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Fumetti e Cartoni

Intervista a Tito Faraci: scrittore e sceneggiatore di Topolino e Diabolik

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Invitati al Giffoni Film Festival, abbiamo avuto il piacere di intervistare in esclusiva Tito Faraci, pietra miliare della sceneggiatura italiana. Faraci era presente al festival per presentare, durante una Masterclass, la graphic novel Un Sogno Chiamato Giffoni, realizzata in collaborazione con Wallie.

Ciao Tito, partiamo subito dalla collaborazione con Wallie, come vi siete incontrati e com’è stata?

Ciao Matteo. Be’ le collaborazioni in generale sono imprevedibili, vorrei raccontarti un aneddoto di quand’ero ragazzo.

Lavoravo per topolino e scrissi una storia che si intitolava La lunga notte del commissario Manetta senza sapere chi me l’avrebbe disegnata. All’epoca non esistevano mail e facevo un altro lavoro. Il disegnatore, che poi scoprii essere Giorgio Cavazzano, chiamò per farsi mettere in contatto con me perché mi voleva parlare della storia. Appena lo sentii pensai subito che avevo sbagliato qualcosa ed invece lui mi fece i complimenti, era rimasto colpito in senso positivo dalla mia sceneggiatura. Mi disse che per lui era un momento difficile, un periodo in cui era particolarmente demotivato e la mia storia l’aveva aiutato, gli aveva dato una spinta per proseguire meglio di prima.

Ecco, non me lo sarei immaginato eppure poi abbiamo continuato a lavorare insieme per altre storie. Io avevo l’età che adesso ha Wallie e, a distanza di molti anni, ho capito quello che Giorgio mi diceva: trovare nei giovani la voglia di fare. Avevo quest’occasione e sarebbe stato facile per me scegliere un disegnatore già rodato eppure ho voluto affidarmi ad un disegnatore che non aveva mai lavorato con uno sceneggiatore – perché Wallie ha pubblicato sempre libri come autore unico.

Per questo progetto mi ero riproposto due cose: la prima che non volevo scrivere un libro puramente celebrativo, la seconda è che volevo un disegnatore non scontato, e sono riuscito in entrambi gli intenti.

Come le è venuta l’idea di creare il personaggio di Edo in Un Sogno Chiamato Giffoni?

In realtà ho fatto una chiacchierata col direttore del festival, Claudio Gubitosi, e mi aveva raccontato di quand’era ragazzo: questa cosa di inseguire un sogno ma anche di come li odiasse, di come preferisse l’idea di provare a realizzare qualcosa anche quand’è difficile, e questo non lo considera un sogno perché è un qualcosa di realizzabile.

Ho cercato di raccontare la tenacia in maniera ironica e metterla nel personaggio. L’idea è partita soltanto da questo, da questa chiacchierata.

Poi abbiamo provato con Wallie a fare queste specie di strisce orizzontali che danno una lettura, quindi, verticale; e non solo anche i balloon disordinati fra loro che costringono il lettore a seguire il giro delle pipette, per suggerire la confusione delle voci in un set. Quindi c’è stato un vero studio per dare col fumetto un’idea di cinema senza imitarlo, Ironizzandolo.

Sinceramente trovo molto acuta l’idea delle vignette in widescreen che ricordano la camera o lo schermo. Parlando di ispirazione, passiamo a Spigole, il tuo nuovo libro. Quanto è difficile avere sempre nuove idee senza mai esaurirsi?

Molte volte è proprio dura inventarsi ogni giorno nuove cose, però alla fine mi pagano per fare qualcosa che pagherei per fare. Non esiste il lavoro facile e forse non sarebbe nemmeno giusto se esistesse. A me serve il mio carburante e poi avere la libertà di non scrivere sempre lo stesso personaggio ma di spaziare il più possibile.

Come mai spigole?

Il nome mi divertiva e poi c’è un fatto: a Milano tutti le chiamano erroneamente branzino e quindi trovavo divertente il fatto che lui invece volesse vendere spigole. Il protagonista, in carenza di idee, si convince che tutto il mondo là fuori non pensa ed è una cosa terribile, una spocchia imperdonabile: pensare che solo chi è creativo possa pensare mentre gli altri no. Infatti il mio protagonista avrà la giusta punizione.

Il suo romanzo lo vedrei quasi come un incitamento ai “creativi” a non mollare mai.

