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Interviste

Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia

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Il fenomeno degli hikikomori è nato in Giappone negli anni Ottanta, ma negli ultimi anni anche in Italia si sono riscontrati i primi casi di giovani che si sono volontariamente isolati in casa. In questo periodo di quarantena è quasi naturale chiedersi: per loro cambia qualcosa? Come passano il loro tempo? E soprattutto, qual è la causa scatenante di questo fenomeno?

Ne abbiamo parlato con Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, laureato in psicologia sociale ed esperto di comunicazione digitale.

Partiamo dalle basi: chi sono gli hikikomori? C’è una definizione ufficiale del fenomeno?

No, non c’è una definizione ufficiale, però è una parola esplicativa, cioè nasce in gergo e in italiano significa “stare in disparte”. È stata utilizzata nel linguaggio comune inizialmente e poi ripresa a livello scientifico per riferirsi alle persone che si isolano in casa. Poi la definizione andrebbe ancora creata: perché si isolano in casa? Cosa fanno in casa?

Ci sono delle tempistiche per essere considerati hikikomori?

Il Giappone si è dato una tempistica perché doveva mappare il fenomeno, quindi ha fatto un sondaggio nazionale e per darsi un criterio minimo di isolamento ha scelto sei mesi. L’hikikomori è considerato tale se è isolato da almeno sei mesi, se non ha rapporti con amici, quindi rapporti al di fuori della famiglia, e se non ha in atto attività di studio o di lavoro e non ha malattie diagnosticate a livello psicologico. Con questo tipo di criterio il Giappone ha diagnosticato più di un milione di casi sia under 40 sia over 40. Ci sono molte persone isolate da 20 o 30 anni, quindi si parla veramente di un problema cronico molto profondo e che non è legato a una singola fase della vita. Molti pensano che l’hikikomori sia una persona che si isola volontariamente per una settimana o un mese… no, un hikikomori è una persona che si isola per periodi lunghi di tempo. Anche in Italia l’isolamento medio è intorno ai tre anni.



Nel video del vostro canale youtube “gli anime possono causare depressione e isolamento?” si è accennato a una cosa molto interessante, ovvero che molti hikikomori italiani sono appassionati di anime e manga. Pensi ci sia un collegamento tra questa passione e l’essere hikikomori? Perché sono così presenti nelle loro vite?

Anche da parte dei genitori c’è la richiesta di capire perché quasi tutti i loro figli hanno questa passione per gli anime. Ad alcuni è cominciata a nascere l’idea che ci potesse essere una correlazione, anche una possibile causa degli anime sull’isolamento degli hikikomori perché sembrava uno degli elementi che più di tutti accomunava questi ragazzi. Allora, io credo che ci sia una motivazione molto semplice. Gli anime sono uno strumento che riesce a valorizzare enormemente gli aspetti psicologici dei personaggi, molto di più di un film. I personaggi negli anime sono raccontati a livello introspettivo, riescono a emergere a livello di personalità e profondità umana. Siccome gli hikikomori sono mediamente persone molto introverse, anche fragili e sensibili, ritrovano nello strumento degli anime qualcosa di particolarmente attraente. Riescono a identificarsi nei personaggi proprio anche per queste loro debolezze, per la voglia di affermarsi nonostante la timidezza e tutte le difficoltà. Tendono a riconoscersi molto di più facilmente che nelle serie tv o nei libri o qualunque altro prodotto di intrattenimento o artistico. Ha un effetto identificatorio molto forte, tanto che molti hikikomori hanno come immagine di profilo sui social l’immagine di un anime, proprio perché finiscono per identificarsi talmente tanto nel personaggio da preferirlo alla loro stessa identità a volte.

L’altro aspetto è che gli hikikomori diventano, tramite questo tipo di meccanismo, incredibilmente appassionati di Giappone, per cui tantissimi hikikomori dicono che il loro sogno è quello di andare in Giappone, per un viaggio, per studiare o a vivere, e la vedono come una salvezza. La cosa paradossale è che la vedono come l’unica strada risolutiva al loro problema, che è un grandissimo paradosso proprio perché il Giappone è la terra con più hikikomori, ed è la terra anche con più suicidi e morti per il troppo lavoro, insomma una serie di problematiche sociali inenarrabili.

Non c’è nessuna correlazione causa effetto, anche se una problematica potrebbe essere che comunque una persona che guarda eccessivamente anime incomincia a vedere la realtà di tutti i giorni come una realtà particolarmente brutta rispetto alla realtà molto colorata, molto affascinante e molto più lineare degli anime. E questo potrebbe, non causare l’essere hikikomori, ma potenzialmente disincentivare un hikikomori a ritrovare nella realtà quotidiana le stesse sensazioni di piacere che invece un anime dà. Quindi questo potrebbe essere eventualmente un fattore peggiorativo della condizione di hikikomori, però mi sento di escludere che gli anime causino direttamente l’hikikomori.



Molti sognano di andare in Giappone, ma non è un controsenso?

