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I consigli dell'Uniporco

I consigli di Francesco: Jak and Daxter

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Quello del gaming è un panorama in continuo mutamento. Se la quinta generazione di console – e in misura leggermente minore la sesta – erano il dominio dei platform vibranti e colorati (basti pensare ai “giganti” Crash Bandicoot, Spyro e Super Mario 64), la settima generazione e in misura minore l’ottava hanno visto un generale allontanamento dal genere, almeno da parte delle case di sviluppo più prominenti. Nonostante la ritrovata rilevanza degli ultimissimi anni (principalmente legata, comunque, a revisioni, re-immaginazioni o diretti sequel dei giganti del passato), resta il fatto che Nintendo, in un certo senso “mamma” del genere, sia stata lasciata pressoché indiscussa sul trono dei platform mainstream. Uno dei suoi principali competitor d’un tempo, Naughty Dog, ha lasciato da parte le sue aspirazioni al trono con l’inizio della settima generazione di console, quando ha spostato definitivamente la sua attenzione sullo sparatutto d’avventura in terza persona – incarnato nell’ormai iconica serie di Uncharted.



Una trilogia di transizione

Com’è spesso il caso in questo mondo, tuttavia, il passaggio non è stato così radicale come si potrebbe credere. Tra il “puro” platform che è Crash Bandicoot e l’altrettanto “puro” shooting d’avventura che è Uncharted si posiziona la serie forse meno spropositatamente famosa di Naughty Dog – la serie che ha incarnato gli sforzi della casa di produzione nel corso della sesta generazione di console: la trilogia di Jak and Daxter. Tre giochi che, pur all’interno di una generale continuità narrativa e una parziale continuità ludica, hanno accompagnato i fan attraverso numerosi processi di mutamento che stavano interessando il gaming in quegli anni, rendendo, a tutti gli effetti, la serie di Jak and Daxter una sorta di ponte tra il “prima” e il “dopo”, tra l’assoluta astrazione fantastica del gaming anni ‘90 e la fascinazione per il realismo grafico e ludico del gaming del secondo decennio del 2000. Se il primo gioco della trilogia, Jak and Daxter, può iscriversi a pieno titolo al mondo dei platform collectathon sia nelle meccaniche che nello spirito estetico e narrativo, i due successivi titoli, Jak 2 e Jak 3, possono dirsi figli della rivoluzione portata al gaming dal travolgente successo di GTA 3, dall’evoluzione continua delle meccaniche sparatutto e dal generale shift verso narrative, ambientazioni e tematiche più complesse e di aspirazione più matura.

Sia chiaro: quest’introduzione non vuole essere un giudizio di valore rispetto ad uno o ad un altro paradigma – quanto piuttosto un tentativo di contestualizzare il panorama quantomeno complesso e metamorfico degli anni della Playstation 2, macchina che, in virtù del suo successo di mercato travolgente, conferiva alle sue esclusive l’inerente potere di influire in maniera preponderante sui cambiamenti del panorama videoludico.



Giochi per tutti

Ma non sono certo qui a consigliarvi dei giochi unicamente per l’importanza che ricoprono nell’evoluzione del medium. I tre titoli di Jak and Daxter, molto prima che uno specchio dei cambiamenti in atto nella grammatica ludica di quegli anni, sono dei giochi accattivanti e divertenti, in grado di donare molto a giocatori di svariate età e svariati gusti.

La componente esplorativa e quella avventurosa, vere costanti attraverso i tre titoli, sono eseguite magistralmente, forti di un design che, pur figlio dei suoi anni, è perfettamente in grado di catturare l’attenzione ancora oggi.  Parliamo insomma di titoli che reggono a dovere il peso dello scorrere del tempo, in parte anche grazie al lavoro di rimasterizzazione effettuato per portare la trilogia su PS3 prima e su PS4 poi. Fintanto che siate in possesso di una console tra PS2, PS3 e PS4, insomma, sarete in grado di accedere in qualche modo alla gioia ludica di questa trilogia.



