psicologico è impegnativo. Devi imparare a conviverci, a scaricare ogni tanto.

Purtroppo gli sceneggiatori in Italia non sono riconosciuti. Molte persone non sanno nemmeno che lavoro svolgano, ed ecco: quando ha iniziato a studiare e lavorare in quest’ambito la sua famiglia, le sue amicizie cosa le dicevano?

La mia famiglia non sapeva e tutt’ora non sa esattamente cosa stia facendo, ma in realtà neanche i miei vicini di casa! Quindi è un lavoro che malgrado adesso stia diventando più noto, rimane pur sempre sconosciuto e misterioso. Tant’è che c’è chi pensa che consista nel semplice scrivere i dialoghi, c’è chi pensa che lo sceneggiatore scriva solo il soggetto, è un mestiere ancora inesplorato, ma anche difficile da spiegare ed incredibile.

Però ho imparato a convivere con questa storia.

Penso che passerò tutta la vita a trovare gente che dice: Ciao ho letto il tuo fumetto, mi disegni qualcosa? ed in realtà non stanno mentendo solo che associano il mio nome alla storia disegnata. Alla fine scrivendo per fumetti popolari è normale che si sia più devoti al personaggio e non all’autore.

Immagino, lei preferisce più scrivere in seriale o opere uniche?

Non c’è una risposta, dipende dai momenti. Dopo un po’ che faccio seriale mi vien voglia di sperimentare altro… no, non c’è proprio una risposta. Scrivo tante cose diverse e mi piace, perché dopo un po’ che scrivo sempre lo stesso tipo di storie mi vien voglia di cambiare. Anche come lettore mi annoierei a leggere lo stesso tipo di libro o vedere lo stesso tipo di film e mi annoierei anche come autore a fare lo stesso tipo di storia con gli stessi personaggi.

In qualche modo, mi dà idea che lei sia molto libero. Riesce a spaziare tanto fra generi e tipologie diverse ma anche soltanto in Topolino, che alcuni lo definisco rigido, lei è capace di saper essere libero all’interno di quelle regole. Come fa?

In realtà sì. Penso principalmente perché non sento molto il limite anche in una storia disneiana e variare molto la scrittura mi permette di non avere un tipo di storia da non poter scrivere. Questo mi rende libero probabilmente.

Ultima domanda: ai nuovi giovani autori, cosa consiglierebbe?

Di essere giovani autori. Di capire che anche i più vecchi erano dei giovani immaturi e quindi non cercare di copiarli, ma rinnovare sempre.

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Fumetti e Cartoni

Intervista a Lorenzo Corti, socio fondatore dell’Associazione Culturale DOUbLe SHOt

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Abbiamo parlato con Lorenzo Corti, socio fondatore dell’Associazione culturale DOUbLeSHOt, dell’importanza del Lucca Comics per il settore e delle novità di quest’anno e abbiamo sfruttato l’occasione per conoscere meglio il progetto editoriale che sta portando avanti.

Come è nata la casa editrice Associazione culturale Doubleshot?

Io sono uno dei due soci fondatori con Alessio D’Uva. Dopo una lunga pausa, dovuta a varie motivazioni, e dopo una falsa partenza 4 anni fa, un paio d’anni fa l’abbiamo rimessa su. Siamo ripartiti con un po’ di volumi, stiamo portando avanti la collaborazione con la Leviatan e anche con alcune Scuole di Comics, non solo quella di Firenze, ma anche quella di Torino per il progetto noir e quella di Roma un progetto simile ma dedicato alla fantascienza.

La linea editoriale della casa editrice è la stessa da quando l’abbiamo fondata. Nel 2006, al pub, ci venne quest’idea: “C’è molta roba straniera ed italiana che non viene pubblicata…”. Nel nostro piccolo, nel corso degli anni abbiamo scoperto diversi autori che poi sono andati in case editrici molto più competitive di noi. Uno fra tutti è Michele Penco, che viene pubblicato dalla NPE con la quale ha anche ristampato il suo Incubi. Poi ci sono state le strisce di Macanudo; ed ancora Emiliano Pagani, Daniele Caluri che hanno pubblicato con noi i primi volumi delle storie lunghe di Don Zauker, ed ora sono partiti per le case editrici come Feltrinelli, Tunué.

 

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Avete un catalogo molto assortito, con numerosi titoli che spaziano tra generi ed autori. Dunque quant’è importante la pubblicità e nella fattispecie il Lucca Comics, per i vostri volumi? E che riscontro c’è per i vostri titoli?