Lo sognano ma non lo faranno mai. Spesso gli hikikomori sopravvalutano le proprie competenze. Hanno anche un’idea un po’ illusoria. Ci sono hikikomori che magari non riescono a uscire di casa, ma sognano di andare a lavorare all’estero, ma per andare a lavorare all’estero dovresti quanto meno essere in grado di pulire la tua stanza, per dire. Quindi hanno dei sogni irrealistici, potremmo paragonarli a delle fantasie, che però diventano talmente reali da illuderli che sia quella la soluzione. Spesso questa illusione è rappresentata dal Giappone. Non sempre però, poi ci sono anche hikikomori che non guardano anime, che sono più centrati per esempio sui videogiochi o sulle serie TV. Però la correlazione tra anime e hikikomori c’è, ed è evidente. Basta fare un sondaggio e tantissimi hikikomori ti dicono che loro amano gli anime e che vedono il Giappone come una terra bellissima e piena di positività. È un paradosso.

Quali sono le cause che portano un ragazzo a isolarsi?

Ci sono tante concause, sicuramente non tutti finiscono in questo tipo di situazione quindi sicuramente c’è una base caratteriale che solitamente è rappresentata da una persona inibita socialmente, quindi che fa fatica a relazionarsi e viene presa di mira, che è timida, introversa, magari un po’ più matura della media, più sensibile. Ma qual è il motivo sociologico per cui l’hikikomori si sta evolvendo in questo periodo e non venti o trent’anni fa? In Giappone il fenomeno è nato negli anni Settanta, in Italia è un po’ più recente. Stimiamo che ci siano almeno 100 mila casi, quindi non siamo ai livelli del Giappone (1 milione), però comunque si tratta di un numero importante a livello sociale.

Una delle principali cause è la pressione di realizzazione sociale e la competitività sociale, la società capitalistica in cui viviamo è sempre più competitiva, per eccellere devi avere risultati sempre più alti, e il confronto sociale dettato dai Social Network è aumentato. Per cui oggi non solo devi essere bravo, ma anche costantemente misurato tramite i social con altre persone, quindi sei in una costante gara per la realizzazione personale e questo causa tanta pressione. Questa pressione a volte porta a una rottura.

Inizialmente la scelta di diventare hikikomori può essere interpretata come la scelta di un ambiente sociale, o non sociale in questo caso, rispetto a un altro. Il problema è che poi questa preferenza iniziale diventa qualcosa di cronico, e quando diventa cronico si innesca un’altra serie di meccanismi psicologici, tra cui la paura del tempo perso, che poi fanno sì che questa preferenza iniziale si estremizzi e diventi irreversibile, o difficilmente irreversibile, in certi casi.

Diciamo che sostanzialmente gli hikikomori si nascondono perché nascondendosi non possono essere giudicati o comunque abbassano le fonti di giudizio. Poi una fonte di giudizio rimane sempre, che è la loro, e che è la fonte di giudizio che li distrugge.



Come stanno vivendo gli hikikomori questo periodo di quarantena?

La stanno vivendo in modo diverso, ma mediamente meglio rispetto alla popolazione generale. Per un hikikomori il fatto che le altre persone non escano, che non abbiano modo di realizzarsi, che siano bloccati nel loro processo di realizzazione personale in questa gara, è meglio perché non hanno l’ansia di dover uscire. Forse per la prima volta nella loro vita si sentono normali. Si sentono di fare quello che la società gli chiede di fare, stare in casa e non fare praticamente niente. Però ovviamente ci sono degli estremi in questo tipo di visione. Ci sono i misantropi, tanti hikikomori tendono a diventare molto pessimistici sulla società e sugli altri, quindi cominciano a odiare il genere umano. Quindi se il genere umano sta subendo una guerra o un’epidemia di massa loro sono contenti perché tutto sommato si sta estinguendo quello che loro ritengono essere un male assoluto.

Altri hikikomori invece lo vivono male perché stavano cominciando a uscire, ci sono hikikomori che hanno delle piccole attività fuori che rappresentavano un elemento salvifico… se togli l’unico appiglio che un hikikomori si stava costruendo nei confronti della società lo condanni a una regressione. Temo che quando riprenderà la possibilità di uscire gli hikikomori avranno un contraccolpo psicologico devastante.



Come aiutare una persona in questa situazione? Sia come associazione che come singoli individui. Molti spesso suggeriscono di staccare internet e costringerli a uscire, per esempio.

Non bisogna staccare internet, mai. Sicuramente non in modo repentino per evitare una dipendenza, però non è il primo problema che si riscontra in un hikikomori,

Noi come associazione partiamo dai genitori, perché crediamo che il problema degli hikikomori non sia un problema solo del singolo ma sia spesso un problema famigliare. C’è spesso anche un malfunzionamento dei genitori e della famiglia, quindi facciamo gruppi di mutuo aiuto per genitori e di supporto psicologico con i nostri volontari psicologi per aiutarli a capire la situazione, capire come evitare di mettere pressione sui figli, e quindi riaprire quella che noi chiamiamo la prima porta, che è la porta della camera da letto. Tantissimi hikikomori, soprattutto in Giappone, non hanno rapporti nemmeno con i genitori, quindi già il fattore di vivere bene l’ambiente casalingo è un fattore incredibilmente positivo per un hikikomori.

La prima cosa da fare è cercare di ricostruire l’alleanza genitore-figlio, che è la cosa fondamentale. Anche perché spesso i ragazzi non vogliono aiuto, la maggior parte delle richieste d’aiuto che abbiamo ricevuto sono da parte dei genitori, e pochissime da parte dei ragazzi. Per diversi motivi: il primo è che spesso sono disillusi sul fatto che qualcuno li possa aiutare, il secondo è che vedono la società in modo estremamente negativo, quindi non hanno neanche intenzione di tornare in una società che loro stessi hanno rifiutato e che ritengono essere mal vista. Altri ancora negano il problema, dicono che stanno bene e che vogliono semplicemente stare da soli.