Jak and Daxter

Il primo titolo della trilogia, Jak and Daxter, attinge a piene mani dall’esperienza maturata da Naughty Dog nel corso della precedente generazione. Estetica, spirito e in una certa misura i comandi riflettono e sviluppano quanto già visto con i tre Crash. La vera evoluzione, tuttavia, la si apprezza negli ambiti del level e, soprattutto, del world design: quello di Jak and Daxter è infatti un mondo aperto (non nella connotazione moderna di “open world”, sia chiaro), sviluppato orizzontalmente e verticalmente, in grado di offrire una moltitudine di scenari, ostacoli, sfide e collezionabili. Una varietà calibrata, ben dosata, che non detrae affatto dalla forza e dall’identità che il titolo crea attorno alla semplicità della sua storia e delle sue meccaniche.

La storia in particolare è ancora figlia della snellezza narrativa tipica dei giochi a piattaforme vecchio stampo. Anziché risultare un difetto, tuttavia, questa semplicità riesce ad ergersi a punto di forza, grazie soprattutto alla coerenza che un simile approccio a vicende e personaggi narrati mantiene in rapporto al resto dell’impianto ludico.



Le vicende

I nostri protagonisti, Jak e Daxter, sono due adolescenti originari del villaggio di Sandover, dove conducono una vita pacifica.

Nei dintorni del villaggio sono presenti vari lasciti di un’antica civiltà: i Precursor. Il mistero di questo antico popolo, alimentato fin dalla narrazione che fa da apertura al gioco, sarà un filo rosso che ci accompagnerà nel corso dell’intera trilogia.

Le vicende che spingeranno Jak e Daxter nella loro avventura in giro per il mondo prendono il via nell’Isola della Nebbia, un misterioso luogo al largo del villaggio di Sandover. Lì, i due ragazzi si imbattono in una congrega di creature dall’aspetto poco raccomandabile (i cosiddetti “Lurker”), guidati da un uomo e una donna, di nome Gol e Maia. Gol e Maia sono “Saggi dell’eco”, ovvero studiosi esperti del materiale che, come introdotto dalla narrazione iniziale, è un’energia legata a doppio filo sia al pianeta, sia agli antichi precursor. Gol e Maia sono tuttavia Saggi esperti di eco oscuro, la variante più pericolosa dell’eco, presente, non a caso, in grandi quantità nell’Isola della Nebbia. Nel corso della loro esplorazione, poco dopo aver udito le malvage intenzioni di Gol e Maia, Daxter cade in una delle pozze di eco oscuro presenti nel luogo. Il “tuffo”, anziché fargli del male, lo trasforma inspiegabilmente in uno strano animale, un Otsell (una sorta di incrocio tra una lontra e un furetto) mantenendo tuttavia intatto il suo carattere e la sua memoria.

Confusi e spaesati, i due ragazzi fanno dunque ritorno a Sandover, nella speranza che Samus, Saggio dell’eco verde, possa avere una soluzione al problema di Daxter.



L’impianto ludico

Da qui in poi prende il via il viaggio dei due alla ricerca del resto dei saggi dell’eco e di Gol e Maia, con Daxter che, a causa delle sue piccole dimensioni, è relegato a spalla e supporto comico del coraggioso e capace (ma ancora completamente silenzioso) Jak. Un viaggio per lo più lineare, privo di particolari sorprese o colpi di scena, che tuttavia riesce a fungere da più che adeguata base al resto dell’impianto ludico – nonché a farci affezionare parimenti ai protagonisti e ai loro comprimari, i quali continueranno ad avere un posto e un ruolo nei più narrativamente complessi titoli successivi.

Riguardo a quest’ultimo, degna di nota è l’implementazione “meccanica” che è stata fatta nel gameplay dei vari tipi di eco. Dal pacifico eco verde, in grado di curare la nostra salute; all’elettrizzante eco blu, in grado di velocizzare Jak, azionare meccanismi e rompere contenitori; ai potenti eco rosso ed eco giallo, in grado di fornire bonus in combattimento e di aumentare, di conseguenza, la profondità di un sistema che non si sarebbe altrimenti discostato troppo prepotentemente da quello della saga che l’aveva preceduto.