Lucca è fondamentale per tutti, sia per una casa editrice piccola come la nostra che colossi dell’editoria quali Panini, Bonelli ecc. Per le più piccole è utile per farsi conoscere ed è importante avere degli autori presenti. Conta molto la comunicazione, quando le persone si fermano allo stand, è fondamentale parlare di cosa fa la nostra casa editrice, spiegare il lavoro, la nostra filosofia ed anche ascoltare i ragazzi che arrivano per far vedere il portfolio, i progetti e le idee; come fu per Penco. Michele stava facendo il giro per le case editrici assieme ad un suo amico, tale Gipi e dopo aver visto il suo materiale rimanemmo colpiti.

 

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Quindi non solo il Lucca Comics è importante per farsi pubblicità e vendere i propri volumi, ma anche a livello di scouting di nuovi talenti che si affacciano al mondo del fumetto italiano. Anche molte altre fiere hanno questa importanza, nonostante Lucca rappresenti il caposaldo nonché l’inizio e la fine dell’anno fumettistico.

Esiste anche il Comicon che sta acquistando notevole importanza. Va detto che anche le fiere più piccole servono ed hanno la loro importanza. Anzi, essendo più piccole risultano più a misura d’uomo e non caotiche come il Lucca, ed hai anche più tempo per dedicarti a chi ti presenta un progetto e ultimamente anche per stringere collaborazioni tra case editrici. Diciamo che il Covid-19 ha dato una spinta sotto questo aspetto. Da poche settimane infatti, abbiamo lanciato con altre realtà il portale Comicrew. Ogni casa editrice pubblica lì i volumi della propria linea editoriale ma siamo uniti nel promuovere la piattaforma per farci conoscere anche da un pubblico diverso. 

 

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Parlando del Covid-19 e di questo periodo particolare, che risultati avete avuto durante la quarantena a livello di vendite? Nonostante questo portale che sta prendendo piede, ci sono state complicazioni?

Tralasciando il fatto che ovviamente non c’erano fiere, abbiamo avuto dei picchi di vendita dopo ogni diretta che facevamo. La gente andava sul nostro sito, lo “spulciava” e faceva degli acquisti. Abbiamo, quindi, notato che comunicare in questo modo è efficace.

Parlando del Lucca Comics and Games 2020 avrete letto il comunicato stampa in cui si parla della nuova organizzazione del festival. Sono state gettate delle basi sulle quali lavorare, ma non si entra nello specifico dando semplicemente alcuni paletti come il tetto massimo di biglietti, l’organizzazione del percorso fiera, l’espansione dell’area e i Campfire. Quali sono i vostri pensieri a riguardo?

Al momento non ne abbiamo ancora discusso approfonditamente, poiché questo comunicato non entra nello specifico. Sono fiducioso perché è un team di professionisti che da anni lavora all’organizzazione della fiera. Io sarei per partecipare! Penso che limitando il numero di persone si potrà dare modo ad una casa editrice di avere più risalto. Non avendo tutta quella ressa davanti si avrà più tempo e possibilità di spiegare e parlare, avendo una comunicazione più efficace e magari più tempo per girare di più fra gli stand.

Poi per quanto riguarda le iniziative crossmediali ancora si fa fatica a capire quali siano, ma l’idea dei campfire e di collaborare con le fumetterie per fare una Lucca Comics espansa mi sembra un’ottima idea. Anche per il futuro potrebbe avere una notevole importanza e si potrebbe replicare nel corso degli anni. Anche le fumetterie più piccole potrebbero giovarne organizzando eventi, presentazioni, incontri; come succedeva anni fa in cui c’era più assiduità di pubblico all’interno delle fumetterie. Comunque da quello che si intuisce sono tutte prove che ci daranno idea di come muoversi in futuro al di là dell’emergenza Covid-19, come anche in altri contesti lavorativi, dove si è scoperto e valorizzato lo smart working, e quindi potrebbe cambiare anche il mondo fumettistico, perché no?

 

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Il Lucca Comics aveva un’affluenza di persone notevole e probabilmente il mondo del fumetto aveva bisogno anche di rinnovo. Pensi che valorizzare il ruolo delle fumetterie sia importante?

Certo, penso che per le fumetterie il problema è stato che ne hanno aperte “troppe”. Sembrava l’idea geniale per l’appassionato di fumetti medio: mi piacciono e mi apro una fumetteria. Non è proprio così: oltre alla passione per i fumetti bisogna avere anche la mentalità da commerciante. Devi avere competenza in quello che vendi, qualsiasi cosa sia; e la cosa che mancava era proprio la competenza. Spesso non sapevano spaziare aldilà dei loro gusti e non sapevano neanche valutare il cliente.

Tornando a Lucca, riguardo all’Area PRO e alle nuove proposte: ci sarà possibilità di proporsi?

Io penso che la possibilità di riuscire a parlare di più con le persone, con chi ha voglia di entrare in questo mondo, ci sarà. Per sceneggiatori, disegnatori, ma anche tutte le altre figure che servono ad una casa editrice come gli editor, i supervisori, i letteristi, i grafici… ed anche quelli avranno più possibilità di farsi vedere e proporsi. Ovviamente se mi viene un editor e parlando mi sbaglia i congiuntivi… magari lo mando da un’altra parte!