La prevenzione è fondamentale, bisogna evitare che il problema si cronicizzi. Poi se questi ragazzi si sono isolati perché venivano soffocati dal giudizio sociale, dall’ansia di realizzazione, dal sentirsi inferiori, e tu genitore o terapeuta gli metti più pressione loro esplodono, perché sono già al limite.

Stiamo lavorando con le scuole per cercare di attuare dei programmi, che permettono agli hikikomori di andare avanti a studiare nonostante la presenza in aula. E sono contento che in questo periodo di chiusura delle scuole si stiano attrezzando per trovare dei sistemi scolastici da remoto, che poi potranno essere utilizzati anche in futuro per gli hikikomori. Perché spesso le scuole questo tipo di cose non le fanno, e quindi lasciano che un hikikomori venga bocciato, anche se magari al momento del ritiro aveva ottimi voti. L’hikikomori non si ritira perché non ha voglia di studiare, si ritira perché non riesce a stare in un ambiente sociale. Quindi stai andando a bocciare un ragazzo mediamente molto intelligente, molto capace a livello scolastico e gli stai facendo un torto doppio.



La maggior parte degli hikikomori sono uomini, c’è una motivazione per questa “divisione”?

Sì, ma è un argomento davvero vastissimo ed è davvero difficile da riassumere. Cercherò di prendere i punti cardini. È legato molto alle aspettative sociali, e queste aspettative variano a seconda del tuo ruolo di genere. Il ruolo di genere è semplicemente quello che gli altri si aspettano da te perché sei uomo o donna. Le aspettative sull’uomo sono un po’ sottovalutate oggi a livello sociale, quindi tutte le pressioni legate al ruolo di genere maschile non vengono molto a galla nelle discussioni pubbliche. Per diversi motivi, un po’ perché c’è un’opprimente presenza delle tematiche femminili, che sono giustissime, però tendono a livello mediatico a essere dominanti; un po’ perché gli uomini sono educati a lamentarsi molto meno dei propri problemi, e un po’ perché non se ne rendono conto, perché se non se ne parla non ci si rende nemmeno conto di quanto il nostro ruolo di genere sia opprimente. Le donne sono educate per il loro ruolo di genere ad essere più attente, sono disincentivate ad avere tanti partner, gli uomini sono invece educati a livello sociale a ricercare più partner, quindi un uomo che rimane vergine è una pressione sociale devastante.

Questo non significa che le donne non hanno problemi, però in relazione alle aspettative sociali che generano l’hikikomori, gli uomini sono mediamente più colpiti perché le pressioni sessuali hanno un ruolo egemone. Poi una cosa interessante è che le donne hikikomori, che statisticamente vanno dal 10 al 30%, hanno pressioni spesso legate al corpo, cioè alla bellezza. Per esempio negli ultimi anni stanno aumentando i fenomeni delle cutters, delle ragazze che si tagliano, che per esempio negli uomini è più basso, perché per le donne il corpo è la più grande pressione sociale. Cambiano le problematiche a seconda del tipo di pressione.



Come possono contattare l’associazione?

Siamo su tutti i social: Yotube, Facebook, Instagram, oppure alla mail info@hikikomoriitalia.it e nella sezione contatti del nostro sito www.hikikomoriitalia.it.

Ecco alcuni video per approfondire l’argomento

Giornalista pubblicista e Laureata in Lingue e Culture per l’Editoria. Procrastinatrice seriale, vado avanti a forza di caffeina e ansia e in qualche modo sta funzionando. Mi piacciono la lettura, i Beatles, lo Spritz Campari e le maratone (Netflix). Non mi piacciono il caffè annacquato, scrivere biografie e fare liste.

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Interviste

Intervista a Samuele Sciacca, alfiere italiano dei meme-games

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samuele sciacca intervista videogiochi

Qualcuno di voi ricorderà sicuramente Al Bano vs. Dinos, divertentissimo videogioco dedicato alle dichiarazioni del cantante di Cellino sulla possibilità di sconfiggere il covid-19 data la nostra esperienza nell’abbattere i dinosauri. Altri ancora ricorderanno, invece, il videogame The Boys, dedicato alla omonima serie trasmessa su Amazon Prime Video. Entrambi hanno in comune la figura di Samuele Sciacca, developer nostrano.

Samuele Sciacca Al Bano vs. Dinos

Bene, in collaborazione con il canale partner Four To Play abbiamo intervistato Samuele Sciacca, promotore di quello che è praticamente n nuovo genere: il meme-game. In fondo all’articolo troverete la versione video completa dell’intervista.

Ciao Samuele, cosa fai nella vita?

Mi dedico allo sviluppo di un tipo particolare di videogiochi: gli adver-game e, inoltre, ho un canale YouTube tramite il quale tento di insegnare lo sviluppo di videogame agli altri.

Noi ti abbiamo conosciuto durante i mesi del lockdown con Al Bano vs. Dinos, come è venuta l’idea?

L’idea è stata a dire il vero di Manolo Saviantoni, in arte The Oluk che collabora con me in qualità di pixel artist. Un giorno mi ha proposto di realizzare questo ‘meme-game’. Inizialmente non volevo farlo perché ero strapieno di lavoro, poi però ho cambiato idea ed è successo quello che è succcesso.

Con il successo sei diventato praticamente un meta-meme.