Sì, a capire che quella fatica è una fatica come molte altre che si trovano in qualsiasi lavoro. Da una parte non valorizzare troppo il proprio lavoro e anche apprezzare però la fortuna che si ha avuto per poterlo fare.

Durante la presentazione ha parlato della quarantena, come ha influito per quello che concerne il suo carburante? E a livello creativo, pensa che abbia influenzato le sue produzioni?

Qualunque tipo di storia io scriva, che sia fantascienza o western, che sembrano esistere in universi lontanissimi dal nostro, ho bisogno di un carburante che è camminare per strada, conoscere persone. Chi mi conosce lo sa, sono molto socievole – mi verrebbe quasi da dire un tipo da bar!

Mi piace frequentare gli amici, allargare la mia cerchia di conoscenze. Penso che quando scrivi una storia lontana, quello che percepisci per strada, quello che senti dalle persone: il raccontare le loro storie, le loro tragedie di vita, i loro problemi economici, relazionali; ecco tutto questo costituisce un enorme risorsa di carburante in cui tu puoi mettere anche un attacco di alieni. Perché sono situazioni reali che vivi. Penso che ogni autore dovrebbe farsi un giro per strada e conoscere quanto costa un chilo di pane o un biglietto della metropolitana. Durante la quarantena ho sentito che piano piano si esauriva questo carburante, tanto che piano piano sentivo difficoltà nell’ispirazione. Per fortuna adesso, come tutti, si ritorna a camminare per strada a risentire i vari contatti.

L’importante sono quindi i drammi reali, le storie di tutti i giorni, che poi possono essere messe anche in un contesto lontano o assurdo, perché i personaggi alla fine sono persone.

Sì, diciamo i personaggi risultano più coerenti delle persone, tuttavia dentro di loro albergano dei contenuti che sono veri, che vengono dall’osservazione delle persone.

Una cosa che mi ha aiutato molto, anche nel mondo Disney, è stata proprio rendere veri anche i topi ed i paperi, perché ci mettevo dentro le storie delle persone che conoscevo. In fondo con Topolino e Gambadilegno ho sempre cercato di raccontare l’impossibilità di essere amici ma allo stesso tempo anche di essere nemici.

Mi ha colpito questa cosa che lei dice del mondo Disney. Leggendolo fin da piccolo molte cose me le ha spiegate Topolino, anche temi pesanti. Per esempio da grandicello mi ricorderò sempre di una storia che parlava della morte, in cui Topolino e Pippo viaggiano nel tempo…

Certo ce l’ho presente, quella di Zemelo. Me la ricordo bene perché, nessuno lo sa, ma ho fatto io da editor.

Era l’epoca in cui facevo da editor esterno e tutor per i nuovi autori. Quella storia mi è stata portata e ho fatto di tutto per farla passare. È stata ripubblicata anche in varie occasioni, in molti Paesi del mondo; è una storia che parla di una cosa proibita come la morte ma era affrontata con un enorme delicatezza, e ne sono molto fiero. C’è anche un po’ il mio zampino, ma ho fatto di tutto per difenderla.

C’è una storia di Topolino che le è rimasta nel cuore?

Forse una che si intitola Dalla parte sbagliata in cui affronta in maniera viscerale il rapporto fra Gambadilegno e Topolino.

Per rimanere in tema disneiano, in un’altra intervista ha parlato della famiglia Topolinia e della famiglia Paperopoli. Vorrei approfondire un po’ l’argomento.

È una visione un po’ estremizzata però, secondo me, corretta. Il mondo dei paperi è un mondo dominato dai rapporti familiari sostanzialmente, salvo eccezioni, e quindi c’è l’obbligo di frequentarsi. In realtà è come se Paperino non avesse amici. Se facessi una storia di Paperino che va a trovare fuori città un vecchio amico, la redazione direbbe: Ma che strano!. Se invece iniziassi una storia con Topolino che va a trovare un vecchio amico la redazione non direbbe nulla, tutto normale.

Invece il mondo di Topolino è dominato soprattutto dai rapporti di amicizia e di amore. Topolino è amico di Pippo, di Basettoni, di Orazio; Orazio è innamorato di Clarabella, Topolino ama Minnie, Gambadilegno ama Trudy, Topolino e Gambadilegno hanno un rapporto di amicizia negata. La parentela è lo scegliersi. Quindi nessun rapporto del mondo di topolino è obbligatorio. Questo mi ha sempre fatto interessare, almeno fino ad oggi, di più il mondo dei topi: perché il fatto che tutti si scelgano, non siano obbligati e che ogni rapporto che sia di amicizia, amore o rivalità può finire da un momento all’altro.

