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Interviste

Intervista ad Alex Polidori, la voce italiana di Spider-Man

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Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Alex Polidori, la voce ufficiale italiana del nuovo Spider-Man interpretato da Tom Holland. In questa lunga chiacchierata abbiamo parlato di tante cose dai suoi primi passi nel mondo del doppiaggio, fino al successo Marvel e non sono mancati momenti divertenti e riflessioni su come il covid-19 abbia cambiato anche la routine lavorativa in studio di doppiaggio.

Silvia: Hai iniziato a doppiare da piccolissimo, com’è avvenuto il tuo primo incontro con questo mondo?

Alex Polidori: È iniziato tutto per caso, mi sono ritrovato in studio di doppiaggio seguendo mio fratello (Gabriele Patriarca, la voce italiana di Neville Paciock). Io volevo fare tutto quello che faceva lui e così lo accompagnavo sempre alle registrazioni. Si inizia con piccole parti e poi hanno notato che ero predisposto, non ero per niente timido e impacciato, anzi. Non siamo nati in una famiglia di doppiatori, ma chissà forse saremo noi a iniziare la tradizione.

Lucrezia: Adesso siamo curiosi di scoprire qualcosa in più del dietro le quinte di uno studio di registrazione. Come avviene la magia?.

Alex Polidori: È un lavoro affascinante, soprattutto visto da fuori, e ci si diverte a farlo, ricordo quanto fossero entusiasti i miei amici quando da bambino li portavo a vedere una registrazione. Nell’ambiente possono anche nascere importanti amicizie e relazioni, la mia ragazza è Sara Labidi (la doppiatrice di Arya Stark) e pure mio fratello sta con una doppiatrice. È un bell’ambiente, ma come tutti i lavori ha pro e contro e c’è della competizione tra colleghi, ma resta una grande famiglia, io passo più tempo in studio che a casa.

Silvia: Come hai affrontato lavorativamente questo periodo di quarantena e com’è stata la ripartenza?

Alex Polidori: All’inizio in qualche studio si è cercato di incidere con la mascherina chirurgica perché non modifica troppo il suono e bastano piccoli accorgimenti tecnici per risolvere il problema, ma la maggior parte degli studi la fa togliere, solo per la durata della registrazione. In studio poi abbiamo diverse precauzioni, come un po’ dappertutto. Non c’è più il copione cartaceo ma un tablet che viene usato da remoto, ci sono pannelli di plexiglas che dividono lo staff e non si doppia più assieme ai colleghi, ma ognuno registra la propria parte che poi viene unita a quella degli altri, ma questa era un’abitudine che stava prendendo piede già prima di questo periodo.

Lucrezia: Hai doppiato davvero tantissimi personaggi, qual è stato il più difficile e il più divertente?

Alex Polidori: Un personaggio difficile in sé non esiste perché credo che ognuno a modo suo sia particolare e unico. La difficoltà semmai è doppiare un attore che non è molto bravo o poco espressivo e che quindi non ti suggerisce come comportati. Doppiare un attore in carne ed ossa è un processo anche interpretativo: ad esempio con Tom Holland che è molto dinamico mi sono trovato benissimo perché era lui che mi suggeriva come fare la parte e il lavoro così risulta più semplice.

Silvia: Spider-Man ha avuto tre diverse versioni cinematografiche, con alterne fortune, tu come ti sei rapportato a questo personaggio?

Alex Polidori: Questo personaggio per me era molto importante perché mi è sempre piaciuto, da bambino mi vestivo da Spider-Man, e ho guardato i cartoni e i film. Ma quando lavoro non mi faccio trascinare dal mio essere fan e cerco di essere distaccato e professionale perché altrimenti si rischia di perdere di vista diversi aspetti tecnici. Quando doppio Spider-Man e vedo delle scene entusiasmanti mi emoziono anche io, ma noi dobbiamo far emozionare anche lo spettatore. Per questo quando rivedo alcuni dei lavori che ho doppiato sono abbastanza critico e ci metto due o tre volte per apprezzare appieno il film perché prima mi concentro sulla mia voce e quella dei miei colleghi. E infatti se il doppiaggio di un film è fatto bene si vede ed è piacevole per chi lo guarda. Poi trovo che Spider-Man sia nelle mie corde, ha sempre la battuta pronta ed è maldestro, in questo senso mi somiglia e in più Tom Holland è un bravo attore e non mi rende difficile il lavoro.

