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Anime e Manga

Sempre più anime online, superato l’home video

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Alla fine dello scorso mese la Association of Japanese Animations, in acronimo AJA, ha rilasciato il consueto report annuale che analizza i dati del mercato dell’animazione, con focus principale sull’animazione giapponese. Da diversissimo tempo, AJA monitora non solo l’andamento degli anime giapponesi ma, nei suoi report, analizza anche l’andamento dei trend mondiali in merito al consumo di materiale di animazione. Nel nel periodo intercorso tra 2018 e 2019 è emerso che la distribuzione degli anime online ha superato le vendite del cosiddetto home video o videogram.

Spieghiamo meglio.

L’utenza, per quanto riguarda l’anno 2018-2019, ha consumato i propri prodotti di animazione giapponese non più in forma fisica con l’acquisto di DVD, ma in forma digitale. Per la prima volta, nei 16 anni in cui è stata inclusa l’indagine riguardo il consumo di anime online, il mercato digitale e la distribuzione internet ha superato l’home video. Non manca un cenno al comparto Disney e Warner, che hanno lanciato a livello globale i loro servizi streaming, e a Netflix che per il momento detiene ancora il primato del settore video on demand. Stando così le cose, dunque, AJA si aspetta un ulteriore, possibile aumento della domanda nei tempi a venire per i prodotti di animazione giapponese.

In generale, la distribuzione online ha battuto cassa con 59,5 miliardi di yen, con un aumento del 10,2% rispetto all’anno precedente; l’home video, al contrario, ha registrato una cifra di 58,7 miliardi di yen, calando di un molto più sensibile 23,3% rispetto all’anno precedente. Da cinque anni a questa parte, continua AJA, il mercato dell’home video continua a calare a favore dei servizi in streaming e del consumo di animazione giapponese online, questo a causa soprattutto di una diversificazione dei pattern di consumo dell’utenza, sempre più portata a consumare il prodotto da dispositivi portatili.

AJA si esprime anche sul minutaggio totale della produzione, che nell’anno 2018-2019 ha realizzato circa 130.000 minuti di prodotti, avvicinandosi al record del 2006, con 136.407 minuti. AJA specifica, comunque, che questo conteggio totale non tiene conto delle serie presenti in streaming su piattaforme come Netflix. In questo senso, azzarda che probabilmente il record del 2006 sarebbe stato superato nell’anno corrente.

Per quanto riguarda i titoli rilasciati nell’anno, il 2018-2019 vede un calo rispetto all’anno precedente: sono infatti stati realizzati 332 anime, contro i 340 del 2017 e i 356 del 2017. Tra questi mancano, ancora una volta, i prodotti realizzati per servizi on demand, come le esclusive Netflix. Sono inoltre diminuiti i cartoni per bambini e famiglie, ma è aumentata la produzione per un pubblico più adulto.

Per quanto riguarda i prodotti cinematografici, il complessivo dell’animazione ha raggiunto al box office 42,6 miliardi di yen nel 2018, con 74 film di animazione. Il prodotto cinematografico con maggiori incassi è stato Detective Conan: Zero no Shikkonin (o Zero the Enforcer), che da solo ha portato a casa 9,18 miliardi di yen.

Un’interessante analisi viene riservata ai consumi di animazione giapponese al di fuori del Giapponese stesso. Emerge infatti che il mercato “d’oltremare” ha superato il trilione di yen (oltre nove miliardi di euro), arrivando a coprire il 46,3% del mercato dell’animazione giapponese; l’America del Nord è il mercato con lo share maggiore di contratti sottoscritti e di lavori licenziati, seguita dall’Asia e dall’Europa. La crescita è, tuttavia, in rallentamento rispetto al periodo 2016-2017: negli anni precedenti, infatti, la rapida crescita era supportata dall’acquisto in massa da parte dei consumatori cinesi, sospeso e minimizzato dopo le regolazioni attuate dal governo cinese in merito ai contenuti multimediali annunciate del 2018. La perdita nel mercato cinese è stata dunque tamponata da una crescita stabile delle piattaforme on demand, dalle richieste sempre più numerose dei prodotti di animazione giapponese nell’America del Nord e con l’espansione in oltremare delle vendite dei giochi per smartphone legati a prodotti d’animazione.