In conclusione

Tirando le somme, il primo capitolo della saga di Jak and Daxter è un titolo aperto, coinvolgente e maledettamente divertente, in grado di fare le gioie soprattutto degli amanti del gaming di epoca Playstation 1. Personalmente, tuttavia, lo consiglio caldamente anche a chi cercasse nelle sue esperienze di gioco elementi leggermente più complessi e “maturi”, dato che i successivi giochi della saga (che tratteremo in un successivo Consiglio!), Jak 2 e Jak 3, compiono indubbiamente dei notevoli passi in quella direzione.

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Letterato e giornalista di formazione, scansafatiche poliedrico di professione. Il mio super potere è la capacità di interessarmi di pressoché qualsiasi cosa e dedicargli un’attenzione media di 7,8 secondi. Con le dovute eccezioni. Quando non perdo tempo, lavoro. Quando non lavoro, scrivo. Quando non scrivo, consumo media o gioco di ruolo. Quando non consumo media e non gioco di ruolo, perdo tempo. Il cerchio della vita.

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Anime e Manga

Dr. Stone, la scienza protagonista

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L’opera che vi consigliamo oggi s’intitola Dr. Stone, prima manga creato a quattro mani da Riichirō Inagaki (scrittura) e Boichi (disegni) e poi anime prodotto da TMS Entertainment. L’opera cartacea è stata pubblicata per la prima volta nel 2017 sulla rivista giapponese Weekly Shōnen Jump – ancora in corso – e qui in Italia da Star Comics, l’anime invece si può trovare anche sottotitolato sulla piattaforma online Crunchyroll, per un totale al momento di 24 episodi.

Un mondo di pietra

L’incipit di Dr. Stone colpisce il lettore (o spettatore) dritto in faccia, tanto che ci si trova quasi attoniti di fronte allo svolgersi degli eventi, troppo rapidi e gargantueschi. Per i primi minuti seguiamo l’energico liceale giapponese Taiju Oki, da sempre innamorato della sua compagna di scuola Yuzuriha Ogawa, che ha finalmente deciso di rivelarle i suoi sentimenti. Prima che possa fare ciò, però, un evento misterioso trasforma tutti gli esseri umani in statue di pietra.

Passato lo shock del colpo di scena l’attenzione viene riportata su Taiju che, altrettanto misteriosamente risvegliatosi dal lapideo sonno, si ritrova in una zona che non conosce: foreste, antiche rovine e verdeggianti pianure a perdita d’occhio. Ancora pieno di domande, Taiju decide di andare a cercare qualcuno che possa sapere dove egli sia. Fortuna vuole che trovi Senku, un suo amico di liceo e geniale scienziato anche lui risvegliatosi dalla pietrificazione, che gli svela come loro si trovino ancora in Giappone e non si siano mossi, ma siano trascorsi 3.700 anni dal cataclisma.

Preso atto del passaggio dei millenni, Taiju e Senku decidono di voler salvare l’umanità, scoprire cosa abbia causato la tramutazione in pietra e ricostruire la civiltà umana grazie alle conoscenze scientifiche.

L’unica protagonista indiscussa: la scienza

Può sembrare strana la scelta di basare un manga shōnen su un concetto notoriamente ritenuto noioso dalla maggior parte dei ragazzi: la scienza. Ciò soprattutto se pensiamo che uno degli autori dell’opera è Boichi – pseudonimo di Mujik Park – che è arrivato al successo mondiale grazie a Sun Ken Rock, un seinen fortemente incentrato sugli scontri e la lotta.

Pensiero non potrebbe essere più sbagliato.

La protagonista indiscussa di Dr. Stone è la scienza, e vi assicuriamo che non avrete nemmeno il tempo di un secondo per annoiarvi. Nel corso delle avventure di Senku, geniale scienziato e figura centrale dell’opera, è messo di fronte a situazioni particolari e bizzarre che richiedono ogni volta l’utilizzo di questa o quella nozione per creare questo o quel ritrovato scientifico per risolvere questo o quel problema; si va dalla creazione di un “semplice” forno per la fusione dei materiali alla riscoperta della ialurgia, dalla re-invenzione delle maschere a gas al brevetto della squisita “Senku-Cola”. Il tutto con gli strumenti dell’età della pietra.