Lucrezia: Ti seguiamo sui social e abbiamo visto che ti stai cimentando anche come cantante, ci racconti qualcosa in più di questa tua passione?

Alex Polidori: La mia vita parallela al doppiaggio, ma che a volte incontra il doppiaggio, è quella di cantautore, ho fatto uscire alcuni singoli e ne sto producendo degli altri. Mi sono tolto alcune soddisfazioni, partecipando anche ad un contest all’Arena di Verona e sono arrivato secondo nella categoria dei cantanti emergenti. Ho prodotto 6 singoli e a fine mese uscirà una canzone sul tema dell’ambiente che mi sta molto a cuore. Ho sperimentato vari generi, tra cui il rap, ho suonato anche al Piper di Roma e quando vado a fiere dedicate al mondo nerd spesso mi accompagna la mia band e il mio ukulele, che è un po’ il mio marchio di fabbrica (ride). È una strada che mi piace e spero di poter avere un giorno un mio seguito di fan, ma il doppiaggio resta la mia vita.

 

Potete trovare i lavori di Alex Polidori su Youtube e Spotify.

YoutubeSpotify

Lucrezia Melissari, Silvia Pegurri

Giornalista pubblicista e Laureata in Lingue e Culture per l’Editoria. Procrastinatrice seriale, vado avanti a forza di caffeina e ansia e in qualche modo sta funzionando. Mi piacciono la lettura, i Beatles, lo Spritz Campari e le maratone (Netflix). Non mi piacciono il caffè annacquato, scrivere biografie e fare liste.

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Interviste

Intervista a Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia

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Il fenomeno degli hikikomori è nato in Giappone negli anni Ottanta, ma negli ultimi anni anche in Italia si sono riscontrati i primi casi di giovani che si sono volontariamente isolati in casa. In questo periodo di quarantena è quasi naturale chiedersi: per loro cambia qualcosa? Come passano il loro tempo? E soprattutto, qual è la causa scatenante di questo fenomeno?

Ne abbiamo parlato con Marco Crepaldi, fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, laureato in psicologia sociale ed esperto di comunicazione digitale.

Partiamo dalle basi: chi sono gli hikikomori? C’è una definizione ufficiale del fenomeno?

No, non c’è una definizione ufficiale, però è una parola esplicativa, cioè nasce in gergo e in italiano significa “stare in disparte”. È stata utilizzata nel linguaggio comune inizialmente e poi ripresa a livello scientifico per riferirsi alle persone che si isolano in casa. Poi la definizione andrebbe ancora creata: perché si isolano in casa? Cosa fanno in casa?

Ci sono delle tempistiche per essere considerati hikikomori?

Il Giappone si è dato una tempistica perché doveva mappare il fenomeno, quindi ha fatto un sondaggio nazionale e per darsi un criterio minimo di isolamento ha scelto sei mesi. L’hikikomori è considerato tale se è isolato da almeno sei mesi, se non ha rapporti con amici, quindi rapporti al di fuori della famiglia, e se non ha in atto attività di studio o di lavoro e non ha malattie diagnosticate a livello psicologico. Con questo tipo di criterio il Giappone ha diagnosticato più di un milione di casi sia under 40 sia over 40. Ci sono molte persone isolate da 20 o 30 anni, quindi si parla veramente di un problema cronico molto profondo e che non è legato a una singola fase della vita. Molti pensano che l’hikikomori sia una persona che si isola volontariamente per una settimana o un mese… no, un hikikomori è una persona che si isola per periodi lunghi di tempo. Anche in Italia l’isolamento medio è intorno ai tre anni.



