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I consigli dell'Uniporco

I consigli di Francesco: Jak and Daxter

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Quello del gaming è un panorama in continuo mutamento. Se la quinta generazione di console – e in misura leggermente minore la sesta – erano il dominio dei platform vibranti e colorati (basti pensare ai “giganti” Crash Bandicoot, Spyro e Super Mario 64), la settima generazione e in misura minore l’ottava hanno visto un generale allontanamento dal genere, almeno da parte delle case di sviluppo più prominenti. Nonostante la ritrovata rilevanza degli ultimissimi anni (principalmente legata, comunque, a revisioni, re-immaginazioni o diretti sequel dei giganti del passato), resta il fatto che Nintendo, in un certo senso “mamma” del genere, sia stata lasciata pressoché indiscussa sul trono dei platform mainstream. Uno dei suoi principali competitor d’un tempo, Naughty Dog, ha lasciato da parte le sue aspirazioni al trono con l’inizio della settima generazione di console, quando ha spostato definitivamente la sua attenzione sullo sparatutto d’avventura in terza persona – incarnato nell’ormai iconica serie di Uncharted.



Una trilogia di transizione

Com’è spesso il caso in questo mondo, tuttavia, il passaggio non è stato così radicale come si potrebbe credere. Tra il “puro” platform che è Crash Bandicoot e l’altrettanto “puro” shooting d’avventura che è Uncharted si posiziona la serie forse meno spropositatamente famosa di Naughty Dog – la serie che ha incarnato gli sforzi della casa di produzione nel corso della sesta generazione di console: la trilogia di Jak and Daxter. Tre giochi che, pur all’interno di una generale continuità narrativa e una parziale continuità ludica, hanno accompagnato i fan attraverso numerosi processi di mutamento che stavano interessando il gaming in quegli anni, rendendo, a tutti gli effetti, la serie di Jak and Daxter una sorta di ponte tra il “prima” e il “dopo”, tra l’assoluta astrazione fantastica del gaming anni ‘90 e la fascinazione per il realismo grafico e ludico del gaming del secondo decennio del 2000. Se il primo gioco della trilogia, Jak and Daxter, può iscriversi a pieno titolo al mondo dei platform collectathon sia nelle meccaniche che nello spirito estetico e narrativo, i due successivi titoli, Jak 2 e Jak 3, possono dirsi figli della rivoluzione portata al gaming dal travolgente successo di GTA 3, dall’evoluzione continua delle meccaniche sparatutto e dal generale shift verso narrative, ambientazioni e tematiche più complesse e di aspirazione più matura.

Sia chiaro: quest’introduzione non vuole essere un giudizio di valore rispetto ad uno o ad un altro paradigma – quanto piuttosto un tentativo di contestualizzare il panorama quantomeno complesso e metamorfico degli anni della Playstation 2, macchina che, in virtù del suo successo di mercato travolgente, conferiva alle sue esclusive l’inerente potere di influire in maniera preponderante sui cambiamenti del panorama videoludico.



Giochi per tutti

Ma non sono certo qui a consigliarvi dei giochi unicamente per l’importanza che ricoprono nell’evoluzione del medium. I tre titoli di Jak and Daxter, molto prima che uno specchio dei cambiamenti in atto nella grammatica ludica di quegli anni, sono dei giochi accattivanti e divertenti, in grado di donare molto a giocatori di svariate età e svariati gusti.

La componente esplorativa e quella avventurosa, vere costanti attraverso i tre titoli, sono eseguite magistralmente, forti di un design che, pur figlio dei suoi anni, è perfettamente in grado di catturare l’attenzione ancora oggi.  Parliamo insomma di titoli che reggono a dovere il peso dello scorrere del tempo, in parte anche grazie al lavoro di rimasterizzazione effettuato per portare la trilogia su PS3 prima e su PS4 poi. Fintanto che siate in possesso di una console tra PS2, PS3 e PS4, insomma, sarete in grado di accedere in qualche modo alla gioia ludica di questa trilogia.



