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Interviste

Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia

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Il fenomeno degli hikikomori è nato in Giappone negli anni Ottanta, ma negli ultimi anni anche in Italia si sono riscontrati i primi casi di giovani che si sono volontariamente isolati in casa. In questo periodo di quarantena è quasi naturale chiedersi: per loro cambia qualcosa? Come passano il loro tempo? E soprattutto, qual è la causa scatenante di questo fenomeno?

Ne abbiamo parlato con Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, laureato in psicologia sociale ed esperto di comunicazione digitale.

Partiamo dalle basi: chi sono gli hikikomori? C’è una definizione ufficiale del fenomeno?

No, non c’è una definizione ufficiale, però è una parola esplicativa, cioè nasce in gergo e in italiano significa “stare in disparte”. È stata utilizzata nel linguaggio comune inizialmente e poi ripresa a livello scientifico per riferirsi alle persone che si isolano in casa. Poi la definizione andrebbe ancora creata: perché si isolano in casa? Cosa fanno in casa?

Ci sono delle tempistiche per essere considerati hikikomori?

Il Giappone si è dato una tempistica perché doveva mappare il fenomeno, quindi ha fatto un sondaggio nazionale e per darsi un criterio minimo di isolamento ha scelto sei mesi. L’hikikomori è considerato tale se è isolato da almeno sei mesi, se non ha rapporti con amici, quindi rapporti al di fuori della famiglia, e se non ha in atto attività di studio o di lavoro e non ha malattie diagnosticate a livello psicologico. Con questo tipo di criterio il Giappone ha diagnosticato più di un milione di casi sia under 40 sia over 40. Ci sono molte persone isolate da 20 o 30 anni, quindi si parla veramente di un problema cronico molto profondo e che non è legato a una singola fase della vita. Molti pensano che l’hikikomori sia una persona che si isola volontariamente per una settimana o un mese… no, un hikikomori è una persona che si isola per periodi lunghi di tempo. Anche in Italia l’isolamento medio è intorno ai tre anni.



Nel video del vostro canale youtube “gli anime possono causare depressione e isolamento?” si è accennato a una cosa molto interessante, ovvero che molti hikikomori italiani sono appassionati di anime e manga. Pensi ci sia un collegamento tra questa passione e l’essere hikikomori? Perché sono così presenti nelle loro vite?

Anche da parte dei genitori c’è la richiesta di capire perché quasi tutti i loro figli hanno questa passione per gli anime. Ad alcuni è cominciata a nascere l’idea che ci potesse essere una correlazione, anche una possibile causa degli anime sull’isolamento degli hikikomori perché sembrava uno degli elementi che più di tutti accomunava questi ragazzi. Allora, io credo che ci sia una motivazione molto semplice. Gli anime sono uno strumento che riesce a valorizzare enormemente gli aspetti psicologici dei personaggi, molto di più di un film. I personaggi negli anime sono raccontati a livello introspettivo, riescono a emergere a livello di personalità e profondità umana. Siccome gli hikikomori sono mediamente persone molto introverse, anche fragili e sensibili, ritrovano nello strumento degli anime qualcosa di particolarmente attraente. Riescono a identificarsi nei personaggi proprio anche per queste loro debolezze, per la voglia di affermarsi nonostante la timidezza e tutte le difficoltà. Tendono a riconoscersi molto di più facilmente che nelle serie tv o nei libri o qualunque altro prodotto di intrattenimento o artistico. Ha un effetto identificatorio molto forte, tanto che molti hikikomori hanno come immagine di profilo sui social l’immagine di un anime, proprio perché finiscono per identificarsi talmente tanto nel personaggio da preferirlo alla loro stessa identità a volte.

L’altro aspetto è che gli hikikomori diventano, tramite questo tipo di meccanismo, incredibilmente appassionati di Giappone, per cui tantissimi hikikomori dicono che il loro sogno è quello di andare in Giappone, per un viaggio, per studiare o a vivere, e la vedono come una salvezza. La cosa paradossale è che la vedono come l’unica strada risolutiva al loro problema, che è un grandissimo paradosso proprio perché il Giappone è la terra con più hikikomori, ed è la terra anche con più suicidi e morti per il troppo lavoro, insomma una serie di problematiche sociali inenarrabili.