Però ultimamente la difficoltà fra parenti di trovare un’intesa ed anche il peso della responsabilità della famiglia, forse perché sono cresciuto negli anni e ho avuto dei figli, mi hanno fatto trovare interesse per il mondo dei paperi.

Penso che paradossalmente dipenda dalla propria esperienza di vita e dalle fasi che uno attraversa.
Parlando di differenze nel corso degli anni: suo figlio so che le ha fatto scoprire Sio, com’è stato?

Quando mio figlio aveva sedici anni, mi ha fatto vedere che mi aveva nominato in qualche intervista. Poi ho visto che mi seguiva su Twitter così l’ho seguito anch’io e gli ho scritto ringraziandolo per la stima nei miei confronti. Poi io cercavo qualcuno per Topolino e quindi gli ho fatto provare a scrivere delle storie perché ho capito quanto lo amava. Siamo diventati amici ed è nata un’ottima collaborazione che spero continuerà.

Dopo tutta una vita passata scrivere e sceneggiare si potrebbe definire arrivato o c’è ancora qualcosa che cerca?

Non mi sento arrivato. Questa forse è una virtù o una maledizione, non lo so. C’è ancora ambizione di fare qualcosa di nuovo, di provare una nuova sfida anche a costo di perderla, questa non mi è mai passata! Dal punto di vista personale, penso, non si possa dire: Ah va bene così per ancora un po’!. Penso che dal punto di vista creativo sia una benedizione non sentirsi mai arrivato.

Come molte persone creative quando riceviamo una critica positiva seguono attimi di felicità, mentre ad ogni critica negativa seguono ore o giornate di tormento. Abbiamo in tanti la sindrome dell’impostore, per cui pensiamo di essere stati messi a fare qualcosa senza alcun merito e abbiamo paura di essere smascherati come truffatori. Io non riesco a godermi le critiche positive e non riesco a passare sopra a quelle negative.

La sua passione per la scrittura com’è nata?

È nata dalla passione per la lettura e per le storie in generale dai fumetti ai libri, piuttosto che ai film sia in televisione che al cinema. In ogni scrittore c’è un lettore.

E si ricorda qual è stato il primo libro o fumetto che ha letto?

Non ce la faccio. Ne ho letti tantissimi che non saprei. Per quanto riguarda i fumetti potrei ipotizzare un Topolino o un Asterix. Per quanto riguarda la narrativa ho veramente problemi a ricordare.

Parlando di storie mi viene in mente l’aneddoto che hai raccontato: “se avessimo 4 dita invece che 5?”, in cui bisognava cambiare il nostro sistema decimale. Ecco quanto pensa che la fantasia sita nelle storie possa in qualche modo influenzare la scienza?

Penso non siano territori così lontani. La capacità di astrazione, di spingersi verso l’ignoto in territori ancora non esplorati appartiene alla creatività. Nell’esplorazione del pensiero confluiscono la scienza e la creatività. Il pensiero creativo è stato alla base dell’umanesimo, per esempio. Spingere il proprio cervello ad analizzare ipotesi che fino a quel momento sembravano insensate.

Una domanda un po’ più personale: quanto costa in termini emotivi scrivere?

Un tempo pensavo che fosse particolarmente influente nella mia vita. Diciamo che qualsiasi lavoro uno faccia influisce nella vita privata di una persona, quando torni a casa te ne porti un po’. Il fatto che il mio lavoro possa essere svolto ovunque, il fatto che anche adesso potrei tornare in albergo e mettermi a scrivere, il fatto che ti segua ovunque e che la notte ti possa svegliare, ecco queste cose sono pratiche e a livello psicologico è impegnativo. Devi imparare a conviverci, a scaricare ogni tanto.

Purtroppo gli sceneggiatori in Italia non sono riconosciuti. Molte persone non sanno nemmeno che lavoro svolgano, ed ecco: quando ha iniziato a studiare e lavorare in quest’ambito la sua famiglia, le sue amicizie cosa le dicevano?

