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Recensioni

Roman Ritual e la potenza dell’horror

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Roman Ritual è un fumetto edito in Italia da Leviathan Labs nel 2020, precedentemente trattato nel 2017 dalla Amigo Comics di proprietà dello stesso El Torres, l’autore. Disegni e colori appartengono, nell’ordine, a Jaime Martinez e Sandra Molina.

Torres, Martinez e la potenza dell’horror

Il genere horror, che si parli di cartaceo o cinema, è sicuramente tra i più inflazionati e sfruttati di sempre. Anche per questo non è così facile creare una vicenda che non sappia di già sentito e che non rischi di passare in sordina. Gli amanti del genere poi sono sicuramente abituati a fare molti paragoni tra le novità in uscita e i titoli classici. Ecco perché è importante trattare autori del calibro di Torres e artisti quali Martinez. Ci si trova davanti a un qualcosa di onnipresente, eppure nel leggere Roman Ritual non si ha la sensazione di stare davanti a una ‘scopiazzata’.

Torres si è cimentato anche in altri generi, ma dalla Spagna è riuscito ad accrescere la sua fama fino alla Francia, al Giappone e agli Stati Uniti proprio grazie all’horror. Tra i titoli da sottolineare The Veil, Suicide Forest, Drums, per citare solo alcuni dei più famosi.

Del canto suo, Jaime Martinez è perfetto per rappresentare su carta questo tipo di storie. L’unione di un tratto sicuro in fase di studio dei personaggi alla capacità compositiva della pagina, gli permette di acchiappare l’occhio del lettore. E, soprattutto, di non perderlo per strada

La trama: esorcismo e indagine 

Roman Ritual quindi non si discosta dal genere che ha reso El Torres riconosciuto nell’ambiente dei comics. L’esorcismo è infatti tra le tematiche horror più utilizzate sia nei fumetti che nel cinema. Perciò non è semplice creare una storia in grado di interessare ancora il pubblico saturo di immaginario dark. Eppure, Leviathan Labs ha tra le mani una storia estremamente godibile che non si perde in metafore troppo ardite o situazioni trite e ritrite. 

Il fumetto si apre presentandoci il protagonista, Padre John Brennan. Non particolarmente caro alla Chiesa cattolica, si trova a lavorare come esorcista in uno sperduto angolo di mondo a causa dei trascorsi burrascosi della sua gioventù all’interno del Clero romano. Viene improvvisamente richiamato nella Capitale per volontà di pochi membri, per far luce su un oscuro mistero che non gli sarà subito chiaro. Le sue doti di esorcista sono note anche a chi non lo vede di buon occhio, ma ugualmente importante è la sua arguzia e il modo non convenzionale con cui è solito approcciarsi alla professione. Una volta giunto a Roma gli verrà svelata la verità sul problema che tanto sta imbarazzando la chiesa cattolica. Seguendo padre Brennan però, ci si rende velocemente conto che il disagio non si ferma lì. È necessario che il sacerdote si immerga nel suo passato e in quello delle altre parti coinvolte per iniziare a capire i meccanismi del disastro in cui la chiesa di Roma rischia di ritrovarsi. Lo vediamo interagire con numerosi altri personaggi, interni ed esterni alla chiesa, il tutto per cercare di sbrogliare una matassa di vecchi abusi e tradimenti stanchi di restare nell’ombra.

La storia non brucia in partenza tutte le sue carte e così facendo mantiene attivi l’interesse e la curiosità. Il sacerdote si trova di fronte a un nemico non così scontato, che a sua volta ci mette del tempo a palesarsi. Un altro punto a favore per la tensione narrativa.  La necessità di fare chiarezza su una questione più grande di lui lo porterà ad interessarsi di tutte le sfere sociali, dai maggiori vertici della Chiesa a coloro che sono considerati gli ultimi della società. Si toccano sia i poteri alti sia personaggi che una voce, purtroppo, non l’hanno mai avuta. 