Non c’è nessuna correlazione causa effetto, anche se una problematica potrebbe essere che comunque una persona che guarda eccessivamente anime incomincia a vedere la realtà di tutti i giorni come una realtà particolarmente brutta rispetto alla realtà molto colorata, molto affascinante e molto più lineare degli anime. E questo potrebbe, non causare l’essere hikikomori, ma potenzialmente disincentivare un hikikomori a ritrovare nella realtà quotidiana le stesse sensazioni di piacere che invece un anime dà. Quindi questo potrebbe essere eventualmente un fattore peggiorativo della condizione di hikikomori, però mi sento di escludere che gli anime causino direttamente l’hikikomori.



Molti sognano di andare in Giappone, ma non è un controsenso?

Lo sognano ma non lo faranno mai. Spesso gli hikikomori sopravvalutano le proprie competenze. Hanno anche un’idea un po’ illusoria. Ci sono hikikomori che magari non riescono a uscire di casa, ma sognano di andare a lavorare all’estero, ma per andare a lavorare all’estero dovresti quanto meno essere in grado di pulire la tua stanza, per dire. Quindi hanno dei sogni irrealistici, potremmo paragonarli a delle fantasie, che però diventano talmente reali da illuderli che sia quella la soluzione. Spesso questa illusione è rappresentata dal Giappone. Non sempre però, poi ci sono anche hikikomori che non guardano anime, che sono più centrati per esempio sui videogiochi o sulle serie TV. Però la correlazione tra anime e hikikomori c’è, ed è evidente. Basta fare un sondaggio e tantissimi hikikomori ti dicono che loro amano gli anime e che vedono il Giappone come una terra bellissima e piena di positività. È un paradosso.

Quali sono le cause che portano un ragazzo a isolarsi?

Ci sono tante concause, sicuramente non tutti finiscono in questo tipo di situazione quindi sicuramente c’è una base caratteriale che solitamente è rappresentata da una persona inibita socialmente, quindi che fa fatica a relazionarsi e viene presa di mira, che è timida, introversa, magari un po’ più matura della media, più sensibile. Ma qual è il motivo sociologico per cui l’hikikomori si sta evolvendo in questo periodo e non venti o trent’anni fa? In Giappone il fenomeno è nato negli anni Settanta, in Italia è un po’ più recente. Stimiamo che ci siano almeno 100 mila casi, quindi non siamo ai livelli del Giappone (1 milione), però comunque si tratta di un numero importante a livello sociale.

Una delle principali cause è la pressione di realizzazione sociale e la competitività sociale, la società capitalistica in cui viviamo è sempre più competitiva, per eccellere devi avere risultati sempre più alti, e il confronto sociale dettato dai Social Network è aumentato. Per cui oggi non solo devi essere bravo, ma anche costantemente misurato tramite i social con altre persone, quindi sei in una costante gara per la realizzazione personale e questo causa tanta pressione. Questa pressione a volte porta a una rottura.

Inizialmente la scelta di diventare hikikomori può essere interpretata come la scelta di un ambiente sociale, o non sociale in questo caso, rispetto a un altro. Il problema è che poi questa preferenza iniziale diventa qualcosa di cronico, e quando diventa cronico si innesca un’altra serie di meccanismi psicologici, tra cui la paura del tempo perso, che poi fanno sì che questa preferenza iniziale si estremizzi e diventi irreversibile, o difficilmente irreversibile, in certi casi.

Diciamo che sostanzialmente gli hikikomori si nascondono perché nascondendosi non possono essere giudicati o comunque abbassano le fonti di giudizio. Poi una fonte di giudizio rimane sempre, che è la loro, e che è la fonte di giudizio che li distrugge.