In definitiva, il mercato d’animazione ha incassato circa 18,36 miliardi di euro, quasi un punto percentuale in più rispetto all’anno precedente, un trend positivo che può certamente essere visto con grande entusiasmo dagli appassionati di animazione giapponese.

Silvia Baliardini



Daily Nerd è un Magazine di cultura Nerd e Geek. Non si tratta semplicemente di riportare notizie, ma di approfondire e riflettere sulla cultura che ci circonda.

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Anime e Manga

The Seven Deadly Sins Cursed by Light: nuovo trailer

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The Seven Deadly Sins: Cursed by Light (Nanatsu no Taizai: Hokari no Norowareshi Mono-tachi) è il prossimo lungometraggio dedicato all’opera del mangaka Nakaba Suzuki, The Seven Deadly Sins appunto. Come secondo film questo racconterà le vicende del protagonista Meliodas e dei Peccati Capitali dopo la fine dell’opera cartacea, in un’avventura ancora inedita. A dare conferma delle varie novità che saranno visibili nella pellicola ci pensa il nuovo trailer rilasciato per Cursed by Light in questi giorni.

Il video, caricato sul canale YouTube di AnimeUS, lo potete trovare qui di seguito:

The Seven Deadly Sins: Cursed by Light arriverà in Giappone il 2 luglio!

Una storia completamente nuova dall’autore del manga originale Nakaba Suzuki che si svolgerà dopo la stagione anime The Seven Deadly Sins: Dragon’s Judgement.

Il comparto animazione del lungometraggio sarà interamente nelle mani dello studio DEEN (Rave Master, Fate/Stay Night, Fruits Basket), che già aveva animato una stagione precedente de I Sette Peccati Capitali. Del team di produzione faranno parte Takayuki Hamana, come direttore, e Rintarō Ikeda, alla scrittura.

Il trailer, oltre a confermare la data di uscita – per la sola utenza giapponese, almeno al momento – annunciata in precedenza, ci mostra anche i due nuovi misteriosi antagonisti delle vicende. Non si conosce ancora nulla di loro, motivi, poteri, nomi ma dal video abbiamo visto che Meliodas e suo fratello Zeldris si sono dovuti alleare nuovamente per combattere la nuova minaccia, e questo la dice lunga sul potere degli antagonisti.

A quanto pare torneranno tutti i personaggi che hanno reso celebre l’opera, oltre ai Peccati Capitali anche gli abitanti di Liones, fate, giganti e il re di Camelot, Arthur. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per un ottimo film. Speriamo che arrivi il prima possibile anche qui da noi.

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La via del grembiule – Lo yakuza casalingo

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Prodotto dal caro J.C.Staff e diretto da Chiaki Kon, La via del grembiule (titolo originale The way of the househusband) è l’agognata animazione del manga di Kōsuke Ōno, nonchè l’ultima new entry dell’archivio comico-demenziale di Netflix.

La serie ruota attorno a Tatsu “L’Immortale”, un ex boss malavitoso diventato casalingo per supportare la carriera di sua moglie Miku. Abbandonata la lotta in strada per quella ai coupon, Tatsu ha cambiato vita ma il suo passato sembra non volerlo abbandonare, così tra una lezione di vita (domestica) al discepolo Masa e un corso di cucina scatta spesso la violenza, insieme a una sfilza di malintesi dovuti al suo background criminale.

Ed è proprio il contrasto fra la banalità della sua nuova vita e l’aspetto ambiguo di Tatsu – ultratatuato, con una vistosa cicatrice in faccia e uno sguardo truce – ciò che rende la serie esilarante. Fra gag slapstick e umorismo deadpan, quelle che altrimenti sarebbero noiose situazioni da slice of life diventano scenari gangster così ridicoli e drammatici da essere divertenti, dove anche le pulizie di casa diventano una battaglia all’ultimo sangue.

Per quel che riguarda i contro della serie, ciò che potrebbe non convincere è l’animazione, che spinge un po’ troppo verso il motion comic per i miei gusti. Infatti pur essendo guidata dalla volontà del produttore di restare fedele al manga, la scelta di usare uno stile “a fumetto” ha in parte penalizzato il disegno e le scene di azione, il che mi ha lasciato un po’ d’amaro in bocca.