Tavole, disegni e spunti grafici

Passando alla parte creativa, l’occhio non può che ritenersi soddisfatto. La qualità dei disegni di Roman Ritual si può facilmente notare anche solo andando a sbirciare gli sketch preparativi e gli studi di pagina inseriti a fine fumetto. In fondo, il nome di Jaime Martinez è di per sé una garanzia. La scansione dei pochi (ma perfettamente funzionanti) capitoli è ottima. La storia principale, organizzata tramite vignette abbastanza regolari e non confusionarie, viene intermezzata da disegni a pagina intera decisamente accattivanti. 

Alla fine e in principio ai capitoli infatti Martinez ha la possibilità di svicolarsi dal limite della griglia narrativa per far apparire al massimo il disegno ‘horrorifico’ che caratterizza tutta l’opera. Certo il merito non è solamente suo. Il ruolo dei coloristi passa molto spesso in secondo piano, soprattutto ad oggi che il digitale sta prendendo sempre più piede anche in ambito artistico. Non è difficile infatti trovare artisti e disegnatori che si concentrano su di esso e che spesso riescono, da soli, a ricoprire entrambi i ruoli di disegnatore e colorista. Quando però questo non succede, è molto importante creare una collaborazione che funzioni sia narrativamente sia esteticamente.

Martinez e Sandra Molina non sono al loro primo lavoro a quattro mani, e questo emerge. La coerenza grafica infatti è un valore aggiunto non indifferente per la buona riuscita del risultato finale. Riuscire a soddisfare sia l’interesse intellettuale che il piacere estetico è di vitale importanza infatti in un racconto a fumetti. In questo caso, la combo si riconferma vincente.  

Menzione onorevole al sapiente utilizzo dei neri pieni nelle tavole e degli ambienti scuri. Come già scritto, Martìnez non è un novellino dell’horror, ce lo ricorda anche attraverso Roman Ritual. Nonostante il tono dark impregni la vicenda, gli ambienti interni e i disegni in generale non risultano mai confusi o poco comprensibili. Così come non rischia neppure di indebolire la tensione narrativa nonostante la griglia bianca di stacco tra le vignette. Insomma, siamo di nuovo di fronte a un’opera grafica completa e coerente che non si perde per strada. 

Roman Ritual fa dialogare i generi 

È importante sottolineare come il fumetto in questione può sicuramente interessare una fetta di lettori veramente ampia. Perciò non solo appassionati di horror. Grazie all’inserimento di commenti e racconti passati e all’intreccio con la vita di altri personaggi, emergono infatti anche toni thriller e noir. Pur non essendo un fumetto splatter poi, neppure gli amanti di questa fetta del genere resteranno delusi. Seppur attentamente dosati, non mancano sangue e cazzotti. 

In conclusione, è una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di immergersi in una storia breve e autoconclusiva ben strutturata. Non troppo impegnato, è un fumetto perfettamente in grado di trasportare nel mondo creato da El Torres e Martinez e di trattenere su di sé l’attenzione.

Consiglio spassionato, evitare di leggere Roman Ritual in un pomeriggio assolato. Non rovinatevi l’atmosfera!

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Film e Serie TV

Vikings 6.2: è finito il tempo degli dèi e degli eroi (spoiler)

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Il momento è arrivato. Con gli ultimi 10 episodi della stagione 6.2, Vikings arriva a conclusione. Un finale che però, a dire la verità, lascia un po’ l’amaro in bocca, perché essendo troppo frettoloso non permette di dire addio come si deve ai vari personaggi.

La storia fin qui

Partiamo dalla fine della stagione precedente. I Rus’ sono arrivati sulle spiagge di Kattegat. La battaglia è feroce: re Harald e re Olaf sono fatti prigionieri e Bjorn (Alexander Ludwing) è ferito a morte da Ivar (Alex Høgh). La sconfitta brucia, ma quello che più preoccupa sono le condizioni del sovrano vichingo, figlio del grande Ragnar, il cui nome desta ancora rispetto.