Sì, beh c’è una cosa che non abbiamo ancora reso pubblica ma ne approfitto per annunciarla in esclusiva qui. Abbiamo comprato il dominio memegames.it sul quale portare da ora in avanti tutti i videogiochi che faremo basandoci sui meme. Dopo Al Bano Vs. Dinos vi ricorderete sicuramente di Capramento, il titolo dedicato a Sgarbi e alla strana sua uscita dal Parlamento italiano.

Dato che non lavori da solo forse è il caso di ricordare anche gli altri membri del team.

Sì, non ho un team fisso vero e proprio ma ci sono dei collaboratori coi quali lavoro più spesso. Uno lo abbiamo già citato ed è The Oluk che si occupa della pixel-art. Le musiche, invece, sono affidate a Jeff Sisti. Con loro ho realizzato i meme-games di cui abbiamo parlato. Certo, molto si basa anche sulle richieste che mi vengono commissionate. Se ad esempio mi viene richiesto uno stile grafico diverso dalla pixel-art bisogna adattarsi.

Samuele Sciacca Capramento

Torniamo alle origini. Come è iniziato tutto?

Ho iniziato a circa 10 anni col mio primo computer. Un Toshiba regalatomi da mio padre, quasi 700 euro di portatile. Nonostante fosse davvero un buon laptop ero costretto a formattarlo quasi ogni mese perchè non facevo altro che installare programmi nuovi ogni mese, RPG Maker, FPS Creator… Intorno ai 15 anni ho scoperto il framework Face RGS e, con quello, in una mattina che ero a casa da scuola, realizzai il mio primo videogioco vero e proprio.

Da lì nasce una storia interessante: qualche settimana prima per puro caso avevo scoperto il servizio Game Mix ma, quando sono andato a cercarlo su twitter, ho digitato per sbaglio Game Pix. Li contatto, convinto di essermi rivolto alle persone che cercavo inizialmente e scopro di stare parlando con dei publisher italiani a cui il mio progetto piace, e parecchio anche. Da lì ho scoperto che con i videogiochi si può anche guadagnare e allora ho iniziato a realizzarne parecchi.

Il lavoro ha ingranato fin da subito?

A dire il vero no. Ho continuato a provarci fino ai 20. In quel periodo stavo trascorrendo il classico anno a Londra dove sono finito a fare il lavapiatti. Fino a quando non vengo contattato dalla catena Mondo Convenienza che mi commissiona ben 7 adver-game. Solo dopo quell’esperienza ha iniziato a diventare un lavoro più serio. Torno a Messina, la mia città d’origine, per aprire la partita IVA e subito dopo mi trasferisco a Milano.

Quanti videogiochi hai già realizzato, più o meno?

Fino ad ora, di quelli pubblicati, sono 30 o forse più ma dovrei contarli, non sono sicuro.

Poco fa hai detto di avere realizzato il primo in una mattina a casa da scuola. Quanto ci hai messo?

Appena 4 ore. Il videogame si chiamava Blop, c’è anche un video dedicato sul mio canale. Si trattava ovviamente di qualcosa di veramente basilare. Però da lì ho capito che si può realizzare un business dai videogiochi. Credo di essere stato il primo della mia cerchia a intuire la possibilità di sviluppare browser-game in HTML-5 mentre tutti gli altri mi consigliavano dei più ‘comuni’ mobile-games per iOS o Android.

Se potessi scegliere di lavorare per una Major, quale sceglieresti?

A dire il vero non è il mio sogno. Mi piace già molto quello che faccio e vorrei continuare a farlo e rimanere indipendente. Ma, se proprio dovessi scegliere, direi che per i videogiochi su console sceglierei Rockstar Games e per mobile SuperCell, ma non so quanto sarebbero interessati a quello che faccio.

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Come ti vedi da qui a 5 anni? Cosa pensi di realizzare?

Spero di riuscire a realizzare il mio piccolo sogno. Ovvero riuscire ad avere la mia azienda indipendente ed affermarmi come leader nella realizzazione di questo tipi di contenuti B2B. Ma mi piacerebbe anche insegnare, tantissimo. Insomma, se potessi vorrei aprire una vera e propria accademia dove tutti possano imparare a creare videogiochi e farne un lavoro. A tal proposito sto già cercando di capire come fare.

Ma come ti differenzieresti da altre realtà già esistenti sul territorio italiano?

Vorrei che la mia fosse davvero una accademia accessibile a tutti senza sostenere costi eccessivamente elevati. Provenendo da una determinata realtà capisco che non sia possibile per tutti sostenere una retta annuale da 8000 euro e oltre, magari in una città dispendiosa come Milano. Quindi sto valutando diverse soluzioni, compresa magari una piattaforma web.

Quanto influisce adesso quello che hai giocato in passato?

Posso dire parecchio, ma non perché io abbia avuto il cosiddetto occhio critico. Io non sono quel tipo di videogiocatore che passa molto tempo nella storia. Punto più al lato marketing della faccenda e questo, credo, mi ha permesso di realizzare videogiochi che sono effettivamente interessanti per i miei clienti o comunque ‘vendibili’. Ma una cosa di cui mi dispiaccio è che non riesco a giocare molto se non ogni tanto a Fall Guys.

Che messaggio vorresti lanciare a chi vuole intraprendere la tua strada?