E se ancora pensate che la scienza non possa essere il fulcro di un manga/anime divertente, simpatico, che intrattiene e – perché no – educa allo stesso tempo, Dr. Stone vi fornirà l’occasione per ricredervi.

Un’opera che istruisce

Il motivo principale che dovrebbe spingere una persona a fruire di Dr. Stone è la sua diversità dal resto delle opere shōnen, questo non solo perché si basa anche sulle nozioni scientifiche. I personaggi sono ben scritti – anche quelli secondari – e sapranno farsi strada nei vostri cuori con la loro simpatia e tenacia, l’incipit è straordinariamente ben pensato, le vicende si svolgono attorno ad una macro-cornice di trama e sono l’occasione per imparare sempre qualcosa di nuovo.

Un’opera che istruisce e diverte allo stesso tempo? Sì, si chiama Dr. Stone.


Se siete interessati ad altre opere shōnen leggete il nostro consiglio dell’Uniporco riguardo a My Hero Academia. Volete anche voi un Uniporco? Lo trovate nello shop online di Nixie Creations!

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Anime e Manga

The Rising of the Shield Hero

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The Rising of the Shield Hero

The Rising of the Shield Hero – l’Ascesa dell’Eroe dello Scudo – è un’opera di Aneko Yusagi, nata come una collana di romanzi amatoriali pubblicati direttamente su internet. Dopo aver guadagnato un certo successo, da The Rising of The Shield Hero è stata tratta una serie di light novel con i disegni di Minami Seira, serie pubblicata in 22 volumi. Dal materiale di origine è derivato anche un anime, diviso in 25 episodi, prodotto dallo studio giapponese Kinema Citrus (Made in Abyss).

Vi è sembrata un’introduzione senza brio o carattere? Troppo normale? Era solo un’introduzione normale per un pezzo che riguarda di un normale Isekai, come ce ne sono a centinaia nel panorama anime.

O forse no?

Forse The Rising of the Shield Hero è proprio come questo articolo. Inizia con le solite premesse, l’incipit è trito e ritrito e lo spettatore/lettore sa (rectius: pensa di sapere) cosa accadrà. Poi però le cose cambiano. La storia prende vie sconosciute, le vicende non sono più così note e familiari, il fruitore è sempre meno sicuro di essere davanti al solito Isekai. E si svela il vero Eroe dello Scudo.

Le disavventure dell’Eroe dello Scudo

Come dicevamo poc’anzi le premesse di The Rising of the Shield Hero non sono certo nuove all’amante di anime più stagionato. E forse nemmeno a quello che ha visto appena qualche anime in vita sua. Abbiamo il classico ragazzo – Naofumi Iwatani –, fan di manga e videogiochi, che viene evocato in un mondo alternativo (da qui Isekai) per mezzo di un misterioso libro.

Arrivato nel nuovo mondo, Naofumi scopre di non essere stato evocato da solo: altri tre ragazzi sono stati portati lì assieme a lui, tutti scelti per diventare Eroi e salvare quelle terre dalle Ondate, cicliche apparizioni di mostri che portano terrore e devastazione. A ognuno dei quattro giovani viene data un’arma leggendaria, al nostro protagonista spetta quella più debole di tutti: lo Scudo.

Passato qualche giorno Naofumi viene derubato e (ingiustamente) accusato di aver stuprato una sua compagna. Tradito, senza denaro né amici, si fa forza e parte per il suo viaggio. Desideroso di vendetta ma ancora deciso a fare il suo dovere: difendere il mondo per poi tornare a casa. Da qui inizierà l’Ascesa dell’Eroe dello Scudo.

L’ennesimo Isekai? Sì, ma anche no.

Difficile contraddire coloro che bollano The Rising of the Shield Hero come l’ennesimo Isekai. Difficile perché, in effetti, sono presenti tutti gli stilemi del genere: arrivo in un mondo diverso dal nostro, genere fantasy, protagonista nerd. Preso atto del fatto che siamo di fronte ad un Isekai però non bisogna fermarsi lì, occorre fare un passo in più per capire cos’ha di speciale, cosa lo rende diverso dagli altri.