Jak and Daxter

Il primo titolo della trilogia, Jak and Daxter, attinge a piene mani dall’esperienza maturata da Naughty Dog nel corso della precedente generazione. Estetica, spirito e in una certa misura i comandi riflettono e sviluppano quanto già visto con i tre Crash. La vera evoluzione, tuttavia, la si apprezza negli ambiti del level e, soprattutto, del world design: quello di Jak and Daxter è infatti un mondo aperto (non nella connotazione moderna di “open world”, sia chiaro), sviluppato orizzontalmente e verticalmente, in grado di offrire una moltitudine di scenari, ostacoli, sfide e collezionabili. Una varietà calibrata, ben dosata, che non detrae affatto dalla forza e dall’identità che il titolo crea attorno alla semplicità della sua storia e delle sue meccaniche.

La storia in particolare è ancora figlia della snellezza narrativa tipica dei giochi a piattaforme vecchio stampo. Anziché risultare un difetto, tuttavia, questa semplicità riesce ad ergersi a punto di forza, grazie soprattutto alla coerenza che un simile approccio a vicende e personaggi narrati mantiene in rapporto al resto dell’impianto ludico.



Le vicende

I nostri protagonisti, Jak e Daxter, sono due adolescenti originari del villaggio di Sandover, dove conducono una vita pacifica.

Nei dintorni del villaggio sono presenti vari lasciti di un’antica civiltà: i Precursor. Il mistero di questo antico popolo, alimentato fin dalla narrazione che fa da apertura al gioco, sarà un filo rosso che ci accompagnerà nel corso dell’intera trilogia.

Le vicende che spingeranno Jak e Daxter nella loro avventura in giro per il mondo prendono il via nell’Isola della Nebbia, un misterioso luogo al largo del villaggio di Sandover. Lì, i due ragazzi si imbattono in una congrega di creature dall’aspetto poco raccomandabile (i cosiddetti “Lurker”), guidati da un uomo e una donna, di nome Gol e Maia. Gol e Maia sono “Saggi dell’eco”, ovvero studiosi esperti del materiale che, come introdotto dalla narrazione iniziale, è un’energia legata a doppio filo sia al pianeta, sia agli antichi precursor. Gol e Maia sono tuttavia Saggi esperti di eco oscuro, la variante più pericolosa dell’eco, presente, non a caso, in grandi quantità nell’Isola della Nebbia. Nel corso della loro esplorazione, poco dopo aver udito le malvage intenzioni di Gol e Maia, Daxter cade in una delle pozze di eco oscuro presenti nel luogo. Il “tuffo”, anziché fargli del male, lo trasforma inspiegabilmente in uno strano animale, un Otsell (una sorta di incrocio tra una lontra e un furetto) mantenendo tuttavia intatto il suo carattere e la sua memoria.

Confusi e spaesati, i due ragazzi fanno dunque ritorno a Sandover, nella speranza che Samus, Saggio dell’eco verde, possa avere una soluzione al problema di Daxter.



L’impianto ludico

Da qui in poi prende il via il viaggio dei due alla ricerca del resto dei saggi dell’eco e di Gol e Maia, con Daxter che, a causa delle sue piccole dimensioni, è relegato a spalla e supporto comico del coraggioso e capace (ma ancora completamente silenzioso) Jak. Un viaggio per lo più lineare, privo di particolari sorprese o colpi di scena, che tuttavia riesce a fungere da più che adeguata base al resto dell’impianto ludico – nonché a farci affezionare parimenti ai protagonisti e ai loro comprimari, i quali continueranno ad avere un posto e un ruolo nei più narrativamente complessi titoli successivi.

Riguardo a quest’ultimo, degna di nota è l’implementazione “meccanica” che è stata fatta nel gameplay dei vari tipi di eco. Dal pacifico eco verde, in grado di curare la nostra salute; all’elettrizzante eco blu, in grado di velocizzare Jak, azionare meccanismi e rompere contenitori; ai potenti eco rosso ed eco giallo, in grado di fornire bonus in combattimento e di aumentare, di conseguenza, la profondità di un sistema che non si sarebbe altrimenti discostato troppo prepotentemente da quello della saga che l’aveva preceduto.



In conclusione

Tirando le somme, il primo capitolo della saga di Jak and Daxter è un titolo aperto, coinvolgente e maledettamente divertente, in grado di fare le gioie soprattutto degli amanti del gaming di epoca Playstation 1. Personalmente, tuttavia, lo consiglio caldamente anche a chi cercasse nelle sue esperienze di gioco elementi leggermente più complessi e “maturi”, dato che i successivi giochi della saga (che tratteremo in un successivo Consiglio!), Jak 2 e Jak 3, compiono indubbiamente dei notevoli passi in quella direzione.