Provateci. Non perdetevi d’animo e non ascoltate chi cerca di scoraggiarvi. Sono difficoltà che ho affrontato anche io ma vi assicuro che è possibile. Se potete provate a fare esperienza anche all’estero per aprirvi la mente. Credeteci. Credete tanto in voi stessi.


Sono tantissime altre le domande che abbiamo rivolto a Samuele Sciacca su di lui, la sua storia e come è nata la sua passione per i meme-games. All’interno del video troverete tutte le domande non trattate nell’articolo e come si evolveranno i suoi progetti futuri. Se volete scoprire tutte le novità che verranno da lui e dal suo team vi rimandiamo al suo sito ufficiale e al suo canale YouTube.

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Interviste

Intervista a Giulia Maniglio, voce di Alice Synthesis Thirty e Toru Hagakure

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Abbiamo intervistato Giulia Maniglio, voce italiana di Toru Hagakure in My Hero Academia The Movie: Two Heroes, Lylia in Pokémon Sole e Luna, Alice Synthesis Thirty in Sword Art Online e tanti altri personaggi.

Ciao Giulia, innanzitutto volevo ringraziarti per averci concesso questa intervista e volevo complimentarmi per il tuo lavoro da doppiatrice. La prima domanda è un po’ di rito. Come e quando è nata la passione per il doppiaggio? E come hai iniziato?

Fin da piccola ho sempre amato recitare e cantare ma ero molto timida. Non riuscivo a esibirmi davanti a nessuno, nemmeno ai miei familiari. Questa timidezza ha fatto sì che iniziassi a chiudermi nella mia cameretta con un paio di cuffie, recitando a memoria i miei film o cartoni preferiti mentre li guardavo. All’epoca non sapevo cosa fosse il doppiaggio, avrò avuto una decina di anni. Sapevo solo che in quei momenti ero felice e potevo essere chi volevo. Non c’erano limiti alla fantasia. Poi questo passatempo è diventato una passione, un sogno per il futuro… sogno che fortunatamente si è avverato!

Sei stata la doppiatrice di uno dei film netflix più visti, Tutte le volte che ho scritto Ti amo, come descriveresti questa esperienza?

Doppiare Lara Jean è stata un’esperienza fantastica. Ricordo che il primo turno ero agitatissima, perché avevo paura di non essere all’altezza, ma ho avuto la fortuna di avere un bravo direttore che mi incoraggiò, rendendo ogni momento un’occasione per migliorarmi come artista. In più il film ha avuto un grande successo, tanto che spesso ricevo messaggi dai fan che vogliono che li saluti con la voce di Lara Jean. Credo sia una cosa bellissima, la conferma di aver fatto un buon lavoro. È una grande soddisfazione!

Sei anche la voce ufficiale di Lylia in Pokémon Sole e Luna, che impatto ha avuto su di te questo personaggio

Credo di aver adorato Lylia fin da subito. Mi sono ritrovata un po’ nella sua storia: lei non riesce a toccare i Pokémon ma cerca in tutti i modi di superare questa paura, per poter diventare una grande allenatrice; un po’ come io ho dovuto vincere – lo ammetto, non ce l’ho ancora fatta del tutto – la timidezza al leggio per poter fare la doppiatrice. Inoltre la serie di Pokémon Sole e Luna conta molti episodi perciò ho prestato la voce a Lylia per quasi tre anni, un periodo di tempo non indifferente che mi ha fatto affezionare ancora di più al personaggio.

In generale, i tuoi personaggi forgiano la persona che sei al di fuori dello studio?

Sicuramente tra un personaggio e il suo doppiatore si crea una sorta di legame. Seguiamo un copione e il lavoro svolto nella versione originale, ma usiamo le nostre emozioni che hanno anche origine da esperienze passate. Se per esempio devo doppiare un personaggio che ha subito una perdita, mi viene subito in mente quando ho perso mio nonno, al quale ero molto legata, e mentre doppio do al personaggio non solo la mia voce, ma anche i miei sentimenti.

Certo non nego che a volte rimango un po’ spiazzata nel corso della mia giornata: potrei doppiare una dolce bambina la mattina e alla sera, invece, una psicopatica. Ma è uno degli aspetti divertenti di questo lavoro.

Su Instagram hai scritto che l’anime Pokémon ti ha accompagnata durante tutta l’infanzia, come hai reagito quando ti è stato detto che avresti lavorato a Pokémon XY e Pokémon Sole e Luna?

È vero, amavo i Pokémon, soprattutto i videogiochi. Ricordo che quando feci il provino per la serie animata di Sole e Luna, avevo da poco ordinato la versione per Nintendo! Avevo visto i personaggi su un leak e pensai che sarebbe stato bello avere un ruolo in una serie tanto storica e che seguivo da bambina. Quando mi dissero che avevo ottenuto il ruolo quasi non ci credevo, fui davvero felice.

Sei la voce ufficiale di Toru Hagakure nel film di My Hero Academia, conoscevi l’anime anche prima? Ti è piaciuto il tuo personaggio

Sì, conoscevo già My Hero Academia, ma come manga prima che anime. Doppiare Toru è stato davvero divertente: lei è invisibile, quindi a volte in sala mi capitava di dire “Toru? Ma dove sei?” perché non riuscivo ad identificarla sullo schermo. Spero davvero che questo personaggio continui ad esserci nella serie e che si sviluppi di più, sono certa che ha ancora molto da offrire.

Nell’anime sword art online doppi il personaggio di Alice Synthesis Thirty. Parlaci un po’ di lei.