Prima di tutto il modo in cui il protagonista arriva nel “nuovo mondo”: viene trasportato nel Regno di Melromarc da un libro, e questo è uno svolgersi degli avvenimenti che si trova assai raramente negli Isekai. Normalmente, infatti, il protagonista di una di queste storie effettua il passaggio mondo-mondo attraverso un videogioco o simili; il fatto che Naofumi abbia iniziato la sua avventura in una biblioteca è senza dubbio una sfumatura particolare per l’Ascesa dell’Eroe dello Scudo.

Altro elemento che caratterizza The Rising of the Shield Hero è la struttura articolata della società che viene presentata subito al fruitore dell’opera. Solitamente le storie di genere Isekai puntano molto sul mistero delle nuove terre sconosciute e delle dinamiche delle stesse. In The Rising of the Shield Hero non c’è traccia di mistero, tutto viene spiegato nelle battute iniziali della storia, dalle gerarchie sociali alla presenza di mostri, dagli intrighi di palazzo alle modalità di commercio e vita popolare.

Una storia di impegno e riscatto

Il motivo principale per cui chi non ha visto The Rising of the Shield Hero dovrebbe rimediare a questa mancanza è che narra una storia di impegno, volontà ferrea e riscatto. Di primo acchito questi possono sembrare temi che afferiscono alla classica storia shōnen – e forse è così – ma sono tratti da una storia piuttosto cruda e “cattiva”, soprattutto all’inizio. Le premesse di queste vicende, dall’arrivo dell’Eroe alla sua discesa, ci portano una trama inusuale e per certi versi ancora inesplorata.

La commistione di classico e novità, di tematiche già viste ma dalle premesse differenti è il punto di The Rising of the Shield Hero e il motivo per cui dovreste dargli una possibilità.


Siete interessati al mondo degli anime? Leggete i nostri Consigli su My Hero Academia e Wolf Children.

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Anime e Manga

I consigli di Alessandro: My Hero Academia

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Viviamo in un mondo globalizzato e standardizzato, pieno di copie della stessa cosa dove i grandi marchi fanno il bello e il cattivo tempo, controllando il produttore e veicolando i gusti dei consumatori. Preso atto di questa ovvietà non deve stupire il fatto che quando scopriamo qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, questo diventi subito un successo. My Hero Academia è un esempio di tutto ciò: una novità, in un mondo – quello degli shōnen – uguale a se stesso. Ma cerchiamo di capire perché è innovativo sotto certi aspetti.

Prima un po’ di trama

Se siete fra quelli che non conoscono My Hero Academia non vi farà male un’infarinatura generale riguardo alla storia. Protagonista delle vicende è Izuku Midoriya, ragazzo nato senza alcun potere in un mondo dove la stragrande maggioranza della popolazione è dotata di Quirk, una mutazione particolare che dona al suo portatore abilità straordinarie; si va dallo sputare fuoco al potersi ingigantire, dalla creazione di buchi neri all’avere arti aggiuntivi. Questa mancanza di poteri crea nel protagonista una forte sofferenza interiore, soprattutto perché lui è un grande fan dei supereroi, coloro che proteggono la popolazione e fungono da spina dorsale della civiltà dotata di Quirks.

Midoriya è fan in particolare di All Might, il più grande degli eroi, e sogna di diventare come lui un giorno. Tornando da scuola il ragazzino viene attaccato da un villain – uno dei criminali che infestano il mondo di My Hero Academia – e salvato proprio da All Might. A seguito di alcune vicende Midoriya entra in possesso di One for All – il Quirk di All Might – e decide di iscriversi alla U-A, la più grande e prestigiosa scuola per diventare eroi professionisti che ci sia. Sarà proprio l’arrivo in questa accademia che darà il via alle avventure di Midoriya, inseguendo il suo sogno di diventare un vero eroe.