Nel video del vostro canale youtube “gli anime possono causare depressione e isolamento?” si è accennato a una cosa molto interessante, ovvero che molti hikikomori italiani sono appassionati di anime e manga. Pensi ci sia un collegamento tra questa passione e l’essere hikikomori? Perché sono così presenti nelle loro vite?

Anche da parte dei genitori c’è la richiesta di capire perché quasi tutti i loro figli hanno questa passione per gli anime. Ad alcuni è cominciata a nascere l’idea che ci potesse essere una correlazione, anche una possibile causa degli anime sull’isolamento degli hikikomori perché sembrava uno degli elementi che più di tutti accomunava questi ragazzi. Allora, io credo che ci sia una motivazione molto semplice. Gli anime sono uno strumento che riesce a valorizzare enormemente gli aspetti psicologici dei personaggi, molto di più di un film. I personaggi negli anime sono raccontati a livello introspettivo, riescono a emergere a livello di personalità e profondità umana. Siccome gli hikikomori sono mediamente persone molto introverse, anche fragili e sensibili, ritrovano nello strumento degli anime qualcosa di particolarmente attraente. Riescono a identificarsi nei personaggi proprio anche per queste loro debolezze, per la voglia di affermarsi nonostante la timidezza e tutte le difficoltà. Tendono a riconoscersi molto di più facilmente che nelle serie tv o nei libri o qualunque altro prodotto di intrattenimento o artistico. Ha un effetto identificatorio molto forte, tanto che molti hikikomori hanno come immagine di profilo sui social l’immagine di un anime, proprio perché finiscono per identificarsi talmente tanto nel personaggio da preferirlo alla loro stessa identità a volte.

L’altro aspetto è che gli hikikomori diventano, tramite questo tipo di meccanismo, incredibilmente appassionati di Giappone, per cui tantissimi hikikomori dicono che il loro sogno è quello di andare in Giappone, per un viaggio, per studiare o a vivere, e la vedono come una salvezza. La cosa paradossale è che la vedono come l’unica strada risolutiva al loro problema, che è un grandissimo paradosso proprio perché il Giappone è la terra con più hikikomori, ed è la terra anche con più suicidi e morti per il troppo lavoro, insomma una serie di problematiche sociali inenarrabili.

Non c’è nessuna correlazione causa effetto, anche se una problematica potrebbe essere che comunque una persona che guarda eccessivamente anime incomincia a vedere la realtà di tutti i giorni come una realtà particolarmente brutta rispetto alla realtà molto colorata, molto affascinante e molto più lineare degli anime. E questo potrebbe, non causare l’essere hikikomori, ma potenzialmente disincentivare un hikikomori a ritrovare nella realtà quotidiana le stesse sensazioni di piacere che invece un anime dà. Quindi questo potrebbe essere eventualmente un fattore peggiorativo della condizione di hikikomori, però mi sento di escludere che gli anime causino direttamente l’hikikomori.



Molti sognano di andare in Giappone, ma non è un controsenso?

Lo sognano ma non lo faranno mai. Spesso gli hikikomori sopravvalutano le proprie competenze. Hanno anche un’idea un po’ illusoria. Ci sono hikikomori che magari non riescono a uscire di casa, ma sognano di andare a lavorare all’estero, ma per andare a lavorare all’estero dovresti quanto meno essere in grado di pulire la tua stanza, per dire. Quindi hanno dei sogni irrealistici, potremmo paragonarli a delle fantasie, che però diventano talmente reali da illuderli che sia quella la soluzione. Spesso questa illusione è rappresentata dal Giappone. Non sempre però, poi ci sono anche hikikomori che non guardano anime, che sono più centrati per esempio sui videogiochi o sulle serie TV. Però la correlazione tra anime e hikikomori c’è, ed è evidente. Basta fare un sondaggio e tantissimi hikikomori ti dicono che loro amano gli anime e che vedono il Giappone come una terra bellissima e piena di positività. È un paradosso.