 

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Giustamente… in realtà molte persone non sanno quanto lavoro ci sia all’interno di una casa editrice per produrre un fumetto e, purtroppo, si pensa che sia una lavorazione molto semplice, portando a considerare il fumetto un qualcosa di basso livello. Anche se nel resto del mondo viene rispettato di più, come in Francia dove i fumettisti hanno addirittura un sindacato.

In Francia il fumetto è stato sempre considerato cultura, non solo roba per bambini. Già da noi lo sceneggiatore non se lo ricorda nessuno, in Francia invece viene visto come uno strumento di informazione e cultura di massa. Poi c’è da dire che sono sempre stati più battaglieri e rivoluzionari di noi ed il fatto che abbiano un sindacato non mi meraviglia. Da noi è molto individuale, non si riesce ad avere un senso comune. I passaggi di un fumetto sono attività talmente singole che quasi sempre vengono svolte da casa, quindi il senso di comunità, di gruppo, di riunirsi anche sindacalmente non c’è. 

Diciamo che per noi dell’ambito del fumetto, lo smart working era già presente da molto tempo.

Sì, come dicevo io durante il look down: a me non è cambiato niente, esco sempre una sola volta a settimana per comprare le sigarette, solo che adesso metto la mascherina!
Poi c’è da dire che in Italia non ha mai aiutato il sistema di informazione. Lasciando perdere le varie frasi e giudizi espressi da politici, anche le notizie sono sempre limitate. Pensiamo a Lucca Comics: è una fiera con in media circa 500.000 partecipanti la cui copertura mediatica consiste in un servizio breve al tg dove ti fanno vedere solo i cosplay – con tutto rispetto per loro; oppure ti dicono che la viabilità è interrotta causa “manifestazione fumetti”. A Lucca vengono portati artisti di rilevanza mondiale e tutti gli anni fanno partecipare autori da ogni dove, organizzando convegni ed interviste.

Un po’ le cose stanno cambiando: c’è Repubblica che fa degli ottimi articoli sui fumetti, ma anche Wonderland, una trasmissione su Rai 4. Il comicon, per esempio, non ha copertura per non parlare di altre fiere più piccole. Consideriamo che a Lucca non c’è solo fumetto: ci portano le anteprime di film, serie tv, Netflix, la Warner Bros.

 

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Basta pensare anche ai videogiochi: la Sony, la Nintendo, la Microsoft, che allestiscono interi padiglioni con chilometri di fila. Una fiera che nasce dal fumetto, ma che oltre a questo offre tanto altro per quanto riguarda l’intrattenimento.

Esatto, e non ne parlano a sufficienza, però poi magari vedi il servizio sulla sagra di paese, che va bene; ma bisognerebbe dare il giusto spazio a tutto.

Rimanendo sempre in ambito di Lucca: quali sono le vostre proposte e le vostre prossime uscite?

Le due uscite più importanti che porteremo a Lucca sono il primo volume di Rocketo e il primo volume di Ford Ravenstock. Probabilmente anche il secondo volume di Rocketo che in teoria era previsto ma è dovuto slittare e conterrà una storia inedita che farà da ponte con quella che sarà una nuova serie di Espinosa realizzata con una tecnica molto particolare. Porteremo anche il primo volume delle storie noir che sarà Hanoi Swing di Mariano Rose e Simone Perlina, il secondo volume anche di Morning star in collaborazione con la Leviathan.

Sempre di Frank Espinosa, oltre a Frankenstein, anche Dracula illustrato da lui. E speriamo di riuscire a portare qualche ospite come Frank, Rose e Perlina sicuri, poi Susanna Raule e Armando Rossi per Ford Ravenstock (anche se per Armando la vedo difficile). A breve pubblicheremo l’edizione digitale de Le storie perdute di Neil Gaiman, realizzato per beneficenza: tutti i ricavi andranno alla protezione civile per la lotta contro il Covid-19. Noi cerchiamo di fare nel nostro piccolo qualcosa per aiutare.

 

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Voglio farvi i complimenti per quello che state facendo perché penso sia una bellissima iniziativa in un periodo difficile come questo.

Il mondo del fumetto è stato molto attivo in questo frangente. Oltre a dare gratis i PDF ci sono state molte iniziative quali Come vite distanti realizzata da Arf! che ha portato diverse decine di migliaia di euro allo Spallanzani. Ce ne sono state molte altre e noi da tanto tempo facciamo questo tipo di beneficienza contro il cancro, a favore di un ospedale pediatrico; perché essendo noi un’associazione culturale fa parte del nostro statuto e anche della nostra mission. 

 

 

Allora noi restiamo in attesa di ulteriori novità, aspettando di poter leggere e magari recensire queste interessanti novità!

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