La mia famiglia non sapeva e tutt’ora non sa esattamente cosa stia facendo, ma in realtà neanche i miei vicini di casa! Quindi è un lavoro che malgrado adesso stia diventando più noto, rimane pur sempre sconosciuto e misterioso. Tant’è che c’è chi pensa che consista nel semplice scrivere i dialoghi, c’è chi pensa che lo sceneggiatore scriva solo il soggetto, è un mestiere ancora inesplorato, ma anche difficile da spiegare ed incredibile.

Però ho imparato a convivere con questa storia.

Penso che passerò tutta la vita a trovare gente che dice: Ciao ho letto il tuo fumetto, mi disegni qualcosa? ed in realtà non stanno mentendo solo che associano il mio nome alla storia disegnata. Alla fine scrivendo per fumetti popolari è normale che si sia più devoti al personaggio e non all’autore.

Immagino, lei preferisce più scrivere in seriale o opere uniche?

Non c’è una risposta, dipende dai momenti. Dopo un po’ che faccio seriale mi vien voglia di sperimentare altro… no, non c’è proprio una risposta. Scrivo tante cose diverse e mi piace, perché dopo un po’ che scrivo sempre lo stesso tipo di storie mi vien voglia di cambiare. Anche come lettore mi annoierei a leggere lo stesso tipo di libro o vedere lo stesso tipo di film e mi annoierei anche come autore a fare lo stesso tipo di storia con gli stessi personaggi.

In qualche modo, mi dà idea che lei sia molto libero. Riesce a spaziare tanto fra generi e tipologie diverse ma anche soltanto in Topolino, che alcuni lo definisco rigido, lei è capace di saper essere libero all’interno di quelle regole. Come fa?

In realtà sì. Penso principalmente perché non sento molto il limite anche in una storia disneiana e variare molto la scrittura mi permette di non avere un tipo di storia da non poter scrivere. Questo mi rende libero probabilmente.

Ultima domanda: ai nuovi giovani autori, cosa consiglierebbe?

Di essere giovani autori. Di capire che anche i più vecchi erano dei giovani immaturi e quindi non cercare di copiarli, ma rinnovare sempre.

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Fumetti e Cartoni

Mariano Rose, la sceneggiatura ai tempi del covid-19

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ci scusiamo per il disagio intervista

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Mariano Rose, autore esordiente con già diverse pubblicazioni alle spalle, che ci parlerà di alcune esperienze riguardo l’editoria fumettistica da libreria.

Innanzitutto, presentati a chi ancora non ti conosce.

Mi piace definirmi uno sceneggiatore nel senso più ampio. Non ho molte pubblicazioni alle spalle, ma per chi volesse leggermi un po’: ho esordito con un episodio di Dylan Dog insieme ad altri colleghi; poi una storia nel volume de L’ultimo Tokusatsu edito da Manfont e, sempre per Manfont, Ci scusiamo per il disagio.

Qual è stato il tuo approccio con la sceneggiatura?

Sicuramente la mia passione è iniziata diverso tempo fa. Mi sono laureato presso il DAMS di Bologna, poi mi sono trasferito a Torino dove ho seguito il corso di sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics.

L’anno successivo ho conseguito anche il master, mentre già iniziavo a pubblicare qualcosina e a lavorare ai miei vari progetti.

So che non ti occupi solo di fumetti, ti va di parlarne?

Sì, non scrivo e sceneggio solo in ambito fumettistico ma cerco sempre di spaziare.

Scrivo anche in prosa e, da relativamente poco, sto lavorando in ambito televisivo; sceneggiando, con altri colleghi, un progetto che andrà in onda sulla RAI.

Sappiamo però che non è l’unico progetto che bolle in pentola, dato che li stavamo aspettando.

Hai ragione. Avevo altri tre progetti completi che dovevano uscire con Tunuè, NPE e DOUbLe SHOt.

Quando usciranno?

Questa è una bella domanda. L’uscita di tutti questi tre fumetti è stata posticipata a causa della situazione cui abbiamo assistito in questo 2020.

Come mai?

Vedi la maggior parte delle case editrici, oltre a curare la storia e i disegni, spende molte risorse per quanto riguarda la promozione. Oltre che a livello social, la promozione e la pubblicità, è fatta in maniera, diciamo, fisica: tramite fiere, raduni, incontri, eventi in librerie, centri commerciali ecc.ecc.