Bjorn sa che la sua vita è ormai al capolinea, ma conosce bene i suoi doveri come sovrano e per l’ultima volta indossa l’armatura e scende sul campo di battaglia. Ai Rus’, che lo danno per morto, sembra una tetra apparizione. Sono presi dal panico e, da bravi cristiani, pensano il re sia un demone o un fantasma e i loro animi vacillano, i soldati spezzano le fila ed è un massacro.

I vichinghi conquistano la vittoria, ma hanno perso il loro re. Che verrà sepolto in un tumulo su un alto fiordo. Adesso Ingrid e Gunnhild, le sue vedove, si contendono il trono, ma non fanno in tempo a decidere chi regnerà che, quasi dal nulla, ricompare re Harald, che è riuscito a fuggire dalla prigionia.

Adesso l’uomo vuole riaffermare il suo predominio e riprendersi il titolo di re dei Norreni. Ingrid, che forse è proprio incinta di lui (era stata stuprata) accetta, anche se controvoglia, di contrarre un matrimonio con lui, mentre Gunnhild, ancora legata profondamente a Bjorn si lascia morire in mare.

Intanto i Rus’ si leccano le ferite, ma il principe Oleg non vuole mollare la presa, ma i suoi piani vengono fermati dal fratello, il principe Dir che porta dalla sua il giovane Igor, vero erede al trono, e lo rovesciano. Inizia così per il giovane sovrano un nuovo corso.

Hvitsärk (Marco Ilsø) e Ivar decidono quindi di tornare a Kattegat, ma dopo tutto quello che hanno combinato, non c’era modo che fossero ben accolti. Ma Harald decide di sfruttare la fama del loro famoso padre e quindi di tenerli lì come una sorta di leggittimazione al proprio potere.

Ma i due non vogliono certo mettere radici e pensano ad una nuova avventura, il ritorno nel Wessex per riprendersi i territori che un tempo Ragnar aveva conquistato. Qui regna Alfred che non ha certo intenzione di lasciarsi sconfiggere. Ormai è un uomo adulto, conscio delle sue responsabilità e si sente protetto dal suo Dio.

La battaglia decisiva vedrà perire, in modo davvero poco epico, Ivar, ormai provato nello spirito e anche fisicamente (aveva iniziato a manifestare problemi alle gambe). Sembra la fine degli dei pagani, il dio cristiano ormai è arrivato ovunque. A Hvitsärk, fatto prigioniero, non resta che convertirsi e provare a convivere con gli inglesi nel Wessex.

L’altro filone narrativo segue invece le peripezie, per mare e per terra, di Ubbe (Jordan Patrick Smith), altro figlio di Ragnar, che dal padre ha ereditato lo spirito d’avventura e la voglia di scoprire sempre nuove terre. In Islanda la vita non è facile, ma sono riusciti a stabilire una colonia. Qui Othere, un misterioso uomo di chiesa dice gli dice che oltre il mare c’è un’altra terra, ricca e piena di alberi, un vero paradiso.

Ubbe si confronta con la moglie Torvi e decide di tentare l’impresa, accompagnati da altri coloni e dalla famiglia di Ketil Flatnose. Iniziano a navigare verso Ovest e arrivano a Greenland (Groenlandia), ma questa terra, arida, brulla e senza alberi non è il posto che speravano e minacciati da Ketil che è impazzito, sono costretti a fuggire in fretta e furia.

La loro nave è in mare aperto e gli uomini sono senza cibo e acqua e non tutti ce la fanno. Dopo un lungo vagare finiscono in una terra verdeggiante, piena di alberi e di fiumi. Loro non lo sanno, ma quella è l’America. Qui iniziano a costruire un accampamento e ben presto capiscono che non sono soli.