È buffo perché, a differenza di altri anime che mi è capitato di doppiare, ho sempre seguito Sword Art Online: guardavo l’anime e avevo letto le light novel, inoltre Alice era il mio personaggio preferito! Quindi quando mi chiamarono per il turno fu una vera sorpresa, non me lo aspettavo proprio. Ricordo che feci il primo episodio con le mani tremanti e, appena annunciarono la pausa caffè, mi chiusi in bagno e iniziai a saltellare dalla gioia con le lacrime agli occhi!

Adoro Alice per via della sua storia e del suo carattere, doppiarla è sempre un piacere… e poi ha un drago!

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere la strada del doppiaggio?

Consiglio di avere molta pazienza e tenacia. In questo settore si è costantemente messi alla prova: si continua a sostenere provini per quasi tutta la carriera. Ci sono dei dei “sì” e ci sono dei “no”.
Per questo, soprattutto agli inizi, non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle porte chiuse.

Certo non è facile ma, come disse Walt Disney, se puoi sognarlo, puoi farlo!

Grazie mille per l’intervista e la disponibilità. Non vediamo l’ora di sentire nuovamente la tua voce nei nostri anime e film preferiti.

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Fumetti e Cartoni

Intervista a Tito Faraci: scrittore e sceneggiatore di Topolino e Diabolik

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Invitati al Giffoni Film Festival, abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Tito Faraci, pietra miliare della sceneggiatura italiana. Faraci era presente al festival per presentare, durante una Masterclass, la graphic novel Un Sogno Chiamato Giffoni, realizzata in collaborazione con Wallie.

Ciao Tito, partiamo subito dalla collaborazione con Wallie, come vi siete incontrati e com’è stata?

Ciao Matteo. Be’ le collaborazioni in generale sono imprevedibili, vorrei raccontarti un aneddoto di quand’ero ragazzo.

Lavoravo per topolino e scrissi una storia che si intitolava La lunga notte del commissario Manetta senza sapere chi me l’avrebbe disegnata. All’epoca non esistevano mail e facevo un altro lavoro. Il disegnatore, che poi scoprii essere Giorgio Cavazzano, chiamò per farsi mettere in contatto con me perché mi voleva parlare della storia. Appena lo sentii pensai subito che avevo sbagliato qualcosa ed invece lui mi fece i complimenti, era rimasto colpito in senso positivo dalla mia sceneggiatura. Mi disse che per lui era un momento difficile, un periodo in cui era particolarmente demotivato e la mia storia l’aveva aiutato, gli aveva dato una spinta per proseguire meglio di prima.

Ecco, non me lo sarei immaginato eppure poi abbiamo continuato a lavorare insieme per altre storie. Io avevo l’età che adesso ha Wallie e, a distanza di molti anni, ho capito quello che Giorgio mi diceva: trovare nei giovani la voglia di fare. Avevo quest’occasione e sarebbe stato facile per me scegliere un disegnatore già rodato eppure ho voluto affidarmi ad un disegnatore che non aveva mai lavorato con uno sceneggiatore – perché Wallie ha pubblicato sempre libri come autore unico.

Per questo progetto mi ero riproposto due cose: la prima che non volevo scrivere un libro puramente celebrativo, la seconda è che volevo un disegnatore non scontato, e sono riuscito in entrambi gli intenti.

Come le è venuta l’idea di creare il personaggio di Edo in Un Sogno Chiamato Giffoni?

In realtà ho fatto una chiacchierata col direttore del festival, Claudio Gubitosi, e mi aveva raccontato di quand’era ragazzo: questa cosa di inseguire un sogno ma anche di come li odiasse, di come preferisse l’idea di provare a realizzare qualcosa anche quand’è difficile, e questo non lo considera un sogno perché è un qualcosa di realizzabile.

Ho cercato di raccontare la tenacia in maniera ironica e metterla nel personaggio. L’idea è partita soltanto da questo, da questa chiacchierata.

Poi abbiamo provato con Wallie a fare queste specie di strisce orizzontali che danno una lettura, quindi, verticale; e non solo anche i balloon disordinati fra loro che costringono il lettore a seguire il giro delle pipette, per suggerire la confusione delle voci in un set. Quindi c’è stato un vero studio per dare col fumetto un’idea di cinema senza imitarlo, Ironizzandolo.

Sinceramente trovo molto acuta l’idea delle vignette in widescreen che ricordano la camera o lo schermo. Parlando di ispirazione, passiamo a Spigole, il tuo nuovo libro. Quanto è difficile avere sempre nuove idee senza mai esaurirsi?

Molte volte è proprio dura inventarsi ogni giorno nuove cose, però alla fine mi pagano per fare qualcosa che pagherei per fare. Non esiste il lavoro facile e forse non sarebbe nemmeno giusto se esistesse. A me serve il mio carburante e poi avere la libertà di non scrivere sempre lo stesso personaggio ma di spaziare il più possibile.

Come mai spigole?

Il nome mi divertiva e poi c’è un fatto: a Milano tutti le chiamano erroneamente branzino e quindi trovavo divertente il fatto che lui invece volesse vendere spigole. Il protagonista, in carenza di idee, si convince che tutto il mondo là fuori non pensa ed è una cosa terribile, una spocchia imperdonabile: pensare che solo chi è creativo possa pensare mentre gli altri no. Infatti il mio protagonista avrà la giusta punizione.