Quindi a causa delle misure anti-covid, è stato impossibile progettare un sistema di promozione e sponsorizzazione adeguato. La chiusura di fiere ha messo a dura prova la maggior parte degli editori e nel mio caso si è preferito quindi posticipare.

Hanoi Swing doveva uscire con la Double Shot, sapresti darci qualche informazione in più?

Le informazioni che ti posso dare sono le stesse che so io. Hanoi Swing (DOUbLe SHOt) era pronta già da un anno, come anche Gulguvit (NPE). Dopo il primo lock-down erano stati rinviati, ma adesso hanno subito un altro rinvio, facendoli slittare fino a primavera 2021.

Si tratta di molto tempo…

Sì. La realizzazione di un fumetto richiede a prescindere molto tempo. Questi fumetti li seguivo da ormai tre anni e vederli rinviati mi dispiace tuttavia voglio essere positivo poiché spero che quando finirà tutto potranno avere la giusta attenzione.

Che impatto ha avuto e avrà quest’anno e questi rinvii nella tua vita professionale?

Sicuramente questi rinvii hanno influito sul mio lavoro e sul mio piano produttivo.

Oltre che causare un danno a livello economico, c’è stato un impatto lavorativo poiché speravo di pubblicare questi volumi per avere del materiale che fungesse da trampolino per progetti più ambiziosi. In questo mondo ogni pubblicazione può servire da “bigliettino da visita” per entrare in altre case editrici e lavorare a progetti con maggiori entità.

Dopotutto questi disordini mi sono trovato costretto a fermarmi. E come me anche il disegnatore con cui ho collaborato si è trovato a non poter aggiungere nel suo portfolio le tavole dei fumetti che, ovviamente, per contratto non possono essere divulgate.

Potresti fare previsioni riguardo la ripresa “normale” dei tuoi lavori?

Fare previsioni è difficile, il fatto è che il mondo dell’editoria fumettistica e soprattutto il fumetto da libreria, ha subito un tracollo.

La condizione quotidiana influisce in maniera esponenziale sul mercato del fumetto italiano. Però spero che entro Natale dell’anno prossimo riprendano fiere e quindi si apra un varco per poter riprendere a respirare.


Lo speriamo anche noi. Grazie per il tuo tempo e ci manterremo in contatto per novità riguardo le tue pubblicazioni.

Se ti è piaciuta questo approfondimento insieme a Mariano Rose, puoi recuperare tutte le altre nostre interviste a questo LINK!

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Fumetti e Cartoni

ll viaggio di Tito, il nuovo fumetto di DOUbLe SHOt

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ll viaggio (a fumetti) di Tito sta per cominciare! L’Associazione Culturale DOUbLe SHOt annuncia un’importante collaborazione con una delle più attive realtà editoriali toscane: l’Associazione Nuove Tendenze Edizioni. Una collaborazione che non poteva che svilupparsi nel segno della sperimentazione a metà tra letteratura e fumetto e che invita il lettore a fare un viaggio nella Storia.

A dicembre uscirà Il viaggio di Tito, l’adattamento a fumetti di una delle maggiori pubblicazioni di Nuove Tendenze, il romanzo storico omonimo scritto da Emiliano Angelucci e vincitore nel 2016 del Premio Letterario Nazionale Carlo Piaggia.

Questa è la storia di Tito, il “buon ladrone” crocifisso sul Golgota alla destra di Gesù, e di Terenzio, un ufficiale dell’esercito romano con la passione per la scrittura. Due personaggi agli antipodi, provenienti da due mondi completamente diversi che intrecceranno le proprie vite con quelle di figure realmente esistite, in un lungo percorso esistenziale tra religione, filosofia e ricerca di sé stessi.

Il romanzo storico di Emiliano Angelucci prende forma in questa trasposizione a fumetti realizzata da una delle coppie d’oro della DOUbLe SHOt: Filippo Rossi alla sceneggiatura e Giorgio Carta ai disegni.

Filippo Rossi (Siena, 1982) Sceneggiatore di fumetti, editor, insegna storytelling e sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze. Autore di diversi fumetti storici, tra cui Francesco Petrarca (2014), Dante Alighieri, Amor mi mosse (2014), Benvenuto Cellini (2016).

Giorgio Carta (Cagliari 1988) Fumettista e illustratore. Lavora inoltre come grafico per l’editoria. Già disegnatore per altre pubblicazioni a sfondo storico come Renato Serra (2015) e Caterina da Siena (2016).