Scoprono una tribù di Indiani d’America, che nei loro confronti si mostrano pacifici, e riesscono a stabilire con loro un rapporto. Stranamenti questi conoscono alcune parole in norreno e Ubbe viene a scoprire che a insegnargliele è stato un uomo pazzo.

Gli Indiano lo accompagnano nella casa di quest’uomo e, colpo di scena, ecco spuntare un vecchio Floki (Gustaf Skarsgård). Provato ma tutto intero. L’uomo racconta di essere stato sbattuto per mare come loro e di essere poi finito in quella terra e di essre stato aiutato dagli indigeni.

Ma la convivenza, nonostante le premesse e l’iniziale scambio di doni, si prospetta difficile. In quella terra piena di ricchezze e di oro, l’avidità umana la fa da padrone e un omicidio rovina le prospettive di una convivenza pacifica. La terra è pur sempre degli Indiani e i vichinghi rischiano di impararlo a loro spese.

I filoni narrativi

Nonostante i diversi punti di vista che si susseguono, anche all’interno di uno stesso episodio, la narrazione resta ordinata e facile da seguire. Però ad essere onesti la trama in generale manca un po’ di quel guizzo, che fin qui aveva caratterizzato la storia. Con la fine di Bjorn tutto si fa più cupo, Hvitsärk e Ivar non riescono a sostituirlo e il loro arco narrativo è piuttosto deludente.

Diversa la storia per Ubbe, che con il viaggio verso le Americhe, ci ha mostrato un altro aspetto dei vichingi, che oltre ad essere temibili guerrieri sono passati alla storia per essere stati dei grandi navigatori. E invece niente. La storia viene abbozzata ma poi il tutto si chiude con Ubbe su una spiaggia americana, senza capire cosa voglia fare, se il suo viaggio pssa dirsi concluso o no.

I momenti davvero epici in questa stagione sono pochi, anche per questo l’addio risulta difficile, la sensazione è quella di un non finito, di una storia che avrebbe avuto bisogno di qualche episodio in più per essere chiusa come si deve. A chi mi dice che è così perché ci sarà una sorta di sequel “Valhalla” rispondo con scetticismo.

Le tematiche

Nelle stagioni precedenti era stato affrontato il tema della religione, con gli antichi dei pagani ormai dimenticati da molti in favore del Dio cristiano, questa dicotomia funzionava, ma è stata lasciata sullo sfondo senza risultare mai incisiva.

Bjorn, Ubbe, Hvitsärk e Ivar devono scomparire perché fanno parte ormai di un mondo di miti ed eroi che è destinato a tramontare. Finisce un’era e inizia un altro periodo. Ci stava, era perfetto, ma lo svolgimento non sempre è stato all’altezza delle aspettative.

Nonostante questa piccola macchia, Vikings resta una serie ben riuscita, con personaggi davvero ben fatti come Ragnar, Rollo, Lagertha e Bjorn. Resta epico per le riprese di paesaggi mozzafiato, per le ampie battaglie campali e per le azzeccate scelte di regia. Ci mancherà. Skål.

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Fumetti e Cartoni

Jundo: il portale dei fumetti

Ecco le nostre impressioni su questa nuova piattaforma

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Come già scritto in precedenza, il web comic è un fenomeno che si sta diffondendo ultimamente anche in Italia. In un precedente articolo, avevo già illustrato come queste piattaforme potessero essere realmente una fonte di innovazione e ringiovanimento del mercato.

L’abbonamento periodico, il vasto assortimento e la possibilità di avere anche il formato cartaceo si adattano molto bene agli interessi del lettore; senza lasciare scontenti i creativi. Autori che hanno la possibilità di creare, di immaginare senza barriere dettate da un dogmatico sistema.

Dopo questa breve introduzione, in questo articolo parleremo di una piattaforma nostrana, che ha voglia di innovare e cambiare: Jundo.

Cos’è Jundo?

Jundo è una piattaforma e-reader di materiale fumettistico italiana, nata nel dicembre del 2020. Per definire Jundo in poche parola mi viene in mente lo slogan: “il Netflix dei fumetti”. Infatti la struttura è molto simile, ma ne parleremo approfonditamente più avanti.