Considerazioni personali a parte, nel complesso La via del grembiule è una mini commedia senza troppe pretese, buona per farsi una risata senza impegno o come palate cleanser dopo aver concluso una serie lunga e pesante. Sicuramente non si tratta di una gemma nascosta come Saiki K (seriamente, fatevi un favore e guardatela) e il potenziale non sfruttato c’è e si vede, ma nel suo piccolo è senz’altro originale e degna di essere guardata.

Per ora gli episodi rilasciati sono solo cinque, divisi in più sketch da pochi minuti l’uno e che per di più finiscono in un lampo, quindi non c’è davvero ragione per perderseli. Netflix ha annunciato di avere in programma una seconda parte per questa prima stagione ma ancora non si sa nulla rispetto a un eventuale sequel, anche se esiste già una versione live action della storia per chi volesse approfondire.

Se non vi siete ancora convinti a guardare l’anime, nel frattempo potete godervi il suo trailer e la voce di Kenjirō Tsuda (Tatsu), che da sola vale tutta la serie.

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Dota Dragon’s Blood: la recensione dell’anime Netflix

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Il matrimonio tra Netflix e le serie in stile anime – che siano queste effettive produzioni della terra del Sol Levante o soltanto ispirate ad esse – si è dimostrata, negli anni, un’unione piuttosto fruttuosa. Anche lasciando da parte le decine di serie i cui diritti sono stati acquistati “soltanto” per la capacità di mostrarle sul portale del titano dello streaming, la quantità e la qualità di serie originali prodotte da Netflix in questa nicchia (sempre che sia ancora definibile tale) si stanno rivelando sempre più sorprendenti.

Una nicchia nella nicchia nella quale il portale sembra decisamente credere sono gli anime tratti da (o ispirati a) importanti IP videoludiche. Dopo un fortunato e apprezzato adattamento di Castlevania e un decisamente meno apprezzato adattamento di Dragon’s Dogma, Netflix ha recentemente puntato su un altro gigante della scena videoludica – stavolta occidentale: DOTA 2 (Defense of the Ancients), celebre MOBA dell’altrettanto celebre Valve. Il risultato dell’unione dell’IP della casa di Gabe Newell e gli sforzi produttivi di Studio Mir (rinomato, tra le altre cose, per aver animato Avatar: The Legend of Korra) è una serie di otto episodi intotolata Dota: Dragon’s Blood. Una serie che, come si avrà modo di approfondire nel corso di questa recensione, rappresenta per Netflix qualcosa di decisamente più affine, in qualità, alla positiva esperienza di Castlevania.

Dota Dragon’s Blood: le premesse e l’ambientazione

Quando ci si confronta con la prospettiva di iniziare a guardare una serie ispirata a un universo narrativo già prestabilito il – legittimo – timore è sempre uno: sarà qualcosa di adatto soltanto ai fan sfegatati? O sarà accessibile e godibile anche per i totali neofiti?

Dal punto di vista di un totale neofita, possiamo confermarvi che Dota: Dragon’s Blood non è assolutamente un racconto indirizzato soltanto ai fan storici del videogioco. Per quanto non dubitiamo che Studio Mir abbia inserito qua e là citazioni e chicche apprezzabili da quel pubblico, ogni singolo pilastro della narrativa (dall’ambientazione, agli elementi fondanti della trama, ai personaggi e la loro storia) viene reso immediatamente e magistralmente accessibile fin dai primissimi episodi.

È certo complice il fatto che l’ambientazione sia, in generale, qualcosa di decisamente “familiare” a pressoché qualsiasi fan del genere fantasy. Lungi da noi, comunque, associare a questa familiarità una connotazione negativa: pur avvalendosi di capisaldi del genere (elfi, draghi, demoni e compagnia cantante), Dota: Dragon’s Blood non lo fa in maniera scontata o banale. Il mondo in cui si svolgono le vicende di questi otto episodi è ricco di personalità e di colore, dettagli interessanti che contribuiscono a distaccare il worlduilding quanto basta dallo stato di “generico mischiaticcio di Tolkien e World of Warcraft”.

Dota Dragon’s Blood: i personaggi e la trama

Per quanto importanti per comprendere ed apprezzare a fondo ciò che sta accadendo a schermo, il mondo e le sue regole passano in secondo piano se rapportati alle vicende e a come queste si intrecciano con i personaggi principali e le loro motivazioni.