Quali sono le cause che portano un ragazzo a isolarsi?

Ci sono tante concause, sicuramente non tutti finiscono in questo tipo di situazione quindi sicuramente c’è una base caratteriale che solitamente è rappresentata da una persona inibita socialmente, quindi che fa fatica a relazionarsi e viene presa di mira, che è timida, introversa, magari un po’ più matura della media, più sensibile. Ma qual è il motivo sociologico per cui l’hikikomori si sta evolvendo in questo periodo e non venti o trent’anni fa? In Giappone il fenomeno è nato negli anni Settanta, in Italia è un po’ più recente. Stimiamo che ci siano almeno 100 mila casi, quindi non siamo ai livelli del Giappone (1 milione), però comunque si tratta di un numero importante a livello sociale.

Una delle principali cause è la pressione di realizzazione sociale e la competitività sociale, la società capitalistica in cui viviamo è sempre più competitiva, per eccellere devi avere risultati sempre più alti, e il confronto sociale dettato dai Social Network è aumentato. Per cui oggi non solo devi essere bravo, ma anche costantemente misurato tramite i social con altre persone, quindi sei in una costante gara per la realizzazione personale e questo causa tanta pressione. Questa pressione a volte porta a una rottura.

Inizialmente la scelta di diventare hikikomori può essere interpretata come la scelta di un ambiente sociale, o non sociale in questo caso, rispetto a un altro. Il problema è che poi questa preferenza iniziale diventa qualcosa di cronico, e quando diventa cronico si innesca un’altra serie di meccanismi psicologici, tra cui la paura del tempo perso, che poi fanno sì che questa preferenza iniziale si estremizzi e diventi irreversibile, o difficilmente irreversibile, in certi casi.

Diciamo che sostanzialmente gli hikikomori si nascondono perché nascondendosi non possono essere giudicati o comunque abbassano le fonti di giudizio. Poi una fonte di giudizio rimane sempre, che è la loro, e che è la fonte di giudizio che li distrugge.



Come stanno vivendo gli hikikomori questo periodo di quarantena?

La stanno vivendo in modo diverso, ma mediamente meglio rispetto alla popolazione generale. Per un hikikomori il fatto che le altre persone non escano, che non abbiano modo di realizzarsi, che siano bloccati nel loro processo di realizzazione personale in questa gara, è meglio perché non hanno l’ansia di dover uscire. Forse per la prima volta nella loro vita si sentono normali. Si sentono di fare quello che la società gli chiede di fare, stare in casa e non fare praticamente niente. Però ovviamente ci sono degli estremi in questo tipo di visione. Ci sono i misantropi, tanti hikikomori tendono a diventare molto pessimistici sulla società e sugli altri, quindi cominciano a odiare il genere umano. Quindi se il genere umano sta subendo una guerra o un’epidemia di massa loro sono contenti perché tutto sommato si sta estinguendo quello che loro ritengono essere un male assoluto.

Altri hikikomori invece lo vivono male perché stavano cominciando a uscire, ci sono hikikomori che hanno delle piccole attività fuori che rappresentavano un elemento salvifico… se togli l’unico appiglio che un hikikomori si stava costruendo nei confronti della società lo condanni a una regressione. Temo che quando riprenderà la possibilità di uscire gli hikikomori avranno un contraccolpo psicologico devastante.



Come aiutare una persona in questa situazione? Sia come associazione che come singoli individui. Molti spesso suggeriscono di staccare internet e costringerli a uscire, per esempio.