Parlando con uno dei loro editor (vi lasciamo l’intervista qui) abbiamo scoperto che Jundo si prefigge come mission quella di abbattere le convenzioni storiche che governano il mercato italiano per aprire le porte a tutta una serie di sperimentazioni che altrimenti non sarebbero pubblicabili. Non solo: Jundo si prende cura dei vari autori con formule vantaggiose e tutelando la loro creatività, implementandola, senza modellarla sulle forme di un mercato, a volte, stantio ed omologato. Inoltre, questa piattaforma, non è solo digitale.

Infatti il team di Jundo crede che il digitale ed il cartaceo possano andare di pari passo migliorandosi, invece che l’uno contro l’altro. La piattaforma rende disponibile la copia cartacea dei vari titoli pubblicati, con diverse opzioni per lettori e collezionisti. In conclusione Jundo è una piattaforma che cerca di tutelare lettori, autori e il mercato contemporaneo.

L’applicazione

Per utilizzare Jundo su dispositivi mobili è possibile scaricare l’applicazione sia per Android che per iOS. Personalmente ho provato sia la versione web che la app iOS e devo dire che mi sono trovato molto bene. L’applicazione è curata in ogni minimo dettaglio e loggarsi è molto semplice.

Ci si può registrare attraverso l’account Google, Facebook o la mail. Una volta all’interno si possono personalizzare le notifiche, la mail e password ed il metodo di pagamento. Nel menù sarà inoltre possibile controllare lo stato dell’abbonamento.

Effettuato il primo accesso vi troverete davanti una schermata che, per aiutarvi nella fruizione dell’app, vi farà alcune domande riguardo genere e stile preferito. Così da fare una prima scrematura. Se invece siete indecisi potete selezionare tutto.

Un idea davvero molto intelligente!

L’interfaccia

L’interfaccia dell’app è ben strutturata e ricorda vagamente quella di Netflix o altre piattaforme streaming.

Interfaccia di Jundo

In basso trovate quattro pulsanti rispettivamente da sinistra home, cerca, salvati (“la tua collezione” e “da leggere”) ed il proprio account. Nell’ultimo, infatti, troverete un menù dove potrete aggiornare i vostri dati come mail, password, preferenze di stile e disegno e tenere sott’occhio lo stato dell’abbonamento, termini, informazioni privacy ecc.

Nella sezione salvati potrete trovare i titoli che preferite e nella “la tua collezione” quelli che volete tenere in evidenza, mentre sotto “da leggere” potrete inserire i titoli che avete intenzione di sfogliare.

La sezione di ricerca è piuttosto semplice da spiegare: potete cercare un titolo, un autore oppure frugare tra gli ultimi arrivi. La home invece, è la parte più corposa. Qui è raccolto tutto il materiale di Jundo suddiviso in varie categorie.

  • Scelti per te: in base alle tue preferenze impostate e ai titoli letti finora;
  • Continua a leggere: dove vengono riportati i volumi che non hai finito di leggere;
  • In evidenza: i titoli messi in risalto;
  • Ultime uscite: i fumetti più recenti;
  • Più amati dalla community: scelti sulla base delle letture e del gradimento dei lettori della famiglia Jundo;
  • Originals: titoli esclusivi di Jundo, produzioni proprie;
  • Leggi di nuovo: tutti i volumi già letti.

Il catalogo di Jundo

Il catalogo offerto da Jundo è molto variegato. Comprende titoli inediti, autori nostrani, anche emergenti, e titoli esteri dei quali hanno preso i diritti, e volumi introvabili.  

Ogni volume inedito viene pubblicato a capitoli e al completamento di ogni fumetto è possibile l’acquisto cartaceo. L’assortimento incontra i gusti di tutti, dai generi più classici come l’horror o il western a generi come la fantascienza, il fantasy o commistioni di generi particolari e difficilmente reperibili.