Come stanno vivendo gli hikikomori questo periodo di quarantena?

La stanno vivendo in modo diverso, ma mediamente meglio rispetto alla popolazione generale. Per un hikikomori il fatto che le altre persone non escano, che non abbiano modo di realizzarsi, che siano bloccati nel loro processo di realizzazione personale in questa gara, è meglio perché non hanno l’ansia di dover uscire. Forse per la prima volta nella loro vita si sentono normali. Si sentono di fare quello che la società gli chiede di fare, stare in casa e non fare praticamente niente. Però ovviamente ci sono degli estremi in questo tipo di visione. Ci sono i misantropi, tanti hikikomori tendono a diventare molto pessimistici sulla società e sugli altri, quindi cominciano a odiare il genere umano. Quindi se il genere umano sta subendo una guerra o un’epidemia di massa loro sono contenti perché tutto sommato si sta estinguendo quello che loro ritengono essere un male assoluto.

Altri hikikomori invece lo vivono male perché stavano cominciando a uscire, ci sono hikikomori che hanno delle piccole attività fuori che rappresentavano un elemento salvifico… se togli l’unico appiglio che un hikikomori si stava costruendo nei confronti della società lo condanni a una regressione. Temo che quando riprenderà la possibilità di uscire gli hikikomori avranno un contraccolpo psicologico devastante.



Come aiutare una persona in questa situazione? Sia come associazione che come singoli individui. Molti spesso suggeriscono di staccare internet e costringerli a uscire, per esempio.

Non bisogna staccare internet, mai. Sicuramente non in modo repentino per evitare una dipendenza, però non è il primo problema che si riscontra in un hikikomori,

Noi come associazione partiamo dai genitori, perché crediamo che il problema degli hikikomori non sia un problema solo del singolo ma sia spesso un problema famigliare. C’è spesso anche un malfunzionamento dei genitori e della famiglia, quindi facciamo gruppi di mutuo aiuto per genitori e di supporto psicologico con i nostri volontari psicologi per aiutarli a capire la situazione, capire come evitare di mettere pressione sui figli, e quindi riaprire quella che noi chiamiamo la prima porta, che è la porta della camera da letto. Tantissimi hikikomori, soprattutto in Giappone, non hanno rapporti nemmeno con i genitori, quindi già il fattore di vivere bene l’ambiente casalingo è un fattore incredibilmente positivo per un hikikomori.

La prima cosa da fare è cercare di ricostruire l’alleanza genitore-figlio, che è la cosa fondamentale. Anche perché spesso i ragazzi non vogliono aiuto, la maggior parte delle richieste d’aiuto che abbiamo ricevuto sono da parte dei genitori, e pochissime da parte dei ragazzi. Per diversi motivi: il primo è che spesso sono disillusi sul fatto che qualcuno li possa aiutare, il secondo è che vedono la società in modo estremamente negativo, quindi non hanno neanche intenzione di tornare in una società che loro stessi hanno rifiutato e che ritengono essere mal vista. Altri ancora negano il problema, dicono che stanno bene e che vogliono semplicemente stare da soli.

La prevenzione è fondamentale, bisogna evitare che il problema si cronicizzi. Poi se questi ragazzi si sono isolati perché venivano soffocati dal giudizio sociale, dall’ansia di realizzazione, dal sentirsi inferiori, e tu genitore o terapeuta gli metti più pressione loro esplodono, perché sono già al limite.

Stiamo lavorando con le scuole per cercare di attuare dei programmi, che permettono agli hikikomori di andare avanti a studiare nonostante la presenza in aula. E sono contento che in questo periodo di chiusura delle scuole si stiano attrezzando per trovare dei sistemi scolastici da remoto, che poi potranno essere utilizzati anche in futuro per gli hikikomori. Perché spesso le scuole questo tipo di cose non le fanno, e quindi lasciano che un hikikomori venga bocciato, anche se magari al momento del ritiro aveva ottimi voti. L’hikikomori non si ritira perché non ha voglia di studiare, si ritira perché non riesce a stare in un ambiente sociale. Quindi stai andando a bocciare un ragazzo mediamente molto intelligente, molto capace a livello scolastico e gli stai facendo un torto doppio.