Non bisogna staccare internet, mai. Sicuramente non in modo repentino per evitare una dipendenza, però non è il primo problema che si riscontra in un hikikomori,

Noi come associazione partiamo dai genitori, perché crediamo che il problema degli hikikomori non sia un problema solo del singolo ma sia spesso un problema famigliare. C’è spesso anche un malfunzionamento dei genitori e della famiglia, quindi facciamo gruppi di mutuo aiuto per genitori e di supporto psicologico con i nostri volontari psicologi per aiutarli a capire la situazione, capire come evitare di mettere pressione sui figli, e quindi riaprire quella che noi chiamiamo la prima porta, che è la porta della camera da letto. Tantissimi hikikomori, soprattutto in Giappone, non hanno rapporti nemmeno con i genitori, quindi già il fattore di vivere bene l’ambiente casalingo è un fattore incredibilmente positivo per un hikikomori.

La prima cosa da fare è cercare di ricostruire l’alleanza genitore-figlio, che è la cosa fondamentale. Anche perché spesso i ragazzi non vogliono aiuto, la maggior parte delle richieste d’aiuto che abbiamo ricevuto sono da parte dei genitori, e pochissime da parte dei ragazzi. Per diversi motivi: il primo è che spesso sono disillusi sul fatto che qualcuno li possa aiutare, il secondo è che vedono la società in modo estremamente negativo, quindi non hanno neanche intenzione di tornare in una società che loro stessi hanno rifiutato e che ritengono essere mal vista. Altri ancora negano il problema, dicono che stanno bene e che vogliono semplicemente stare da soli.

La prevenzione è fondamentale, bisogna evitare che il problema si cronicizzi. Poi se questi ragazzi si sono isolati perché venivano soffocati dal giudizio sociale, dall’ansia di realizzazione, dal sentirsi inferiori, e tu genitore o terapeuta gli metti più pressione loro esplodono, perché sono già al limite.

Stiamo lavorando con le scuole per cercare di attuare dei programmi, che permettono agli hikikomori di andare avanti a studiare nonostante la presenza in aula. E sono contento che in questo periodo di chiusura delle scuole si stiano attrezzando per trovare dei sistemi scolastici da remoto, che poi potranno essere utilizzati anche in futuro per gli hikikomori. Perché spesso le scuole questo tipo di cose non le fanno, e quindi lasciano che un hikikomori venga bocciato, anche se magari al momento del ritiro aveva ottimi voti. L’hikikomori non si ritira perché non ha voglia di studiare, si ritira perché non riesce a stare in un ambiente sociale. Quindi stai andando a bocciare un ragazzo mediamente molto intelligente, molto capace a livello scolastico e gli stai facendo un torto doppio.



La maggior parte degli hikikomori sono uomini, c’è una motivazione per questa “divisione”?

Sì, ma è un argomento davvero vastissimo ed è davvero difficile da riassumere. Cercherò di prendere i punti cardini. È legato molto alle aspettative sociali, e queste aspettative variano a seconda del tuo ruolo di genere. Il ruolo di genere è semplicemente quello che gli altri si aspettano da te perché sei uomo o donna. Le aspettative sull’uomo sono un po’ sottovalutate oggi a livello sociale, quindi tutte le pressioni legate al ruolo di genere maschile non vengono molto a galla nelle discussioni pubbliche. Per diversi motivi, un po’ perché c’è un’opprimente presenza delle tematiche femminili, che sono giustissime, però tendono a livello mediatico a essere dominanti; un po’ perché gli uomini sono educati a lamentarsi molto meno dei propri problemi, e un po’ perché non se ne rendono conto, perché se non se ne parla non ci si rende nemmeno conto di quanto il nostro ruolo di genere sia opprimente. Le donne sono educate per il loro ruolo di genere ad essere più attente, sono disincentivate ad avere tanti partner, gli uomini sono invece educati a livello sociale a ricercare più partner, quindi un uomo che rimane vergine è una pressione sociale devastante.