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Letterato e giornalista di formazione, scansafatiche poliedrico di professione. Il mio super potere è la capacità di interessarmi di pressoché qualsiasi cosa e dedicargli un’attenzione media di 7,8 secondi. Con le dovute eccezioni. Quando non perdo tempo, lavoro. Quando non lavoro, scrivo. Quando non scrivo, consumo media o gioco di ruolo. Quando non consumo media e non gioco di ruolo, perdo tempo. Il cerchio della vita.

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Anime e Manga

Erased, una caccia all’assassino fra passato e presente

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In fuga dai mille e uno shōnen raccomandati online e dai suggerimenti poco spot on di Netflix, mi sono imbattuta nell’anime thriller Erased. Diretta da Tomohiko Itō – lo stesso che ci ha regalato le prime due stagioni di Sword Art Online – questa miniserie del 2016 si è rivelata da subito avvincente e degna di nota, nonostante tenda spesso a passare sotto i radar.

Adattamento del manga Boku dake ga inai machi (La città in cui io non ci sono) di Kei Sanbe, Erased abbraccia i generi psicologico e paranormale, rendendo fin troppo facile scadere nel binge watching. Così, in soli dodici episodi, ci si ritrova catapultati in una realtà in cui il passato si intreccia al presente ed il destino è più che fallibile.

La vita come un film

Il protagonista della serie è il ventinovenne Satoru Fujinuma, un aspirante mangaka di scarso successo, che tira avanti lavorando come fattorino per una pizzeria. Prevenuto verso gli altri e con una lacuna interiore incolmabile, Satoru è rassegnato a condurre una vita mediocre, se non fosse che ogni volta che accade una disgrazia il tempo si riavvolge, permettendogli di evitare l’evento.

Questa sorta di déjà-vu, che Satoru chiama Revival, gli consente di salvare molte vite, ma tutto cambia quando è lui stesso a trovarsi sulla scena di un crimine, accusato a torto dell’uccisione di qualcuno a lui vicino. Con le spalle al muro e nel tentativo di salvarsi, Satoru fugge, scatenando un Revival che lo spedisce 18 anni nel passato.

Ritrovatosi ai tempi delle elementari, presto si rende conto che il delitto è connesso all’omicidio di tre bambini in quel periodo, tra cui la sua silenziosa compagna di classe Kayo Hinazuki, e che prevenire la loro sparizione è l’unico modo per evitare la tragedia nel suo presente.

Strutturata su due piani intercambiabili e interdipendenti, Erased è una serie in cui la suspense è sempre alta e ogni scelta è di vitale importanza. Nel corso degli episodi il ritmo della narrazione cambia, passando da essere inizialmente lento e scandito dai ricordi di Satoru, al farsi precipitato in un vortice di rivelazioni verso la fine, in una corsa contro il tempo per la sopravvivenza.

A livello visivo la serie è piacevole, ed il passaggio da un’epoca all’altra è reso dall’uso di bande nere per il passato, che riducono lo schermo ed emulano il formato cinematografico, dando la parvenza di un film dentro un film. I paesaggi e gli avvenimenti sono poi avvolti da un’atmosfera angosciante e un senso di quiete prima della tempesta, ben sottolineati dalla colonna sonora azzeccatissima di Yuki Kajiura.

La forza dei sentimenti

Nonostante la brevità della serie, i temi portanti sono molti e di non poco spessore. Solitudine, violenza, amicizia, coraggio vengono affrontati con sguardo intimo e introspettivo, così come viene indagata la dicotomia fra bene e male, il cui grado di separazione si fa spesso labile.

Diventa allora impossibile non immedesimarsi nei personaggi principali, realistici e caratterizzati da grande sensibilità, visibile specialmente nel racconto “La città in cui io non ci sono” di Kayo, che è una vera stretta al cuore.

Altro argomento cardine è quello del rimpianto, il pentimento verso il non aver agito quando se ne aveva l’occasione e doverne pagare lo scotto. Il tema del rimpianto pullula infatti l’intera serie, a partire dal fatto che uno degli obiettivi di Satoru è proprio liberarsi del senso di colpa per la morte di Kayo e rimediare ai propri errori, evitando una serie di tragici eventi.