La maggior parte degli hikikomori sono uomini, c’è una motivazione per questa “divisione”?

Sì, ma è un argomento davvero vastissimo ed è davvero difficile da riassumere. Cercherò di prendere i punti cardini. È legato molto alle aspettative sociali, e queste aspettative variano a seconda del tuo ruolo di genere. Il ruolo di genere è semplicemente quello che gli altri si aspettano da te perché sei uomo o donna. Le aspettative sull’uomo sono un po’ sottovalutate oggi a livello sociale, quindi tutte le pressioni legate al ruolo di genere maschile non vengono molto a galla nelle discussioni pubbliche. Per diversi motivi, un po’ perché c’è un’opprimente presenza delle tematiche femminili, che sono giustissime, però tendono a livello mediatico a essere dominanti; un po’ perché gli uomini sono educati a lamentarsi molto meno dei propri problemi, e un po’ perché non se ne rendono conto, perché se non se ne parla non ci si rende nemmeno conto di quanto il nostro ruolo di genere sia opprimente. Le donne sono educate per il loro ruolo di genere ad essere più attente, sono disincentivate ad avere tanti partner, gli uomini sono invece educati a livello sociale a ricercare più partner, quindi un uomo che rimane vergine è una pressione sociale devastante.

Questo non significa che le donne non hanno problemi, però in relazione alle aspettative sociali che generano l’hikikomori, gli uomini sono mediamente più colpiti perché le pressioni sessuali hanno un ruolo egemone. Poi una cosa interessante è che le donne hikikomori, che statisticamente vanno dal 10 al 30%, hanno pressioni spesso legate al corpo, cioè alla bellezza. Per esempio negli ultimi anni stanno aumentando i fenomeni delle cutters, delle ragazze che si tagliano, che per esempio negli uomini è più basso, perché per le donne il corpo è la più grande pressione sociale. Cambiano le problematiche a seconda del tipo di pressione.



Come possono contattare l’associazione?

Siamo su tutti i social: Yotube, Facebook, Instagram, oppure alla mail info@hikikomoriitalia.it e nella sezione contatti del nostro sito www.hikikomoriitalia.it.

Ecco alcuni video per approfondire l’argomento

Giornalista pubblicista e Laureata in Lingue e Culture per l’Editoria. Procrastinatrice seriale, vado avanti a forza di caffeina e ansia e in qualche modo sta funzionando. Mi piacciono la lettura, i Beatles, lo Spritz Campari e le maratone (Netflix). Non mi piacciono il caffè annacquato, scrivere biografie e fare liste.

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Interviste

LUCILLAJIGGLY: la twitcher dell’arte

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LUCILLAJIGGLY

Noi di DailyNerd abbiamo girato in lungo e in largo questo Romics2022 e, come si dice, chi cerca trova. Infatti ci ha concesso un’intervista esclusiva la nota streamer Lucilla Materazzi, in arte: Lucillajiggly.

Classe ’96, dottoressa in storia dell’arte, attrice, fotomodella e streamer su Twitch, vantando più di 40.000 follower sulla piattaforma viola e 684.000 su Instagram. Ecco le nostre domande!

Lucillajiggly

“Io sono dottoressa in storia dell’arte, streamer e fotomodella. Nel tempo libero mi piace molto andare nei musei e fare recitazione, anche se ultimamente mi sto allontanando da questo mondo prediligendo lo streaming”.

Twitch o recitazione?

“Sento più vero Twitch. Il mondo della TV e del cinema è troppo corrotto e controverso. Ho avuto delle esperienze in cui, in situazioni di provino, favoritismi e nepotismo erano all’ordine del giorno. Non posso dire di più ma comunque mi è successo in prima persona ed è stata un bella botta”.