Difficile identificare un vero protagonista in questo Dota: Dragon’s Blood. L’approccio scelto alla narrazione è uno piuttosto diversificato, e Davion, il cavaliere drago, per quanto spesso messo in copertina come apparente fulcro e centro degli eventi non è tanto più un protagonista di quanto lo fosse Eddard Stark nella prima stagione di Game of Thrones.

L’analogia con la popolare serie HBO non è così campata per aria: la trama segue i punti di vista di numerosi personaggi, con un ventaglio che si allarga mano a mano che gli episodi procedono. Diversamente da Game of Thrones, tuttavia, i vari punti di vista e le varie sotto-trame restano pressoché sempre “localizzate”, vicine e interconnesse tra loro, spesso l’una propedeutica alla risoluzione o alla migliore comprensione dell’altra.

Questa struttura fatta di continue interconnessioni, diversi punti di vista e occasionali salti nel tempo costituisce sia la forza, sia l’occasionale debolezza dell’opera nel suo complesso. Per quanto infatti le motivazioni dei personaggi e i loro rapporti vicendevoli siano entusiasmanti e spingano lo spettatore a voler sapere di più (Dragon’s Blood rientra tra le poche serie che abbiano “costretto” chi scrive di fronte allo schermo per finirla in un solo giorno), più ci si avvicina alla fine più ci si rende conto che la quantità di trame ancora aperte e relazioni non del tutto esplorate avrebbe richiesto molti più episodi per ricevere una completa giustizia; o, se non altro, episodi più lunghi. Il problema risulta particolarmente evidente soltanto nell’ultimo episodio, in cui le varie sotto-trame che compongono l’intrigo complessivo della prima stagione giungono a una conclusione forse troppo affrettata e, soprattutto, troppo concomitante.

Che la storia tenga incollati allo schermo, comunque, è indubbio: complici anche dei personaggi variegati e ben costruiti, il comparto narrativo complessivo di Dragon’s Blood si presenta solido, appassionante e ricco di una componente umana fatta di inaspettatamente sottili sfumature di grigio. Ben lungi dall’accontentarsi di una fiaba di luce contro oscurità e buoni contro cattivi, Dragon’s Blood orchestra una convincente storia di conflitti interni ed esterni, di personaggi fondamentalmente positivi, ma corrotti e spinti al limite della propria e altrui morale da un mondo e da vicende spietate.

Il comparto tecnico

Visivamente parlando, Dota: Dragon’s Blood sa essere un gioiello. A partire dai design dei personaggi, distinti e ben fatti, in grado di dare già un’ottima prima impressione di quelle che ci si possa aspettare dalle caratteristiche caratteriali più e meno evidenti, passando per l’animazione 2d, pulita nei momenti più tranquilli e dinamica e frenetica nelle frequenti, ben orchestrate scene d’azione. Suddetta azione è tuttavia spesso accompagnata anche da modelli 3d, che non si amalgamano sempre troppo bene con gli sfondi e al resto dei personaggi. Nulla di fastidioso o che distragga troppo, comunque – specie se lo si compare ad altre, già citate produzioni come Dragon’s Dogma.

Una particolare nota di plauso al casting dei doppiatori, farcito di nomi di tutto rispetto. Dalla tormentata, dolorosa e fatalista performance donata da Troy Baker alle labbra dell’Invocatore, a quella più leggera e scanzonata (ma puntellata di sprazzi d’ira e dolore) donata da Yuri Lowenthal a Davion, pressoché tutte le performance attoriali donano all’animazione ulteriore peso, ulteriore pathos e ulteriore credibilità.

Il resto del comparto tecnico, pur non distinguendosi in maniera plateale, tiene egregiamente in piedi il tutto, contribuendo a fornire un quadro visivo e uditivo d’insieme in grado di immergere lo spettatore nel fantastico, pericoloso e crudele mondo di Dragon’s Blood.

Tirando le somme

Dota: Dragon’s Blood è una serie coinvolgente, con un cast interessante e profondo e una trama che, anche se forse un filo troppo veloce e leggermente pasticciata a tratti, premette e promette grandi cose per il futuro. Nella speranza che l’apprezzamento del pubblico rifletta l’effettiva qualità del prodotto, possiamo affermare con una buona dose di certezza che, con Dragon’s Blood, Netflix potrebbe aver trovato un potenziale, promettente nuovo Castlevania.

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