Appare però chiaro anche che, mentre Satoru ha la possibilità di riscrivere il passato e rimarginare le proprie ferite emotive, questo è un privilegio riservato soltanto a lui. A partire da questa consapevolezza, emerge uno dei messaggi scomodi che Sanbe lancia ai suoi lettori: nella vita vera non possiamo cancellare i nostri rimpianti, ma solo lottare contro le nostre paure ed agire con coraggio e onestà, in modo tale da non averne.

Ultimo tasto su cui l’autore batte è l’importanza delle piccole cose. Ogni momento dell’infanzia che Satoru si trova a rivivere è infatti dolceamaro, una sorta di brutale reminder del fatto che quello che spesso diamo per scontato è in realtà ciò va custodito con più cura. Come anche il protagonista impara a proprie spese, sono le cose ordinarie e le persone che ci circondano a regalarci i ricordi più preziosi, ed è nostro compito riconoscerne il valore prima che sia troppo tardi.

Anche io ho vissuto momenti così, me n’ero forse dimenticato? No… la verità è che non me n’ero mai reso conto, li ho vissuti senza farci caso… sono una parte della mia vita che avevo perso.

Considerazioni finali

C’è da ammettere che questo non è un anime che consiglierei ad un amante dei viaggi nel tempo, e che ci sono alcune falle che impediscono ad Erased di essere all’altezza del manga. Ad esempio, viene liquidato troppo in fretta il fenomeno del Revival senza darne una vera spiegazione, inoltre la fretta nel concludere la serie in un numero limitato di episodi ha finito per pregiudicare l’intensità della narrazione, dandole un che di raffazzonato che lascia un po’ l’amaro in bocca.

Detto ciò, Erased è e resta una corsa frenetica contro il tempo ed il fato da cui è difficile staccarsi. Si tratta di un anime coinvolgente e delicato, capace di far rimanere col fiato sospeso e di toccare le corde dell’animo dello spettatore, a volte dolcemente, altre con la brutalità di uno schiaffo.

In contrasto con i suoi toni malinconici e nostalgici, ciò che la serie sottolinea e vuole trasmettere è l’importanza di celebrare i piccoli momenti di felicità quotidiana, e di costruire legami veri con le persone che ci circondano, forse l’unica cosa davvero in grado di salvarci dal mondo e da noi stessi.

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Anime e Manga

The Disastrous Life of Saiki K, un festival di demenzialità e paradossi

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The Disastrous Life of Saiki K consigli

Rilasciato su Netflix a fine 2019, ma in circolazione come serie animata già dal 2016, The Disastrous Life of Saiki K. è una perla che mi pento di non aver scoperto prima e che ha seriamente messo a rischio la mia vita sociale.

Tratto dal manga Saiki Kusuo no psi-nan (Le disgrazie di Kusuo Saiki) di Shuici Aso, e pubblicato in origine sul magazine Weekly Shonen Jump, si tratta di un anime comico con tocchi di sovrannaturale che scade spesso e volentieri nel ridicolo. Co-prodotto da J.C.Staff ed Egg Firm, per la regia di Hiroaki Sakurai, questo shonen è tutto un programma, a partire dal fatto che è una parodia del suo stesso genere.

Ogni episodio è infatti un festival di demenzialità e paradossi, in cui un vengono riproposti stereotipi shonen triti e ritriti, di cui l’autore non esita a farsi beffe a colpi di practical jokes e slapstick comedy. Se a questo aggiungiamo una buona dose di metanarrazione e sarcasmo gratuiti, la comicità è servita.

La trama in breve

La trama – riuscendo a scovarne una – è volutamente vaga e blanda, e non è inusuale che i primi episodi lascino lo spettatore in balia di un enorme “WTF?!”. Tuttavia, a ciò ci si abitua facilmente in virtù dell’umorismo irriverente con cui la serie affronta qualsiasi argomento, dalla depressione all’incesto (sì, c’è pure quello).

Il protagonista è Saiki Kusuo, un sedicenne timido e solitario, che vive una normale vita da studente alla PK Academy… se non fosse che possiede poteri psichici con cui altera la realtà a proprio piacimento.

Narratore della sua stessa storia, Kusuo rompe subito la quarta parete e ci introduce agli strani eventi che accadono nella sua vita, cominciando dal suo background. Così veniamo a sapere che, sin da quando era ancora in fasce, Kusuo ha rischiato di spazzare via il mondo con i suoi poteri, e che quindi li reprime per evitare di essere scoperto e causare danni irrimediabili. Questo però non gli impedisce di utilizzarli per i propri comodi, come sfruttare il controllo mentale per far sembrare ordinario il suo aspetto appariscente – capelli magenta, occhiali con lenti verdi e antenne ai lati della testa.