“Ovviamente c’è invidia e concorrenza anche nel mondo dello streaming, ma ci sono tante esperienze e incontri positivi che vincono su tutto. Conoscendo molti/e streamer che reputo persone squisite con cui mi piace passare il tempo”.

Ti piacerebbe fare un film tuo?

“Se fosse possibile, sì. Mi piacerebbe fare un qualcosa di genere horror o magari un thriller psicologico. Generi che preferisco”.

Le origini di Twitch

“All’inizio guardavo solo Youtube. Seguivo Willwoosh, Dario Moccia, Zeb89, Yotobi… Twitch in realtà l’ho scoperto per caso, grazie al mio ex che ne era un appassionato. È stato lui, infatti, a spingermi a provare ad aprire un mio canale. Così gli ho dato retta, è andata bene e spero che continui così”.

“All’inizio della mia carriera provavo solo con del Just Chatting, poi ho iniziato ad organizzare live di storia dell’arte, partite di scacchi, salotti con gli streamer ai quali sono più legata, gaming soprattutto su Final Fantasy – mia saga preferita – e adesso vorrei portare un nuovo format dove intervisterò degli artisti contemporanei emergenti”.

L’importanza della community

“Sono molto contenta della mia community, del fatto che, qualsiasi contenuto porti, i miei spettatori siano entusiasti, appoggiano le mie idee, sono calorosi, mi stimano e quindi è una grandissima soddisfazione”.

Hanno influito le live party?

“Sicuramente una fetta della mia community è arrivata da Dario Moccia e sono felice del fatto che siano rimasti. Io ho fatto il primo pub dell’amico ad ottobre, adesso siamo ad aprile e vedo che la community continua a crescere, segno che mi apprezzano, mi stimano e mi fa piacere che apprezzino anche live complesse come quelle di storia dell’arte”.

Hai avuto momenti in cui volevi lasciar perdere?

“All’inizio sì. Purtroppo per chi comincia, all’inizio, è veramente difficile. Twitch è una piattaforma ormai satura e non dà la giusta visibilità in quelle fasi, quindi è proprio difficile emergere”.

Da quanto giochi a scacchi?

“Dunque in realtà gioco a scacchi da pochissimo, nemmeno un anno. Non mi reputo molto brava, anche perché mi distraggo troppo. Ovviamente in live non è semplice: io mi sento molto in colpa se perdo messaggi in chat quindi cerco sempre di leggere tutto e rispondere a tutti”.

Hai mai avuto problemi?

“Per adesso ho sempre avuto una chat molto rispettosa e ne sono fiera. Sporadicamente si sono verificati commenti a sfondo sessista e feticista, ma comunque li definirei episodici. Io sono molto orgogliosa della mia community e voglio loro molto bene”.

Lucillajiggly e l’Arte

“Preferisco insegnare Arte su Twitch piuttosto che in una scuola per diversi motivi, potrei dire banalmente per lo stipendio, ma soprattutto per la mia poca pazienza che non riuscirei ad avere. In tutta onestà non penso sia il mestiere più adatto a me”.

Gestione del tempo

“Gestire la giornata fra Twitch, recitazione e fotomodella non è cosa semplice. Dovrò infatti smettere con la fotografia o comunque ridurre diversi set. Twitch mi prendo molto tempo, soprattutto organizzare le live di storia dell’arte. Per preparare una live del genere su un artista a settimana ci impiego circa 2 giorni e mezzo. Devo trovare i quadri, ‘censurarli’ -Twitch non vuole in nudo nemmeno nelle opere d’arte -, prendere tutte le informazioni per fare in modo che duri almeno un’ora e mezza”.

Com’è iniziata la carriera da fotomodella?

“La mia carriera da fotomodella è iniziata a 18 anni perché mi scoprì un fotografo di Grosseto che mise poi le foto su Instagram. Esplosero totalmente a caso e inizia a lavorare a Milano, Roma , Bologna ecc.”.

Trovi differenze fra Instagram e Twitch?