Questo non significa che le donne non hanno problemi, però in relazione alle aspettative sociali che generano l’hikikomori, gli uomini sono mediamente più colpiti perché le pressioni sessuali hanno un ruolo egemone. Poi una cosa interessante è che le donne hikikomori, che statisticamente vanno dal 10 al 30%, hanno pressioni spesso legate al corpo, cioè alla bellezza. Per esempio negli ultimi anni stanno aumentando i fenomeni delle cutters, delle ragazze che si tagliano, che per esempio negli uomini è più basso, perché per le donne il corpo è la più grande pressione sociale. Cambiano le problematiche a seconda del tipo di pressione.



Come possono contattare l’associazione?

Siamo su tutti i social: Yotube, Facebook, Instagram, oppure alla mail info@hikikomoriitalia.it e nella sezione contatti del nostro sito www.hikikomoriitalia.it.

Ecco alcuni video per approfondire l’argomento

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Gaming

Intervista a Giancarlo Ciccone, la voce di Revolver Ocelot

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Sei stato la voce di uno dei personaggi più iconici della serie Metal Gear Solid, quella di Revolver Ocelot, ma ti saresti mai aspettato che quel videogioco riuscisse ad ottenere questo successo?

No, assolutamente no. All’inizio per me fu un lavoro come un altro, fui scritturato per la registrazione e andai allo studio londinese di Abbey Road, quello adesso reso famoso dai Beatles. Ero in ritardo, scesi dal taxi in corsa e un gruppo di turisti giapponesi cliccarono le loro macchine fotografiche su di me, probabilmente pensando chi fossi un cantante rock ormai un pochino invecchiato. Su un grande schermo, diretto da due colleghi molto bravi, interpretai il personaggio di Revolver Ocelot. Finii presto, mi ringraziarono e scappai via. Solo più tardi nel corso degli anni cominciai a realizzare che il personaggio era diventato così celebre. Sempre più spesso la gente di qualsiasi estrazione sociale, giovanissimi ma anche vecchi, mi chiedeva se ero io la voce di Revolver Ocelot. Ora riguardando il videogame ne riconosco l’importanza e l’innovazione, e adesso ne sono veramente orgoglioso. Proprio nei giorni scorsi qui a Londra per caso ho visto per strada il suo creatore, il giapponese Hideo Kojima, mi ha fatto impressione vederlo, con i suoi occhialini, con quella sua faccia che sprizzava una montagna di intelligenza, un genio. Volevo avvicinarlo, eravamo nel pieno centro di Londra, volevo parlargli, ma poi la mia consueta timidezza mi ha bloccato. Bah, un’altra occasione veramente perduta.

Quando hai iniziato ad appassionarti al mondo della recitazione e del doppiaggio?

Fin da ragazzo ero affascinato da due mondi, quello del giornalista radiofonico e quello del teatro. La sera all’ora di cena in famiglia, quando si ascoltava più la radio che la tv, sentivo le voci che venivano da lontano, voci gracchianti, interrotte da lunghe pause a causa di apparecchi radio allora preistorici. Sentivo le voci dei corrispondenti RAI dalle varie capitali del mondo. “Qui da New York vi parla Ruggero Orlando”. Allora non c’erano ancora i voli a basso costo, il turismo di massa, quei corrispondenti erano per me dei pionieri, degli esploratori di mondi lontani. Poi c’era il fascino del teatro, che avevo anche da bambino. La Rai mi ha spinto verso quel mondo. Radio Rai 3 faceva ascoltare commedie e tragedie di grandi autori come Shakespeare, Goldoni, Pirandello. Aveva anche diverse compagnie di prosa stabili. È lì che ho imparato a conoscere grandi attori come Gassman, Giorgio Albertazzi, Salvo Randone e molti altri. Fin da ragazzo la mia strada era segnata. O giornalismo o teatro.

Parliamo ora della tua carriera da giornalista, che è il tuo lavoro principale. Come hai iniziato ad approcciarti a questa professione?