Il solito shōnen che non è il solito shōnen

Per capre cosa distingue My Hero Academia dagli altri manga per ragazzi bisogna prima intendersi sulla nozione di shōnen. Il termine dal giapponese viene tradotto come “ragazzo” e indica quella fetta di prodotti manga pensati e pubblicati per un pubblico maschile giovane. Questo genere presenta delle caratteristiche fisse: protagonisti giovani (solitamente liceali), un obiettivo da raggiungere, una certa dose di humor e soprattutto tanta azione.

Quest’ultima caratteristica è indubbiamente la più importante, tanto che ha dato il via a un sottogenere – il battle shōnen – che ha fra i suoi esponenti alcuni dei lavori più importanti della storia dei manga: Dragon Ball, One Piece, Naruto e via discorrendo. Ma Perché My Hero Academia sarebbe diverso dagli altri?

Indubbiamente rientra nella categoria del battle shōnen, in quanto possiede tutte le caratteristiche elencate sopra, tuttavia alcuni elementi lo contraddistinguono dal resto dei prodotti affini.

In primis il protagonista – Midoriya Izuku – che ben si allontana dallo stereotipo del classico personaggio principale à la Goku: carattere solare, forza di volontà incrollabile, fame da branco di leoni in dieta. Midoriya è un ragazzino nato senza superpoteri in un mondo dove tali peculiarità fanno parte del vivere quotidiano, questa sua mancanza scoperta in tenera età lo ha segnato e lo ha reso un ragazzo insicuro e dubbioso, lontano dallo spavaldo protagonista tipico degli shōnen. Nel corso delle sue avventure Midoriya conoscerà All Might, che lo vedrà come il suo successore e gli passerà il suo potere ma, nonostante questo cambiamento, il giovane eroe rimarrà sempre un po’ timido e questo suo lato del carattere non può che farlo distinguere dalla massa.

Il secondo elemento che riesce a far emergere My Hero Academia è la presenza degli eroi, cuori pulsanti delle vicende. In questo manga i protagonisti indiscussi sono i supereroi, tutta la società si basa su questi paladini della giustizia che accorrono in caso di pericolo. Dalle pagine del manga traspare chiaramente l’amore che Horikoshi Kohei – l’autore – serba per le storie dedicate a questi personaggi, in particolare per i fumetti. Per quanto possa sembrare strano prima di My Hero Academia il mondo dei manga non era mai stato attraversato da importanti opere dedicate ai supereroi, dominio indiscusso dei comic americani. Questo è il merito di Kohei: aver dato importanza a queste figure anche sulle pagine di un’opera giapponese.

Poi bisogna anche dire che il mangaka è stato fortunato (o furbo) perché ha cavalcato – e ancora sta cavalcando – il successo di un momento in cui le vicende dei supereroi attraggono milioni di persone, il successo del Marvel Cinematic Universe al cinema ne è un esempio. Con questo non vogliamo togliere nulla al talento dell’autore (che apprezziamo), ma è oggettivo che negli ultimi anni ci sia stata una rinascita esplosiva dei supereroi nei media di intrattenimento.

My Hero Academia: manga o anime? Entrambi!

Abbiamo presentato brevemente le vicende di My Hero Academia e spiegato perché è un’opera che si distingue dalla massa degli shōnen, ma non abbiamo chiarito se sia meglio leggere il manga o guardare l’anime. In realtà c’è ben poca differenza in questo caso. L’anime ricalca fedelmente il manga – al netto di qualche filler – ed è fatto anche piuttosto bene. Non ci sentiamo di consigliare di netto la lettura del manga o la visione dell’anime, l’una vale l’altra perciò scegliete quella che è più in linea con i vostri gusti.

Anzi fate così: leggetevi il manga e guardatevi anche l’anime. My Hero Academia merita tutta la vostra attenzione perché è un’opera divertente, leggera e piena di azione, ma soprattutto ha il pregio di inserirsi appieno in un genere piegandone gli stilemi e le linee guida. Si trasforma così in qualcosa di familiare ma diverso.

Ricordiamo che l’ultimo film di My Hero Academia, Heroes Rising, sarà nei cinema dal 12 al 18 novembre e che è stata annunciata la quinta stagione dell’anime. Trovate tutte le informazioni nel nostro articolo dedicato.

Intanto ecco il trailer dell’anime:

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