Nonostante la sua semi-onnipotenza, il più grande desiderio di Kusuo è però piuttosto modesto: vivere una vita nella media senza essere seccato dagli altri. Tuttavia, questo gli è reso difficile dai suoi infantili e atipici genitori, completamente dipendenti dalle sue abilità sovrumane, e dai suoi amici poco normali, che non lo lasciano in pace un secondo. Dopotutto, da grandi poteri derivano grandi scocciature.

Saiki Kusuo, un antieroe peculiare

Pur essendo dotato di incredibili capacità, Kusuo non è per nulla identificabile con il ruolo di salvatore del mondo – nonostante lo abbia fatto già sei volte – semplicemente perché vive in base al principio di convenienza e agisce solo per preservare il proprio interesse.

Assuefatto alle sue immense capacità e allo stesso tempo abituato a reprimerle sin dalla tenera età, il protagonista vive un rapporto di amore-odio con la sua natura portentosa, tant’è che spesso si autodefinisce il ragazzo più infelice del mondo. Incapace di fare esperienze normali e di provare forti emozioni, Kusuo è cresciuto apatico, misantropo e insofferente alla compagnia altrui, oltre che tendenzialmente depresso, tratti che lo rendono poco tollerabile e distante dall’ideale dell’eroe.

Tuttavia, è anche estremamente sveglio, ha un suo (discutibile) senso della morale e un animo fondamentalmente buono, caratteristiche che sommate al suo carisma ne fanno un personaggio apprezzabile… oltre che una calamita per rompiscatole. Sin dal primo momento, infatti, i suoi tentativi per passare inosservato gli si ritorcono contro, rendendolo – al di fuori della sua stessa comprensione – popolare fra i compagni di liceo, tant’è che raccoglie più attenzioni di quelle che vorrebbe, femminili incluse.

Sfortuna cronica a parte, la ragione dell’insuccesso dei suoi piani è spesso l’allegra combriccola di casi umani che segue Kusuo ovunque vada, tutti personaggi cliché, ma allo stesso tempo unici e peculiari. C’è il “bello e dannato” Kaidou, aka Jet Ali Nere, autoproclamato eroe in lotta contro demoni e forze oscure – che chiaramente esistono solo nella sua testa; Teruhashi, la ragazza-angelo idolo della scuola, materialista fino all’osso; e Nendou, un idiota di prima classe con l’aspetto da teppista ma il cuore tenero, per nominarne solo alcuni.

Paradossalmente, a contrasto con i personaggi al limite della demenza che gli gravitano attorno – il medium pervertito Toritsuka su tutti – Kusuo riesce a passare per una persona normale, anche se non arriva mai a sentirsi tale. Destreggiandosi così in un mare di tropes, il protagonista cerca di vivere un’esistenza “tranquilla” in questo universo ridicolo, consolandosi con un’esagerata ossessione per il budino al caffè, l’unica merce di scambio valida per i suoi servizi.

Tirando le somme

Data la mancanza di un vero nemico o scopo per il protagonista, The Disastrous Life of Saiki K. risente da un lato di una mancanza di profondità nella narrazione. D’altro canto, la serie ci guadagna in quanto a umanità, in quanto visione ironica del dramma di sentirsi incompresi e incapaci di integrarsi con gli altri.

Di fatto, non è un mistero che Kusuo sia un outsider, e a discapito delle sue parole non lo è solo per scelta, ma anche perché ha la costante sensazione di essere fuori posto e di non potere esistere se non alienandosi dagli altri. Questo aspetto della sua personalità viene messo in evidenza e sviscerato man mano che gli episodi si susseguono, dando alla serie un tocco di introspezione che non guasta.

Nel complesso, il ritmo veloce di questo anime ed i continui sketch lo rendono godibile, ed il cast, seppur nevrastenico, risulta fresco e simpatico. C’è da dire che, come ogni genere di umorismo, non è detto che quello di Saiki K. risulti geniale a tutti, ma consiglio comunque di dargli una chance e guardare almeno tre o quattro puntate prima di dichiarare forfait.