Il suo romanzo lo vedrei quasi come un incitamento ai “creativi” a non mollare mai.

Sì, a capire che quella fatica è una fatica come molte altre che si trovano in qualsiasi lavoro. Da una parte non valorizzare troppo il proprio lavoro e anche apprezzare però la fortuna che si ha avuto per poterlo fare.

Durante la presentazione ha parlato della quarantena, come ha influito per quello che concerne il suo carburante? E a livello creativo, pensa che abbia influenzato le sue produzioni?

Qualunque tipo di storia io scriva, che sia fantascienza o western, che sembrano esistere in universi lontanissimi dal nostro, ho bisogno di un carburante che è camminare per strada, conoscere persone. Chi mi conosce lo sa, sono molto socievole – mi verrebbe quasi da dire un tipo da bar!

Mi piace frequentare gli amici, allargare la mia cerchia di conoscenze. Penso che quando scrivi una storia lontana, quello che percepisci per strada, quello che senti dalle persone: il raccontare le loro storie, le loro tragedie di vita, i loro problemi economici, relazionali; ecco tutto questo costituisce un enorme risorsa di carburante in cui tu puoi mettere anche un attacco di alieni. Perché sono situazioni reali che vivi. Penso che ogni autore dovrebbe farsi un giro per strada e conoscere quanto costa un chilo di pane o un biglietto della metropolitana. Durante la quarantena ho sentito che piano piano si esauriva questo carburante, tanto che piano piano sentivo difficoltà nell’ispirazione. Per fortuna adesso, come tutti, si ritorna a camminare per strada a risentire i vari contatti.

L’importante sono quindi i drammi reali, le storie di tutti i giorni, che poi possono essere messe anche in un contesto lontano o assurdo, perché i personaggi alla fine sono persone.

Sì, diciamo i personaggi risultano più coerenti delle persone, tuttavia dentro di loro albergano dei contenuti che sono veri, che vengono dall’osservazione delle persone.

Una cosa che mi ha aiutato molto, anche nel mondo Disney, è stata proprio rendere veri anche i topi ed i paperi, perché ci mettevo dentro le storie delle persone che conoscevo. In fondo con Topolino e Gambadilegno ho sempre cercato di raccontare l’impossibilità di essere amici ma allo stesso tempo anche di essere nemici.

Mi ha colpito questa cosa che lei dice del mondo Disney. Leggendolo fin da piccolo molte cose me le ha spiegate Topolino, anche temi pesanti. Per esempio da grandicello mi ricorderò sempre di una storia che parlava della morte, in cui Topolino e Pippo viaggiano nel tempo…

Certo ce l’ho presente, quella di Zemelo. Me la ricordo bene perché, nessuno lo sa, ma ho fatto io da editor.

Era l’epoca in cui facevo da editor esterno e tutor per i nuovi autori. Quella storia mi è stata portata e ho fatto di tutto per farla passare. È stata ripubblicata anche in varie occasioni, in molti Paesi del mondo; è una storia che parla di una cosa proibita come la morte ma era affrontata con un enorme delicatezza, e ne sono molto fiero. C’è anche un po’ il mio zampino, ma ho fatto di tutto per difenderla.

C’è una storia di Topolino che le è rimasta nel cuore?

Forse una che si intitola Dalla parte sbagliata in cui affronta in maniera viscerale il rapporto fra Gambadilegno e Topolino.

Per rimanere in tema disneiano, in un’altra intervista ha parlato della famiglia Topolinia e della famiglia Paperopoli. Vorrei approfondire un po’ l’argomento.

È una visione un po’ estremizzata però, secondo me, corretta. Il mondo dei paperi è un mondo dominato dai rapporti familiari sostanzialmente, salvo eccezioni, e quindi c’è l’obbligo di frequentarsi. In realtà è come se Paperino non avesse amici. Se facessi una storia di Paperino che va a trovare fuori città un vecchio amico, la redazione direbbe: Ma che strano!. Se invece iniziassi una storia con Topolino che va a trovare un vecchio amico la redazione non direbbe nulla, tutto normale.

Invece il mondo di Topolino è dominato soprattutto dai rapporti di amicizia e di amore. Topolino è amico di Pippo, di Basettoni, di Orazio; Orazio è innamorato di Clarabella, Topolino ama Minnie, Gambadilegno ama Trudy, Topolino e Gambadilegno hanno un rapporto di amicizia negata. La parentela è lo scegliersi. Quindi nessun rapporto del mondo di topolino è obbligatorio. Questo mi ha sempre fatto interessare, almeno fino ad oggi, di più il mondo dei topi: perché il fatto che tutti si scelgano, non siano obbligati e che ogni rapporto che sia di amicizia, amore o rivalità può finire da un momento all’altro.

Però ultimamente la difficoltà fra parenti di trovare un’intesa ed anche il peso della responsabilità della famiglia, forse perché sono cresciuto negli anni e ho avuto dei figli, mi hanno fatto trovare interesse per il mondo dei paperi.

Penso che paradossalmente dipenda dalla propria esperienza di vita e dalle fasi che uno attraversa.
Parlando di differenze nel corso degli anni: suo figlio so che le ha fatto scoprire Sio, com’è stato?