Il catalogo è aggiornato costantemente, ma poichè la piattaforma ha ancora pochi mesi di vita bisognerà aspettare per apprezzare il suo vero potenziale, anche se già oggi ha la carte in regola per promettere bene.

Costi

Il costo, come detto anche durante l’intervista a Matteo Filippi, è di 1,99 euro/mese. Costo che comprende l’accesso e quindi la fruizione di tutto il parco titoli disponibile sulla piattaforma. Ad oggi è possibile effettuare un primo periodo di prova gratuito per scoprire l’entità del portale e successivamente scegliere se sottoscrivere l’abbonamento oppure disattivarlo (ma siamo certi che la grande quantità di titoli e il prezzo faranno gola a molti!).

È inoltre importante ricordare che pagando l’abbonamento mensile si ha la possibilità di scegliere di acquistare la copia cartacea senza pagare le spese di trasporto: un bel vantaggio!

Jundo: riflessioni

Ho provato per diverso tempo sia l’app che il sito web. Nella pagina web ogni tanto si notano alcuni piccoli rallentamenti, tuttavia non incisivi, mentre l’app una volta aggiornata non dà alcun problema. Personalmente sto trovando Jundo un prodotto molto utile e comodo; anche se per apprezzare al meglio la piattaforma sconsiglio l’utilizzo prolungato su dispositivi di dimensioni ridotte. Tuttavia se siete in possesso di smartphone di dimensioni generose, tablet e pc diventa una soluzione molto pratica.

Mettendo a paragone la versione pc e quella app, in particolar modo tablet o smartphone, direi che su tablet trova il massimo dell’espressione. Poter zoommare mantenendo una qualità dell’immagine alta, avere un’ interfaccia semplice e veloce, il tutto mentre si sta comodamente sdraiati sul divano, sono fattori che influenzano positivamente il giudizio dell’app.

Su smartphone, come dicevo, si rischia di affaticare troppo l’occhio o non avere una visione più “respirata” come su tablet, di pro, se si è spesso in giro può essere un buon compromesso. La versione web per pc è altrettanto valida, rimane molto soggettiva la comodità dato che non per tutti stare seduti alla scrivania può essere sempre piacevole.

Ovviamente, ci tengo a precisare, che le performance ed il modo di girare della piattaforma, variano anche in base alle caratteristiche del device che si ha e dal tipo di connessione. In conclusione come consiglio generale: se usate un PC meglio il sito, mentre se usate un tablet/Ipad o telefono l’app sarà perfetta.

Con Jundo non avrete più problemi di spazio (mi riferisco a studenti fuori sede o persone che non dispongono di vaste librerie a casa), tutti i volumi sono disponibili in una grande libreria digitale, sempre a portata di click e qualora voleste anche una copia cartacea non pagherete nemmeno le spese di spedizione.

Insomma una piattaforma che mi sento davvero di consigliare!

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Film e Serie TV

Snowpiercer 2, la recensione: il gelo nasconde una speranza per il futuro?

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Da pochi giorni sono usciti gli ultimi due episodi di Snowpiercer 2. La serie è andata in onda negli Stati Uniti sul canale TNT, dal 25 gennaio al 29 marzo 2021, mentre a livello internazionale la stagione è stata pubblicata sulla piattaforma di streaming Netflix, dal 26 gennaio al 30 marzo 2021.

La storia è ambientata in un futuro distopico, ma non così irrealistico: il mondo è divenuto un immenso deserto di ghiaccio in seguito ad un tentativo fallito di porre rimedio al surriscaldamento globale. Gli unici sopravvissuti si trovano a bordo dello Snowpiercer, un rivoluzionario treno a moto perpetuo che percorre, da ormai sette anni, un tragitto completo intorno al mondo. Mentre la vita scorre agiata e nel lusso nei vagoni di testa, in quelli di coda malnutrizione e povertà regnano sovrani, ma la rivolta è dietro l’angolo.