Emiliano Angelucci (Rieti, 1997) è sempre stato affascinato dall’Impero Romano e dalle grandi figure che ne hanno segnato le sorti. Durante gli ultimi anni di liceo si è così cimentato nella stesura di un romanzo ambientato nel I secolo, Il viaggio di Tito, vincendo nel 2016 il Premio letterario nazionale “Carlo Piaggia” (Capannori – Lucca) nella sezione Narrativa inedita. Il romanzo è stato pubblicato dall’Associazione culturale Nuove Tendenze. Così è cominciata la fortuna dell’opera, ora diventata Graphic Novel. Emiliano ha proseguito gli studi scientifici laureandosi in Ingegneria Industriale, e attualmente si sta specializzando in Ingegneria Chimica per lo Sviluppo Sostenibile presso l’Università Campus Bio-Medico

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Ezequiel Himes: Cacciatore di Zombie

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Oggi vi proponiamo un nuovo titolo di Leviathans Labs, Ezequiel Himes: Cacciatore di Zombie, scritto da Victor Santos con i disegni di Alberto Hernandez, un thriller zombie apocalittico pieno di azione e con un eroe che sembra aver perso tutto, ma non ancora pronto ad arrendersi.

Ezequiel Himes: Cacciatore di Zombie: la trama

Ezequiel Himes è un uomo che viaggia in un mondo ormai marcio, quasi morto. Sono infatti i morti viventi, gli zombie, ad abitare questa nuova terra dall’atmosfera western. Himes porta un gran peso sulle spalle e non gli è rimasto molto, se non qualche amuleto di protezione, alcune scintille di odio che stanno ormai sbiadendo e un frammento di speranza, la speranza di poter cambiare anche solo qualcosa di quel mondo ormai decaduto.

Ormai non gli importa di morire e combatte ancora, cerca vendetta, e magari anche un po’ di giustizia, si batte contro gli uomini che si sono lasciati comprare, che lavorano per i “Padri”. Questi sono zombie intelligenti che comunicano tra di loro telepaticamente, e governano questo mondo apocalittico, in cui gli uomini vengono catturati e dati in pasto agli zombie.

Tavole

Dinamici, con luci e ombre nero e seppia, i disegni ci portano in un’America post apocalittica. Gli scenari sono sicuramente un punto forte, così come il character design. Vegetazioni invadenti, scheletri di palazzi e carcasse di automobili sono l’inquietante palcoscenico di creature non più umane, bestie, non morti che si aggirano spasmodicamente per le strade.

Creature non peggiori di quegli uomini che per rimanere vivi si sono messi al servizio dei padri. Questi hanno volti scavati, figure grottesche e appaiono ancora meno umani degli stessi zombie. Il design dei personaggi ci regala subito un’idea della loro funzione e carattere. Le tavole ci rimandano al mondo di Dylan Dog, o in alcuni momenti di Tex, ma con una nota di colore, seppia o grigio, che riscalda le pagine e i combattimenti.

Quello che ci rende umani

Non ci sono più umani Ezequiel… ormai conta solo quanto sei marcio. Ezequiel Himes è azione, ma è anche il constatare la perdita dell’umanità, soprattutto da parte di quegli uomini che per aver salva la vita si sono messi al servizio degli zombie “Padri” . Questi la loro umanità non l’hanno persa, ma l’hanno venduta.

L’albo è un varco in una nuova torbida dimensione e nella disperazione del protagonista, l’ultima nota umana in una colonna sonora distorta. Himes ha perso ciò a cui più teneva, e ora ciò che lo rende umano è il dolore, che lo libera dalla schiavitù del dover sopravvivere. Lui non ha paura di morire ed è questo che rende l’azione così avvincente, è questo che lo rende più vivo e più forte degli altri, lui combatte una guerra personale, e nel suo furgone porta con sé il suo fardello, il suo segreto. Ma dentro di lui non è ancora morta quella scintilla di speranza di poter cambiare qualcosa di questa terra ormai morta, e questa scintilla è destinata ad evolversi, crescere e divampare.

Forse tra gli angoli bui e inesplorati, tra gli inquietanti meccanismi e segreti di questa macabra società raccontata da Victor Santos e Alberto Hernandez, Ezequiel alla fine troverà l’anello debole che farà crollare questo sistema marcio e imputridito.

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