“Mi sto accorgendo che le differenze sono relative soprattutto alla community. Su Twitch le persone sono molto più fidelizzate: ti riconoscono più facilmente, sono più spigliate, tutti vogliono chiederti una foto e altro. Mentre su Instagram magari ti ammirano esteticamente ma poi non conoscono la persona che sei, di conseguenza si affezionano meno”.

Per noi di DailyNerd è stato veramente un piacere scambiare quattro chiacchiere con Lucillajiggly e speriamo di incontrarla ancora in futuro. Al momento possiamo consigliare le sue live, soprattutto quelle di storia dell’arte. Be brave, be nerd!

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Interviste

DZ Edizioni: Dark Zone

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Romics2022 ricco di novità e conoscenze piacevoli, come il nostro incontro con il team della DZ Edizioni. Casa Editrice dinamica che si fa notare, anche per la recente espansione in campo fumettistico: sentiamo cos’hanno da dire.

DZ Edizioni: le origini

Inizialmente parte come associazione culturale nel 2016 e nel giro di un anno si trasforma in una vera e propria Casa Editrice. Al tempo l’associazione si chiamava Dark Zone con un occhio rivolto al mondo del fantastico.

“Trattiamo moltissimi generi ma partiamo dal fantasy, urban fantasy, horror, steampunk e distopico. Nel tempo ci siamo orientati anche sulla giallistica, thriller, romance, narrativa. Cercando sempre personaggi forti, figura femminili intense e non caricature o stereotipi”.

“Uno dei nostri punti di forza è la grafica. Per le cover effettuiamo uno studio preciso e mirato finalizzato alla produzione di un’immagine che funga da biglietto da visita”.

“Facciamo anche un premio “Giovanni Pace” rivolto ai talenti che si articola in illustrazione e romanzi. Appena concluso il secondo bando che ha prodotto Technoflowers di Davide Ciavattella”.

La passione della DZ Edizione

Francesca Pace, prima di essere editrice, è stata autrice della saga “Emma” e la DZ al tempo nacque come ritrovo per gli amanti della scrittura di un determinato tipo.

Dall’aggregazioni di menti diverse, questa passione si è trasformata in un vero e proprio lavoro. La Dark Zone era un gruppo Facebook in cui ci si scambiava idee, sempre rivolto ad autori e autrici italiane. Le firme non italiane in realtà sono semplici pseudonimi.

Covid?

“Abbiamo affrontato il periodo duramente, ma con la speranza che fosse un qualcosa di passeggero. Una delle prime fiere fatte per la ripartenza è stata quella di Torino dello scorso anno ed è stato un successo a livello di pubblico e riscontro dei lettori che non ci hanno abbandonato nemmeno nel periodo in cui era difficile, per noi case editrici, sopravvivere”.

“Per stare vicino alla nostra community abbiamo anche organizzato fiere online, dedicandoci anche a tavole rotonde di genere. Spostando l’attenzione della fiera, che non si poteva fare, in quella che poi era l’origine della DZ Edizioni, ossia la parte Social”.

Lavoro e volumi

Gli ultimi volumi usciti sono “Technoflowers“, la conclusione della saga “Il vortice nero” di Daniele Viaroli e due antologie horror. In Italia purtroppo si fa fatica a considerare le antologie un prodotto degno di nota ma, soprattutto per l’horror, non è così basti pensare a Poe o a Lovecraft.

“Le ossa dei morti” uno dei tanti horror di Miriam Palombi che come autrice afferma, come Elena Mandolini, che per scrivere horror bisogna essere realistici e spaventare il lettore.

Il lavoro del dietro le quinte è ugualmente appassionante poiché permette di leggere e capire in che direzione va l’horror moderno, le contaminazioni e i vari influssi. L’horror deve spaventare e se bisognasse tirar fuori qualche esempio italiano non ci sarebbero dubbi su Paolo Di Orazio, molto viscerale e con una prosa degna di nota. Oltre ovviamente ai grandi maestri come Lovecraft, Poe e King.