Snowpiercer 2: il cast

Il cast principale della prima stagione è capitanato da una bravissima Jennifer Connelly (Melanie Cavill), Daveed Diggs (Andre Layton) e Alison Wright (Ruth), che tornano anche in questa stagione. Al loro fianco ci sono Mickey Sumner (Bess Till), Iddo Goldberg (Bennett), Katie McGuinness (Josie Wellstead), Annalise Basso (LJ Fogler), Sam Otto (John Osweiller), Roberto Urbina (Javier), Sheila Vand (Zarah Ferami) e Jaylin Fletcher (Miles).

Super protagonista di Snowpiercer 2 è invece Sean Bean (Il Signore degli Anelli, Game of Thrones) nel ruolo del Signor Wilford, il creatore di Snowpiercer e di Big Alice. Tra gli interpreti principali anche Steven Ogg (Pike) e Rowan Blanchard (Alexandra Cavill).

Snowpiercer 2: la trama

Alla fine della prima stagione, dopo una sanguinosa battaglia, il fondo ha ottenuto la vittoria, ma è ancora troppo presto per cantare vittoria. Infatti i passeggeri dello Snowpiercer dovranno fare presto i conti con i sopravvissuti della Big Alice, un altro treno della salvezza, che ha “catturato” lo Snowpiercer.

Melanie mentre è fuori dal treno per cercare di staccare il collegamento creato da Wilford tra la Big Alice e lo Snowpiercer, nota che qualcosa sta cambiando nel clima e riesce a raccogliere un campione di neve prima di essere recuperata ed essere fatta prigioniera da Wilford, che vorrebbe la sua resa.

L’atmosfera sullo Snowpiercer è tesa: Layton decide, con riluttanza, di rimettere in vigore la legge marziale fino a quando la situazione non si sarà calmata e questo fa sì che si inimichi non poche persone. Sul treno è il caos, le classi non esistono più e si fa fatica a mantenere l’ordine.

In tutto questo Wilford fa di tutto per riconquistare (o comprare) la fiducia dei passeggeri dello Snowpiercer e mal sopporta che Melanie si sia impossessata di quello che ritiene non tanto un’arca di salvezza per l’umanità, ma il “SUO” treno.

Che ci sia una speranza per l’umanità fuori dalla locomotiva? Ci sarà qualcuno in grado di cercare le prove di questo nuovo cambiamento climatico che potrebbe dimostrare il ritorno della vita sulla terra?

Grandi rivelazioni

Era stata annunciata da subito la partecipazione di Sean Bean in questa seconda stagione ed è suo il ruolo dell’antagonista. Una performance spettacolare. Da uno così non ci si sarebbe potuto aspettare di meno. Il Wilford di Bean è intenso, affascinante, geniale e folle al tempo stesso e a volte dà quasi la sensazione di perseguire un obiettivo che in realtà è chiaro solo a lui. Wilford è un abile stratega, un attento osservatore, ma anche un narcisista patologico, vuole essere amato e temuto e dei due treni lui vuole essere il solo ed unico dio.

Melanie in questa stagione si vede meno (dato che impegnata nel piano per la salvezza del genere umano) ma anche questa volta Jennifer Connelly riesce a dare grande spessore ed umanità al suo personaggio, che scopriamo non essere la donna di ghiaccio che abbiamo visto durante la prima stagione.

Tra gli altri personaggi molto interessante il peso che ha acquisito Bess Till, interpretata da una soprendente Mickey Sumner, il cui animo, mosso da ideali fin troppo nobili, a volte quasi ingenui, si dovrà scontrare con la brutalità di persone pronte a tutto.

Nel complesso anche il giudizio su questa stagione è positivo, interessante soprattutto il risvolto che sta prendendo la storia, non ci resta che sperare in una terza stagione per vedere se davvero fuori dal treno c’è una speranza di vità per le poche migliaia di esseri umani rimasti in vita.

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