Ho fatto l’esame per l’iscrizione all’albo professionale dei giornalisti italiani fin dai lontanissimi anni ’80. Ho lavorato poi un po’ con tutti, la BBC in primo luogo. Poi ho collaborato per anni con la RAI facendo sia servizi culturali che conducendo tramite la BBC rubriche settimanali di politica estera. Per diversi anni sono stato il corrispondente da Londra del grande giornalista e scrittore Enzo Biagi con cui abbiamo fatto servizi veramente importanti. Insomma un bel po’ di lavoro di cui spero qualcosa sia rimasto anche nei ricordi della gente.

Hai lavorato anche con la BBC quindi, la mamma della TV pubblica lì in Gran Bretagna. Ci racconti qualcosa di quest’esperienza?

Io ho iniziato a Londra proprio vincendo un concorso alla BBC come redattore per il servizio italiano. Facevo l’attore in Italia, attraversavo però una crisi di carattere personale, poi c’era sempre questo interesse per il giornalismo politico. Tutto questo mi spinse a tentare la carta della BBC. Vidi un’inserzione sul Corriere della Sera, feci il concorso, lo vinsi, e venni a Londra deciso però a restare non più di un anno. La BBC invece mi trattò benissimo, in pochi anni diventai il vice direttore del servizio italiano, e poi diventai il direttore della Unit italiana. Dovevo stare un anno e invece, come succede a volte nella vita, sono rimasto per più di 23. Una vita intera. Cos’ho imparato dalla BBC? Tante cose. Ma soprattutto che si è assunti per merito e non per raccomandazioni, che la politica non deve entrare nella professione del giornalista. E poi l’imparzialità, se si intervista un laburista, subito dopo si deve intervistare un conservatore e così via. Insomma, le regole principali del buon giornalismo.

C’è qualcosa di cui ti penti?

Mah, che posso dire. Ho la sensazione a volte di aver sbagliato tutto, di non avere fatto abbastanza. Sarebbe bello ricominciare tutto d’accapo. Lo dico questo senza tristezza, senza dramma, senza rammarico ma con grande umiltà, con la consapevolezza comunque che quello che è stato è stato. Il passato non si cambia e bisogna guardare al futuro. Voglio avere la speranza che gli errori che ho fatto non siano mai stati così troppo grandi, proprio come con questa nostra intervista. La mia speranza è che, anche se ho detto delle cose sbagliate, almeno spero di non aver troppo annoiato i nostri lettori. Tutto qui. E Goodbye.

Vuoi ascoltare l’intera intervista? Visita il canale dei Four to Play!

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Interviste

Intervista a Vince Tempera, creatore della sigla di Ufo Robot

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In occasione della prima edizione del CereaComix (in provincia di Verona) abbiamo intervistato il grande maestro Vince Temperamusicista, che vanta tra i suoi più grandi successi la sigla di Ufo Robot, scritta insieme a Luigi Albertelli ed Ares Tavolazzi, per cui ottenne il disco d’oro, superando il milione di copie vendute.

Tra le altre sigle ricordiamo GoldrakeApe MaiaCapitan HarlockNils HolgerssonDaitan IIIHello SpankRemi e Anna dai capelli rossi. Ha al suo attivo inoltre lavori musicali per sigle televisive e ha collaborato con grandi artisti italiani e internazionali.

Vince Tempera ripercorre la sua lunga carriera ricordando come sono nati alcuni dei suoi successi più famosi, le giornate negli studi di registrazione, il dietro le quinte, l’impegno e i lunghi anni di studi musicali. Non mancano i ricordi divertenti e le stoccate.

«Una volta trovata la musica – dice il maestro Tempera – le parole nascevano in modo naturale e quelle sigle sono diventate un successo perché piacevano tanto ai genitori quanto ai bambini. Il mondo delle sigle adesso si è uniformato, quello che forse manca è l’inventiva, la capacità di riprendere dal passato per provare cose nuove. Il mio augurio per le sigle del futuro è proprio questo: osate di più e create di più».

Ecco il video!

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