DZ Edizioni: comics

La branca fumettistica della DZ Edizioni, decisamente nuova, si chiama DZ Comics e vanta già un catalogo alquanto fornito.

Nasce dalla professionalità di autori che già seguivano la parte grafica delle cover. I quali hanno creato libri illustrati di qualità elevate. Non solo, ma i prodotti della collana comics sono curati sia per quanto riguarda i contenuti che per l’impaginazione, la carte e la copertina.

Il discorso “fumetto” è nato poiché ben sposa le tematiche comuni alle restanti della casa editrice, contaminando il pubblico di narrativa con il fumetto e viceversa. Essendo due realtà parallele.

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Interviste

Dall’universo di Star Wars il LUDOSPORT

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Chi non ha mai fantasticato di diventare Jedi o Sith, controllare la forza e usare una spada laser? Parlo per me e dico che da ragazzino era il mio gioco preferito.

Tuttavia in questo Romics2022 ho scoperto che esiste uno sport dove puoi usare spade laser -ovviamente senza laser, ma ci arriveremo presto. Quindi, facendomi strada, ho voluto saperne di più.

Lo sport delle spade laser

Questa disciplina schermistica si chiama ludosport ed è nata a Milano nel 2007 dalla passione di 3 esperti di arti marziali e arti di combattimento, che hanno ideato questo modo di combattere. Si utilizza lo strumento “spada laser” come se fosse una vera e propria scherma.

Quindi non si tratta di una coreografia ma di un vero e proprio modo di combattere con questo attrezzo. Che comprende quindi un regolamento, forme precise e molto altro.

Dal 2007 questa disciplina si è diffusa sia a livello nazionale che internazionale contando diverse decine di scuole in tutt’Italia.

Come funziona il ludosport?

L’atleta, dal momento in cui si iscrive, inizia a praticare un tipo di combattimento che noi chiamiamo “Forma 1“. Uno stile molto semplice e sicuro così da iniziare a prendere dimestichezza con la spada laser. Con il passare del tempo si apprenderanno sempre tecniche più complesse: ad una mano, cambi mano, salti, rotolate, giri.

Tutto questo culmina nel combattimento che è il clou della disciplina. L’atleta dovrà colpire l’avversario: è un vero e proprio sport di contatto. Facendo finta che sia veramente laser, se colpisco il bersaglio al braccio, gli avrei reciso l’arto. Quindi la forza del colpo non è necessaria, ma è importante toccare. Ed il momento di competizione massima sono i tornei dove ci si confronta con scuole e atleti diversi.

Il sistema è a punti ed esistono 2 tipi di bersaglio: quello mortale e quello non mortale. Quelli mortali danno il punto e sarebbe dal gomito e ginocchio in su, mentre il resto interrompe la linea di attacco e di difesa, dando un vantaggio all’avversario.

Codice

Il ludosport è fortemente basato sull’autodichiarazione. Infatti è l’atleta stesso che, in totale onestà, dichiara che l’avversario l’ha colpito. Pertanto darà un vantaggio allo sfidante aprendo la guardia.

Ovviamente non è banale, ecco perché nei contesti più agonistici ci sono diversi arbitri che seguono la dinamica dell’incontro, per garantirne la correttezza e trasparenza. Diventa motivo di vanto di questa disciplina essere retta sull’onestà sportiva.

Spada laser e ludosport

La spada laser è formata da un’elsa in alluminio con all’interno la parte elettronica. L’elsa non ha il pulsante di accensione – dannegiabile – ma si attiva grazie ad un movimento. La “lama” è costituita da policarbonato espanso.

Può succedere che si rompa, anche se raro, tuttavia se la spada nell’interezza ha un costo elevato, cambiare solo la parte della lama ha un costo facilmente sostenibile (circa 20 euro).

Lo sport in sé non è, tuttavia, costoso poiché escluse le consuete spese d’iscrizione, la spada viene fornita dalla Scuola stessa.

Insomma sembrerebbe uno sport perfetto per chi, come me ha sempre desiderato essere uno Jedi!

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