Quando mio figlio aveva sedici anni, mi ha fatto vedere che mi aveva nominato in qualche intervista. Poi ho visto che mi seguiva su Twitter così l’ho seguito anch’io e gli ho scritto ringraziandolo per la stima nei miei confronti. Poi io cercavo qualcuno per Topolino e quindi gli ho fatto provare a scrivere delle storie perché ho capito quanto lo amava. Siamo diventati amici ed è nata un’ottima collaborazione che spero continuerà.

Dopo tutta una vita passata scrivere e sceneggiare si potrebbe definire arrivato o c’è ancora qualcosa che cerca?

Non mi sento arrivato. Questa forse è una virtù o una maledizione, non lo so. C’è ancora ambizione di fare qualcosa di nuovo, di provare una nuova sfida anche a costo di perderla, questa non mi è mai passata! Dal punto di vista personale, penso, non si possa dire: Ah va bene così per ancora un po’!. Penso che dal punto di vista creativo sia una benedizione non sentirsi mai arrivato.

Come molte persone creative quando riceviamo una critica positiva seguono attimi di felicità, mentre ad ogni critica negativa seguono ore o giornate di tormento. Abbiamo in tanti la sindrome dell’impostore, per cui pensiamo di essere stati messi a fare qualcosa senza alcun merito e abbiamo paura di essere smascherati come truffatori. Io non riesco a godermi le critiche positive e non riesco a passare sopra a quelle negative.

La sua passione per la scrittura com’è nata?

È nata dalla passione per la lettura e per le storie in generale dai fumetti ai libri, piuttosto che ai film sia in televisione che al cinema. In ogni scrittore c’è un lettore.

E si ricorda qual è stato il primo libro o fumetto che ha letto?

Non ce la faccio. Ne ho letti tantissimi che non saprei. Per quanto riguarda i fumetti potrei ipotizzare un Topolino o un Asterix. Per quanto riguarda la narrativa ho veramente problemi a ricordare.

Parlando di storie mi viene in mente l’aneddoto che hai raccontato: “se avessimo 4 dita invece che 5?”, in cui bisognava cambiare il nostro sistema decimale. Ecco quanto pensa che la fantasia sita nelle storie possa in qualche modo influenzare la scienza?

Penso non siano territori così lontani. La capacità di astrazione, di spingersi verso l’ignoto in territori ancora non esplorati appartiene alla creatività. Nell’esplorazione del pensiero confluiscono la scienza e la creatività. Il pensiero creativo è stato alla base dell’umanesimo, per esempio. Spingere il proprio cervello ad analizzare ipotesi che fino a quel momento sembravano insensate.

Una domanda un po’ più personale: quanto costa in termini emotivi scrivere?

Un tempo pensavo che fosse particolarmente influente nella mia vita. Diciamo che qualsiasi lavoro uno faccia influisce nella vita privata di una persona, quando torni a casa te ne porti un po’. Il fatto che il mio lavoro possa essere svolto ovunque, il fatto che anche adesso potrei tornare in albergo e mettermi a scrivere, il fatto che ti segua ovunque e che la notte ti possa svegliare, ecco queste cose sono pratiche e a livello psicologico è impegnativo. Devi imparare a conviverci, a scaricare ogni tanto.

Purtroppo gli sceneggiatori in Italia non sono riconosciuti. Molte persone non sanno nemmeno che lavoro svolgano, ed ecco: quando ha iniziato a studiare e lavorare in quest’ambito la sua famiglia, le sue amicizie cosa le dicevano?

La mia famiglia non sapeva e tutt’ora non sa esattamente cosa stia facendo, ma in realtà neanche i miei vicini di casa! Quindi è un lavoro che malgrado adesso stia diventando più noto, rimane pur sempre sconosciuto e misterioso. Tant’è che c’è chi pensa che consista nel semplice scrivere i dialoghi, c’è chi pensa che lo sceneggiatore scriva solo il soggetto, è un mestiere ancora inesplorato, ma anche difficile da spiegare ed incredibile.

Però ho imparato a convivere con questa storia.

Penso che passerò tutta la vita a trovare gente che dice: Ciao ho letto il tuo fumetto, mi disegni qualcosa? ed in realtà non stanno mentendo solo che associano il mio nome alla storia disegnata. Alla fine scrivendo per fumetti popolari è normale che si sia più devoti al personaggio e non all’autore.

Immagino, lei preferisce più scrivere in seriale o opere uniche?

Non c’è una risposta, dipende dai momenti. Dopo un po’ che faccio seriale mi vien voglia di sperimentare altro… no, non c’è proprio una risposta. Scrivo tante cose diverse e mi piace, perché dopo un po’ che scrivo sempre lo stesso tipo di storie mi vien voglia di cambiare. Anche come lettore mi annoierei a leggere lo stesso tipo di libro o vedere lo stesso tipo di film e mi annoierei anche come autore a fare lo stesso tipo di storia con gli stessi personaggi.

In qualche modo, mi dà idea che lei sia molto libero. Riesce a spaziare tanto fra generi e tipologie diverse ma anche soltanto in Topolino, che alcuni lo definisco rigido, lei è capace di saper essere libero all’interno di quelle regole. Come fa?

In realtà sì. Penso principalmente perché non sento molto il limite anche in una storia disneiana e variare molto la scrittura mi permette di non avere un tipo di storia da non poter scrivere. Questo mi rende libero probabilmente.

Ultima domanda: ai nuovi giovani autori, cosa consiglierebbe?

Di essere giovani autori. Di capire che anche i più vecchi erano dei giovani immaturi e quindi non cercare di copiarli, ma rinnovare sempre.

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