Per concludere, se vi state prendendo una pausa da serie tv eccessivamente drammatiche e prolisse, e cercate invece un mix di gag al fulmicotone combinate con una buona dose di ridicolo, The Disastrous Life of Saiki K. è decisamente un must watch.

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Anime e Manga

Dr. Stone, la scienza protagonista

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L’opera che vi consigliamo oggi s’intitola Dr. Stone, prima manga creato a quattro mani da Riichirō Inagaki (scrittura) e Boichi (disegni) e poi anime prodotto da TMS Entertainment. L’opera cartacea è stata pubblicata per la prima volta nel 2017 sulla rivista giapponese Weekly Shōnen Jump – ancora in corso – e qui in Italia da Star Comics, l’anime invece si può trovare anche sottotitolato sulla piattaforma online Crunchyroll, per un totale al momento di 24 episodi.

Un mondo di pietra

L’incipit di Dr. Stone colpisce il lettore (o spettatore) dritto in faccia, tanto che ci si trova quasi attoniti di fronte allo svolgersi degli eventi, troppo rapidi e gargantueschi. Per i primi minuti seguiamo l’energico liceale giapponese Taiju Oki, da sempre innamorato della sua compagna di scuola Yuzuriha Ogawa, che ha finalmente deciso di rivelarle i suoi sentimenti. Prima che possa fare ciò, però, un evento misterioso trasforma tutti gli esseri umani in statue di pietra.

Passato lo shock del colpo di scena l’attenzione viene riportata su Taiju che, altrettanto misteriosamente risvegliatosi dal lapideo sonno, si ritrova in una zona che non conosce: foreste, antiche rovine e verdeggianti pianure a perdita d’occhio. Ancora pieno di domande, Taiju decide di andare a cercare qualcuno che possa sapere dove egli sia. Fortuna vuole che trovi Senku, un suo amico di liceo e geniale scienziato anche lui risvegliatosi dalla pietrificazione, che gli svela come loro si trovino ancora in Giappone e non si siano mossi, ma siano trascorsi 3.700 anni dal cataclisma.

Preso atto del passaggio dei millenni, Taiju e Senku decidono di voler salvare l’umanità, scoprire cosa abbia causato la tramutazione in pietra e ricostruire la civiltà umana grazie alle conoscenze scientifiche.

L’unica protagonista indiscussa: la scienza

Può sembrare strana la scelta di basare un manga shōnen su un concetto notoriamente ritenuto noioso dalla maggior parte dei ragazzi: la scienza. Ciò soprattutto se pensiamo che uno degli autori dell’opera è Boichi – pseudonimo di Mujik Park – che è arrivato al successo mondiale grazie a Sun Ken Rock, un seinen fortemente incentrato sugli scontri e la lotta.

Pensiero non potrebbe essere più sbagliato.

La protagonista indiscussa di Dr. Stone è la scienza, e vi assicuriamo che non avrete nemmeno il tempo di un secondo per annoiarvi. Nel corso delle avventure di Senku, geniale scienziato e figura centrale dell’opera, è messo di fronte a situazioni particolari e bizzarre che richiedono ogni volta l’utilizzo di questa o quella nozione per creare questo o quel ritrovato scientifico per risolvere questo o quel problema; si va dalla creazione di un “semplice” forno per la fusione dei materiali alla riscoperta della ialurgia, dalla re-invenzione delle maschere a gas al brevetto della squisita “Senku-Cola”. Il tutto con gli strumenti dell’età della pietra.

E se ancora pensate che la scienza non possa essere il fulcro di un manga/anime divertente, simpatico, che intrattiene e – perché no – educa allo stesso tempo, Dr. Stone vi fornirà l’occasione per ricredervi.

Un’opera che istruisce

Il motivo principale che dovrebbe spingere una persona a fruire di Dr. Stone è la sua diversità dal resto delle opere shōnen, questo non solo perché si basa anche sulle nozioni scientifiche. I personaggi sono ben scritti – anche quelli secondari – e sapranno farsi strada nei vostri cuori con la loro simpatia e tenacia, l’incipit è straordinariamente ben pensato, le vicende si svolgono attorno ad una macro-cornice di trama e sono l’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo.

Un’opera che istruisce e diverte allo stesso tempo? Sì, si chiama Dr. Stone.


Se siete interessati ad altre opere shōnen leggete il nostro consiglio dell’Uniporco riguardo a My Hero Academia. Volete anche voi un Uniporco? Lo trovate nello shop online di Nixie Creations!

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